Cinema – Film – La straordinaria storia di Menocchio che voleva cambiare il mondo

Menocchio – Menocchio, film di Alberto Fasulo con Marcello Martini, Maurizio Fanin, Carlo Baldracchi, Nilla Patrizio, Emanuele Bertossi. È la storia di Domenico Scandella detto Menocchio, mugnaio che alla fine del Cinquecento affrontò il tribunale della Santa Inquisizione difendendo le proprie teorie eretiche sulla natura di Dio e sulla Chiesa di Roma. 103 minuti di un dramma la cui storia il film desidera ricostruire ma che certamente non appare morbido con l’inquisizione e quindi la Chiesa del 1500.

Il film infatti narra come laa Chiesa Cattolica Romana, sentendosi minacciata nella sua egemonia dalla Riforma Protestante, sferra la prima sistematica guerra ideologica di uno Stato per il controllo totale delle coscienze. Il nuovo confessionale, disegnato proprio in questi anni, si trasforma da luogo di consolazione delle anime a tribunale della mente. Ascoltare, spiare e denunciare il prossimo diventano pratiche obbligatorie, pena: la scomunica, il carcere o il rogo. Menocchio, vecchio, cocciuto mugnaio autodidatta di un piccolo villaggio sperduto fra i monti del Friuli, decide di ribellarsi. Ricercato per eresia, non dà ascolto alle suppliche di amici e famigliari e invece di fuggire o patteggiare, affronta il processo. Non è solo stanco di soprusi, abusi, tasse, ingiustizie. In quanto uomo, Menocchio è genuinamente convinto di essere uguale ai vescovi, agli inquisitori e persino al Papa, tanto che nel suo intimo spera, sente e crede di poterli riconvertire a un ideale di povertà e amore.

Il regista Alberto Fasulo parla e scrive così del suo film: “Menocchio è un film diverso dai miei precedenti. È qualcosa che mi porto dietro dagli anni della scuola dell’obbligo, quando per la prima volta sentii parlare di Menocchio e che probabilmente negli anni ha maturato dentro di me. L’incontro con il Circolo Menocchio di Montereale Valcellina e lo studio dei verbali originali del suo processo è stato importante come è stato determinante prendere le distanze dal famoso “Formaggio e i Vermi” di Carlo Ginzburg. Il mio film è il racconto di come Menocchio sia giunto a voler rinnegarsi pubblicamente. La grande sfida è stata quella di riuscire a dar corpo alla coscienza di questo mugnaio, a questo campo di battaglia in teoria astratto, che sentivo essere al centro di questo mio nuovo film. Se all’inizio, nella stesura della sceneggiatura, avevamo considerato la coscienza come un fatto individuale, mano a mano che ci siamo addentrati nel cuore della ricerca e della scrittura, ci siamo accorti che non saremmo mai riusciti a imprimere la tridimensionalità, l’attualità e l’urgenza che sentivamo necessari, se non avessimo chiamato in campo il terzo elemento fondamentale della nostra storia: la comunità del paese. In fondo tutta la partita della vicenda di Menocchio si gioca all’interno di questo triangolo: Potere del Sistema ‐ Individuo ‐ Comunità. Ed è qui che abbiamo identificato il cuore del film, perché la parabola di Menocchio non è quella di un martire, mandato al rogo in nome delle proprie idee. O perlomeno non è solamente quella. La sua storia è più complessa, più contraddittoria, più vicina, più umana, perché un eretico che decide di rinnegare le proprie idee deve poi fare i conti non solo con la propria coscienza, ma anche con la macchia che questa abiura comporterà all’interno della sua comunità di appartenenza, specie se ha speso anni e anni a predicare la propria visione del mondo giurando di essere disposto persino a morire in sua difesa.

