INSEGNANTI D’AMORE, FIORI CHE SPACCANO LA ROCCIA

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INSEGNANTI – La marcia della coppia a passeggio è lenta ma continua, gli sguardi si perdono spesso ad ammirare il paesaggio, bofonchiando quasi sottovoce parole tra di loro, ma quando incrociano qualcuno sul loro cammino sono prolissi e “calienti” di umanità. Ne nascono discorsi mai banali, in grado di spaziare a trecentosessanta gradi sui più svariati argomenti, sempre mantenendo un aplomb invidiabile. Leo e Carmen calpestano il territorio del paesello da quasi mezzo secolo, hanno alle spalle un robusto matrimonio, non esente da prove, e due splendide fanciulle con gli occhi languidi. Da alcuni anni, per immeritata grazia ricevuta, viaggiano in pianta stabile nell’organico averarese. La loro presenza è stata una salutare boccata di ossigeno per la nostra parrocchia che stava crepando di asfissia; sanno fare comunità con semplicità, e Dio solo sa quanto immenso bisogno abbiamo di persone simili. Delicata e gentile lei, colto e raffinato lui. Ma gli aggettivi sono sin troppo riduttivi, avessi maggior tempo libero a disposizione starei ore e ore ad ascoltare i loro discorsi, le gustose esperienza di vita narrate in punta di piedi. Non credo di esagerare nel definirli insegnanti d’amore, in un mondo che ti vuole odiatore seriale a tutti i costi. Tutto sommessamente, senza disturbare, con modi fini, pacati e semplici, ma, se la necessità lo impone, decisi. Detesto questa ossessiva moda imperversante che ci invita, con un’insistenza petulante, a guardare le tenebre; perché ogni tanto invece, nel cielo cupo, non ci fermiamo ad ammirare queste poderose stelle? Al canto stridulo e stonato dei gracchianti pifferai del cornuto, che sproloquiano ogni dove facendo per altro ampi proseliti, preferisco di gran lunga l’incantevole voce tenorile di Leo che intona il superbo “Magnificat” del compositore napoletano del ‘700 Francesco Durante; agli urlatori seriali televisivi alla ricerca dell’audience perfetto prediligo il soffice timbro vocale, calmo e sereno, di Carmen intenta a declamare perfettamente un passo della Sacra Scrittura durante la Messa vigilare della Domenica. Nella loro vita questi sposi hanno portato con grande dignità tante croci, ma non si sono arresi, divenendo realmente, come il Cristo nel Vangelo ci insegna, “una carne sola”. Sempre uniti nelle pur lievi differenze, in spirito, anima e corpo. Attenzione che non sto intentando una causa di beatificazione di viventi, ci mancherebbe, ognuno appartiene ai suoi limiti e quando si scatena la bufera siamo tutti di una fragilità disarmante; cedri del Libano che crollano all’improvviso ne ho visti a iosa, sin troppi. Voglio però insistere nel cercare i tantissimi modelli positivi, lasciando perdere le unioni farsa (in separazione perenne), e le conseguenti attricette/i recitanti da quattro soldi, propinateci dai mass media. Apparentemente queste ultime sembrano modelli vincenti, sotto sotto gli interessati sguazzano invece nell’infelicità più profonda. Però vengono coccolati come i nuovi messia, in nome e per conto di una autodeterminazione ebete. Così in tantissimi tra le nuove leve si lasciano sedurre e abboccano all’amo: attratti da una libertà fasulla, in grado poi solamente di farli contendere le carrube ai porci, molti ragazzi schivano con orrore (facendo peste e corna) il matrimonio, considerandolo alla stregua di una gabbia per canarini. Eppure, e l’ho scritto già svariate volte, non ho mai sentito parlare tanto di amore come in questi ultimi decenni. L’unico amore che vedo a malincuore però è per il proprio autocompiacimento, stop. L’egoismo alla fine paga male signori miei, con soldi falsi, lasciandoti con un pugno di mosche in mano e tanta solitudine. C’è bisogno di qualcosa che ci elevi, astri da rimirare capaci di irradiare luce sul cammino, fiori profumati in grado di spaccare la roccia più dura. E ne conosco tanti come Leo e Carmen, un’infinità, potrei fare un elenco chilometrico. Hanno radici robuste e ancorate, adatte a spaccare la pietra più dura, l’umidità presente nei dintorni non scalfisce minimamente la loro corazza protettiva. Una coltre di silenzio catacombale scende su questa miriade di esempi viventi positivi, quando sarebbe invece urgente porli a modello nelle scuole alle nuove generazioni. Ricordo che dissi questa stessa frase in ambito scolastico qualche anno orsono, durante l’ennesima fregnaccia di una non ben definita “educazione affettiva” (in realtà cugina di primo grado della colonizzazione ideologia pro gender), tenuta da delle pseudo esperte in materia. Uno sguardo di sdegno accolse la mia uscita, manco fossi un marziano catapultato all’improvviso sul pianeta Terra. Le occhiate fulminanti piene di astio sono rimaste inscalfibili nella mia mente, eppure mi sembrava di aver espresso un concetto elementare con buon senso. Retrogrado e bigotto, questo hanno sicuramente pensato di me. Ma ho anche dei difetti… Sarà, comunque, ma se spargi sementi di gramigna non lamentarti poi se non crescono i girasoli, chi semina vento raccoglie di sicuro tempesta. Vogliamo davvero futuro? Vogliamo veramente la felicità per i nostri (pochi) ragazzi che ancora si fidanzano? Credete a me: abbiamo bisogno di insegnanti d’amore giusti capaci di consigli adeguati, copie vissute in grado di dare suggerimenti corretti perché prima provati sulla propria pelle; qualcuno che nella sua vita è stato capace di mettere davanti un fine più grande e nobile al proprio narciso egocentrismo. Coloro che si sono fidati reciprocamente sino a convolare in un’unione definitiva e non transitoria. Queste sono lezioni e maestri da ascoltare. E sarebbero da preferire le lectio magistralis impartite dai tanti Leo e Carmen a chi ci vuole far vivere da schiavi in relazioni usa e getta, per poi buttarci, quando non serviamo più, come consumatori, nell’indifferenziata.




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