Theresa May nuovo primo ministro

Per l’Europa è tempo di cambiamenti. Dopo l’avanzata della destra e del fronte contro gli immigrati il caso Brexit ha notevolmente scosso il vecchio continente. E proprio in Europa, ma non nell’Unione Europea in queste ore ci sono stati cambiamenti di gran rilievo. Il Regno di Elisabetta ha accolto in queste ore il nuovo primo ministro Theresa May.
Nata a Brasier il 1 ottobre 1956, figlia unica di un vicario anglicano del Sussex, si è laurata in Geografia all’università di Oxford. Una conservatrice vera. Con una lunga carriera politica alle spalle.
Dal punto di vista lavorativo, Theresa May, ha iniziato la sua carriera nella Bank of England in Francia. Proprio con Margaret Thatcher inizia a fare politica. In molti la considerano esperta, razionale e sobria. Un po’ come la sua madrina politica. Non ha paura di farsi nemici, è più conservatrice di Cameron. “So di non essere un politico che si mette in mostra. Non faccio il tour degli studi televisivi, non faccio pettegolezzi durante i pasti, non bevo nei bar del Parlamento, non parlo a cuore aperto. Faccio semplicemente il lavoro che ho davanti”, ha detto di recente.
La prima elezione ad un seggio al parlamento arriva nel 1997. Da quel giorno una elezione dopo l’altra si è conquistata la fiducia dei Tory e la candidatura a leader del partito. Nel 1999 è diventata segretaria ombra per l’Educazione e nel 2002 prima donna a ricoprire l’incarico di segretaria generale del partito conservatore. I primi ministeri ombra di una lunga serie. Nel 2010 è stata nominata ministra dell’Interno dal premier David Cameron, con l’obiettivo di controllare l’immigrazione e ridurre i crimini. Ci è riuscita, nonostante gli scontri con la polizia per il taglio ai fondi destinati. Nel 2013 ha espulso l’imam radicale Abu Qatada, mossa che le ha dato molta notorietà e le ha permesso di tagliare il traguardo del record di massima durata al ministero dell’Interno nella storia d’Inghilterra.
La mossa che ha permesso a Theresa May di tagliare la strada a Johnson e gli altri concorrenti alla leadership dei Tory è stato lo schierarsi contro la Brexit, ma senza esagerare. Rispettando il desiderio di molti di lasciare l’Ue. “Brexit significa Brexit”, ha detto, e “non ci devono essere tentativi di di restare nell’Ue, di rientrare dalla porta posteriore, di fare un secondo referendum”.
La storia del suo incarico è recente e tutta post Brexit: l’11 luglio Leadsom ha ceduto, lasciando così all’ultima donna rimasta in corsa, il ministro dell’interno Theresa May, la guida del partito e la carica di premier. Non ci saranno divisioni nel partito e la politica britannica eviterà uno stallo di tre mesi. May è considerata una persona affidabile ed entro pochi giorni assumerà l’incarico.
In parlamento la May avrà le mani libere, perché il Partito laburista ha un nuovo leader radicale, Jeremy Corbyn, che è stato eletto un anno fa dai militanti di base ma è sostenuto da meno di un quinto dei deputati del partito. Corbyn è sempre stato ostile all’Unione, e la sua svogliata campagna a favore della permanenza ha contribuito al fatto che un terzo degli elettori laburisti abbiano votato per l’uscita. Il risultato è che i parlamentari laburisti sono in rivolta contro Corbyn, e una figura di spicco del partito, Angela Eagle, sta cercando di ottenerne la guida. I laburisti saranno fuori gioco finché non avranno risolto le dispute interne, quindi May potrà governare senza opposizione per un po’. May aveva sostenuto la permanenza nell’Unione, ma in modo molto discreto. Ora ha promesso di rispettare il volere degli elettori e di condurre il Regno Unito fuori dall’Europa. Ma questo non significa che abbia la benché minima idea di come farlo.
Come ha scritto il Guardian, “oggi appare terribilmente chiaro che non esiste un piano su come e quando il Regno Unito uscirà, nessun piano sui futuri rapporti con l’Europa e assolutamente nessun piano su come creare un consenso politico attorno alle imperfette opzioni politiche che verranno offerte”. La cosa vale sia per May sia per l’ormai inesistente leadership euroscettica.