Possiamo speculare quanto vogliamo sulle ragioni intime e profonde che condussero Menocchio alla decisione dell’abiura, ed ogni spettatore se vorrà potrà schierarsi o meno a favore di un personaggio la cui unica vera colpa era quella di voler migliorare il mondo in cui viveva. È peccato voler migliorare il proprio mondo? Mettere in discussione la propria cultura? Il proprio status quo? Cosa sarebbe stato giusto pensare, dire, fare? Bisogna sottomettersi o provare a cambiare le cose di questo mondo, del nostro vivere? Non è mai stata mia intenzione realizzare un film storiografico rincorrendo un’improbabile (forse impossibile?) fedeltà filologica agli eventi. Voglio, invece, sfidare il genere storico per creare un cortocircuito con la realtà, e spostare l’attenzione del pubblico sul valore intrinseco di Menocchio. Fin dall’inizio ho sentito la necessità di confrontarmi con questo personaggio, riconoscendo in Menocchio un’evidente statura morale, ma poi ho compreso che il raggio della sua azione (e della riflessione che innesca) è ben più ampio; tutta la realtà attorno al protagonista ne viene in qualche modo coinvolta fino ad arrivare ad occupare il centro della scena. Si tratta di una relazione viscerale, potente, esistenziale, diretta, di vita o morte, che nella sua declinazione tra uomo e uomo, uomo e materia, materia e pensiero rivela le nostre radici ataviche. In un’epoca in cui qualsiasi minimo afflato etico, sacrale o spirituale che sia, viene ridicolizzato, distrutto, disintegrato con un semplice tweet, o commento su facebook, è quanto mai attuale la parabola di un uomo che cerca disperatamente il modo di lottare contro il potere e si ritrova invece a dover fare i conti anche con la paura, il tradimento e la complicità di amici che lo vorrebbero zittire. Detto ciò non desidero dare una lettura univoca del film ma voglio che apra un dibattito sull’etica dell’individuo in quanto parte di una comunità di fronte ad un potere. Io credo che il cinema sia l’arte dell’incontro, un incontro di varie arti che diventano insieme un’altra ancora, un incontro con un personaggio che ossessiona, con un attore che incarna il personaggio che ha in testa. In questo film d’incontri ne ho fatti moltissimi e certamente l’incontro con Marcello Martini è stato il momento in cui ho sentito che questo film si doveva realmente fare, perché non è facile trovare una persona che abbia nella sua biografia e nella sua natura intrinseca una così stretta vicinanza con il personaggio che immaginavo. Ho cominciato ad entrare nel film passando ore nei musei a studiare nei dettagli i pittori del ‘500 contemporanei a Menocchio. Era la prima volta che mi cimentavo con un film di genere, ma non ero spaventato piuttosto incuriosito. Avendo molti interrogativi per ogni aspetto del film, incominciai a cercare possibili risposte già nei quadri e negli affreschi dell’epoca. Così che nella massima libertà ho incominciato a prendere direttive su come avrei desiderato vedere il film da spettatore. Un altro aspetto importante di quel momento, è stato constatare che le persone raffigurate davanti a me non erano mai conosciute, famose, ma semplici persone che con la loro fisiognomia, la loro postura, i loro vestiti e l’ambiente i cui erano colti mi si presentavano diventando personaggi. E così questo aspetto mi ha portato a riflettere se lavorare con attori affermati, che vengono immediatamente riconosciuti o con attori non riconoscibili. Ho scelto di fare il film con persone semplici e di guidare le mie scelte in base alla loro fotogenia, alla loro biografia, alla sensazione che ho avuto nel fargli la prima foto durante i street casting. È stato un viaggio, lungo, nelle vallati del Friuli e del Trentino, dalla Val Pesarina alla Val Cimoliana, dove come un entomologo cercavo di comporre l’umanità che avrebbe avvolto il mio Menocchio. Volevo comprimere i 500 anni di differenza e far percepire allo spettatore odierno la prossimità dei personaggi e quindi della storia. È banale dire che oggi la storia di questo mugnaio ci riguarda, forse è ancora più importante far percepire il processo psichico di Menocchio che lo ha portato proprio contro se stesso.

