L’insostenibile leggerezza dell’essere (di Dario del Buono)

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CHE STA SUCCEDENDO AI GIOVANI DEL TERZO MILLENNIO? QUALI CAUSE SONO ALLA BASE DI QUESTA TENDENZA AL SUICIDIO?
Da tempo immemore il passaggio dalla pubertà alla maturità dell’età adulta è sempre stato un evento drammatico al punto che, in tutte le civiltà del passato, erano previsti riti d’iniziazione anche pericolosi per l’incolumità dei giovani che vi prendevano parte.

Nelle società con le regole più rigide, dettate da secoli di tradizione, quelle che hanno più di tutte cercato di regolamentare tutti i rapporti, al fine di soffocare gli impulsi alla sventatezza che identificano proprio la giovane età, quali il Giappone prima degli anni 70/80 del secolo appena trascorso, avevano come valvola di sfogo e fuga solo il suicidio, anch’esso in una certa maniera regolamentato. Infatti, in Giappone, fin dall’antichità c’erano i “giardini del suicidio” dove chi voleva, poteva trovare una fine provocata da piante ed insetti velenosi. E’superfluo aggiungere che i principali utilizzatori fossero le donne ed i giovani.

Indubbiamente questo tema è tanto denso di significati e tanto si è scritto, discettato e analizzato su di esso che rischio di affrontarlo in maniera troppo superficiale se mi cimentassi nell’approfondire ogni sfaccettatura. Quindi, per ovvi motivi di spazio e di logico utilizzo di quest’articolo, vorrei solo approfondire uno dei tanti approcci che a mio parere può chiarirci un po’ le idee. Spunto che prende le mosse dall’analisi della società post industriale, la società che dal dopo guerra ad oggi, ha affrancato l’Umanità fortunata, quella che popola le nazioni ricche, dalla lotta per la sopravvivenza, dal doversi sudare il cibo e l’acqua o un tetto sulla testa.

Di questo troviamo traccia anche nella storia della filmologia americana che, con il mito del giovane Dean in “Gioventù Bruciata” ha sottolineato prima della rivoluzione giovanile degli anni 60, il malessere del vivere “generazionale”.
Cioè il confronto fra la voglia di vivere dei giovani spinta fino all’estremo di tutte le emozioni che si amplifica fino alla tragedia, quando si scontra con la compassata regola del vivere degli adulti/genitori, involontari protagonisti di contestazioni e di proteste culturali che i giovani, spinti e motivati soprattutto da un disagio interiore e da un conflitto con la realtà che li circonda, hanno trasformato nella cosi detta “cultura giovanile”.

Chi è giovane non pensa mai alla morte e chi non pensa alla morte è convinto d’essere immortale!

Ma cerchiamo dove ha le radici questo trasformarsi in massa del malessere di gioventù ed arriviamo al secondo dopoguerra, agli stili della gioventù americana che, ripresasi più velocemente dal trauma bellico della seconda guerra mondiale, fece da nocchiera finchè non si diffusero anche in Europa, creando così un ponte tra il Nuovo e il Vecchio mondo.
La musica e la moda furono i principali centri di influenza con i quali i giovani potevano identificarsi, seguendo modelli come Elvis Presley e James Dean. Quest’ultimo fu appunto, il simbolo della cosiddetta gioventù bruciata: giovani che evadono dalla realtà, in cerca di emozioni sempre più forti, al limite del rischio, quasi sprezzanti della propria vita, promotori della cultura del si vive una volta sola…

Poi gli anni 60, negli USA la Beat generation con l’amore contro i cannoni che si ribella alla guerra in Vietnam e, come nel decennio precedente, si allarga a macchia d’olio nei paesi dell’Europa libera dal giogo sovietico. Nel vecchio continente però, la protesta assume i toni cupi della lotta anche politica, finendo con lo sfociare negli anni di piombo.
Quindi dal 60 in poi, nell’evolversi della ribellione giovanile intesa come movimento di massa, giocano un grande ruolo non solo la musica ma le ideologie e le mode, come se qualcuno molto attento avesse capito che incanalare e dirigere questa energia “verde”, equivaleva a fare soldi da una parte e condizionamento delle società, dall’altra.

Nel secolo scorso con il mondo diviso in due blocchi, questo gioco è stato applicato da entrambe le parti in causa. Per i soldi e la politica, si è giocato a spezzare vite, stravolgere usi e tradizioni.

Ma da sempre possiamo dire che entrambi i blocchi come risultato hanno ottenuto uno sfaldamento progressivo dell’icona che più di tutte incarnava il meglio delle tradizioni culturali e il tramandarsi di generazione in generazione: la FAMIGLIA.
Quella famiglia che è il fondamento degli Stati o Patrie che dir si voglia. Che incarnava e tutt’ora incarna, valori e sentimenti quali il lavoro, la procreazione e la prole, la morale e la giustizia, l’affetto e l’amore …

E arriviamo infine ai giorni nostri. La situazione dei giovani è ancora più problematica. Il senso di alienazione tra di loro è ancor più lacerante. Il mondo è ancora sordo e il disagio interiore non cessa di esistere, anzi. Con l’avvento dei social network e della realtà virtuale i giovani hanno trovato un succedaneo alla famiglia tradizionale, con il web si estraniano sempre più dal mondo reale, chiudendosi in se stessi, continuando a uniformarsi, a fuggire e sballare, cercando nuove forme di divertimento, mentre sempre più le famiglie in sfaldamento, si ritrovano impotenti, impreparate davanti a tutto ciò, aumentando così il conflitto figli-genitori. Genitori che per primi non sanno che vuol dire svolgere il loro ruolo.

La così detta crisi dei valori, intesi come fondamenta dell’essere uomo, trova coniugazione nella crisi della Famiglia, della Religione, dell’integrità delle istituzioni.

Come possiamo stupirci se dei giovani si sdraiano per strada e rischiano la vita “al chi si alza per ultimo” quando sfrecciano le macchine o giovani sradicati dai loro luoghi d’origine, sviati da falsi profeti che predicano false parole di religione e privi di “basi”, si immolano per fare massacri fra i loro stessi coetanei quando tutto quello che li circonda risponde solo alle regole del più sfrenato spreco dettato dal consumismo fine a se stesso?

Forse abbiamo sbagliato a credere ciò che i sociologi illuminati degli anni 70 hanno predicato a lungo, coinvolgendo i pedagoghi e gli insegnanti e cioè che il “Libro Cuore” di De Amicis era tutto sbagliato, arrivando a farci credere che andava letto al contrario … !




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