Cosa è lecito attendersi nei prossimi mesi dalla nuova eletta?
La May si troverà a guidare il paese fuori dall’Europa – ha già detto più volte che “la Brexit è la Brexit e non ci sarà alcun secondo referendum” – tenere insieme il regno, e plasmare un nuovo ruolo per la Gran Bretagna, ora come non mai alla ricerca di una propria identità nel mondo.
Come ha sottolineato Laura Kuenssberg, la political editor della Bbc, il cerchio di Notting Hill, i Tory modernizzatori che facevano capo all’ormai ex premier David Cameron e al Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, finisce in soffitta e la nuova premier nel suo ultimo discorso da semplice candidata alla guida dei Tories ha fatto riferimento agli illustri predecessori, da Churchill a Disraeli, passando per MacMillan e Thatcher, accreditandosi come One-Nation Tory, per un conservatorismo al servizio di tutti e non dei soliti privilegiati.
Unire il partito, andare oltre le ferite e le pugnalate di un leadership contest senza esclusioni di colpi, sarà un compito difficile tanto quanto quello di ottenere un buon negoziato con Bruxelles. I parlamentari sembrano seguirla, fino a che punto non si sa. Il germe dell’autodistruzione si è insediato da anni all’interno dei Conservatori, facendo a pezzi premier popolari come Margaret Thatcher e John Major, abbattendo segretari di partito come William Hague, Iain Duncan Smith e Michael Howard, ed è tornato a colpire sul nervo da sempre scoperto, l’Europa, frantumando le speranze di David Cameron di concludere il suo secondo mandato a Downing Street.
Nel suo ruolo di ministro dell’Interno, May si è scagliata più volte contro la gestione della questione migranti da parte di Bruxelles, accusando l’UE di mettere le loro vite a rischio e nelle mani dei trafficanti. In una lettera al Times del maggio 2015 aveva definito l’iniziativa del governo Renzi su Mare nostrum un “fallimento”. In passato si era espressa anche a favore dell’abrogazione della legge britannica sui diritti umani (lo Human Rights Act del 1998) derivata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Su questi punti si posiziona a destra nel partito, anche se, da abile tattica, ha attenuato queste posizioni man mano che la Brexit sembrava possibile e il partito era pronto a sostenerla per la premiership.
L’essere stata, tra le altre cose, anche Ministro per le Pari Opportunità le ha dato visibilità anche nel mondo delle associazioni che si occupano di gender equality, diventando una speaker apprezzata della Fawcett Society, la più prestigiosa organizzazione britannica in tema di uguaglianza dei diritti tra uomo e donna.
Ma il suo essere “post-ideologica”, come l’ha definita il Financial Times, l’ha portata spesso anche a cambiare posizione e ripiegare sulle scelte del partito. Nel 2002 aveva preso posizione contro le adozioni per le coppie omosessuali, attirandosi le ire della comunità LGBT. Quando però, nel 2012, Cameron portò avanti con decisione ai Comuni la legge sui same-sex marriage, May fu la prima tra i politici Tories di primo piano ad appoggiarlo, sostenendo che “se due persone, anche dello stesso sesso, si amano, devono avere il diritto di sposarsi”.
La sua premiership sarà valutata in base all’accordo che riuscirà a ottenere con l’Europa, e da come riuscirà a tenere insieme i pezzi di un Regno che, di recente, è attraversato da spinte indipendentiste, recrudescenze razziste e dal grande divario socioeconomico tra la ricca e cosmopolita Londra, e le città e i borghi post-industriali e rurali che hanno voltato le spalle all’UE.
Una situazione molto delicata in un periodo politico difficile per l’Europa e non solo: la Turchia che vorrebbe entrare nell’Unione Europea ed altri paesi che minacciano di uscirne. Le tensioni con la Russia, il silenzio e l’abbandono totale nelle sue difficoltà interne del popolo greco, le nuove elezioni in Austria che potrebbero dare un nuovo volto politico al paese, senza dimenticare le polemiche e le rimostranze di uno dei Paesi che sta meglio economicamente come l’Ungheria del ribelle Viktor Orban.




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