Fasulo nato nel 1976, ha iniziato a lavorare nell’industria cinematografica come assistente alla regia, tra film
di finzione e documentari creativi, imparando il lavoro sui set cinematografici. Nel 2008 dirige e
produce il suo primo lungometraggio, il documentario Rumore Bianco, selezionato in molti festival
internazionali e distribuito al cinema in Italia. Con Rumore Bianco, viene segnalato dalla critica Italiana
quale nuovo promettente autore. Nel 2013 dirige il suo primo lungometraggio di finzione, TIR, con cui
vince il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film all’VIII edizione del Festival Internazionale del Cinema di
Roma. Nel 2015 partecipa al 68° Festival del film di Locarno con Genitori, un film documentario che
affronta il tema della disabilità da un punto di vista inedito, evitando pietismi, retorica e ironia.

Ma Che cosa ti ha colpito nella figura di Menocchio da decidere di dedicargli un film?
“Certamente è stata la sua statura morale. La statura di un uomo qualunque, un uomo come potremmo essere anche noi. Sono sempre stato a conoscenza dell’esistenza di Menocchio, nella mia regione da trent’anni esiste un circolo culturale a lui dedicato, sono stati fatti spettacoli teatrali, che ho visto anche durante le scuole dell’obbligo. Ce ne hanno sempre parlato a scuola essendo lui vissuto nella Pedemontana della mia provincia. Quando ho cominciato la ricerca storiografica su Menocchio, attraverso i verbali originali del suo processo, ho incominciato a fare un sogno che è divenuto ricorrente. Mi è capitato anche durante il montaggio del film. “Sono in un palazzo fatiscente senza porte e finestre, in mezzo al nulla di notte, c’è molta gente, c’è una festa o qualcosa per cui tutti sono molto eccitati, io non conosco nessuno e nessuno è interessato a me, dopo qualche perlustrazione nei vari piani, scendo nel giardino e lì, allontanandomi dall’edificio, nel buio più assoluto, incontro un uomo che mi guarda seriamente. Non mi spaventa e sono consapevole che è Menocchio.” Ogni volta che incontro nel sogno questo sguardo mi sveglio con la voglia di ritornare nel sogno per saperne di più. Mi è rimasta forte la sensazione del suo sguardo. Quegli occhi misteriosi, indecifrabili, caldi, paterni, ma anche severi, rabbiosi, e aggiungo coscienti che sono stati la presenza alla mia ostinazione nel portare a termine questo film”.

Il film è basato sugli atti del processo. Questa fedeltà storica non è mai stata messa in discussione?
“ I verbali del processo sono stati il punto su cui è cominciata la ricerca storiografica, ma sono stati messi in discussione immediatamente, primo perché sono scritti da un notaio che a memoria trascriveva solo le risposte dell’imputato e poi perché, come ho già detto, non ero interessato a fare un film storico e nemmeno a prendere a pretesto Menocchio per sostenere delle tesi storiche. Mi interessava incontrare quest’uomo per capire, per sentire, per ascoltare la sua esperienza e attraverso la sua storia parlare di un tema per me importante come la libertà di pensiero e delle conseguenze che ne derivano dalla scelta di sacrificarsi per tale libertà.

Verso la fine il film si apre a un salto in un’altra dimensione che trasfigura la realtà come mai
hai deciso di includere queste scene?
Il sogno carnevalesco, che in sceneggiatura non era un sogno, è stato importante per
raccontare che Menocchio era cosciente che abiurando le proprie idee che aveva
sempre difeso e sostenuto, avrebbe distrutto profondamente la sua credibilità, la sua
vita, la sua integrità morale ed etica per gli altri e per sé. È un passaggio fondamentale
del nostro Menocchio perché carica di significato intrinseco quell’ultimo sguardo di un
uomo che sa di essere stato artefice del suo destino e non ha un giudizio per questo ma
comunque se ne assume la responsabilità senza essere né eroe né vittima.

L’elemento sociale e quello spirituale sono intrecciati e inscindibili, mettere in discussione l’uno significa sfidare l’altro. E pagarne le conseguenze. Il mugnaio lo sa, ma non arretra di un passo, con il cipiglio fiero delle rughe e dell’occhio glauco di Marcello Martini, attore per caso. L’aver individuato il volto del protagonista è solo uno dei miracoli di Alberto Fasulo, che in Menocchio muta ed eleva il proprio stile, rendendolo pittorico e materico.




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