Cinema – Film MINE e quel passo da fare
Quante volte nella vita ci siamo fatti bloccare dalla nostra mente, da ricordi dolorosi, da paure interiorizzate, da sensazioni di impossibilità? ‘Mine’ è molto di questo ma anche l’espressione della brutalità della guerra, delle sue violenze, dell’umanità di alcuni soldati ma soprattutto del timore di compiere quel passo in avanti che non sempre deve essere nel buio ma può significare pace, bellezza, serenità. Un soldato (Armie Hammer) sta tornando al campo base dopo una missione, ma inavvertitamente poggia il piede su una mina antiuomo. Non può più muoversi, altrimenti
salterà in aria. In attesa di soccorsi per due giorni e due notti, dovrà sopravvivere non solo ai pericoli del deserto ma anche alla terribile pressione psicologica della tutt’altro che semplice situazione. Perché? ‘Because’ ogni venti minuti qualcuno nel mondo mette un piede su una mina.
Le mine possono rimanere attive fino a cinquant’anni. L’esplosione avviene appena il peso si solleva dalla mina, determinando una sensibile variazione di pressione sulla stessa. Una volta che il peso attiva la mina, non c’è modo di disinnescarla.
Il film si può definire l’opera prima di due amici prima e registi poi, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro e si giova di un cast di bravi attori formato da Armie Hammer, Tom Cullen, Annabelle Wallis e Clint Dyler.
Fabio Guaglione e Fabio Resinaro da tempo stavano cercando una storia che li rappresentasse e potesse metterli nelle condizioni migliori per esprimere la loro visione ed il loro modo di raccontare storie. Dopo diversi progetti non andati in porto, si sono focalizzati sul definire un progetto che avesse una forte idea di base e che permettesse di trovare un attore protagonista di richiamo,
grazie alla scrittura di un ruolo principale molto impegnativo, che diventasse una sfida
stimolante da accettare. Dopo aver visto numerosi film ambientati in uno spazio chiuso sempre più angusto (una casa, una stanza, una seggiovia, una cabina telefonica), i due registi hanno sentito
l’esigenza di trovare un concept che permettesse un’unità di tempo e luogo in maniera
alternativa, soprattutto perché – rimanendo in questo genere – sarebbe stato impossibile
essere più estremi e originali di Buried – Sepolto, un film ambientato tutto nello spazio
chiuso per eccellenza, una bara.
In conferenza stampa i due registi sono concordi: “Abbiamo pensato quindi di andare nella direzione opposta, un uomo bloccato in uno spazio infinito, desolato e ostile. È così che ci è venuta in mente l’idea di un soldato che ha messo un piede su una mina. Abbiamo subito capito che lo scenario avrebbe permesso la creazione di diverse situazioni interessanti, nonché un vero e proprio oneman-show che avrebbe attirato un attore di richiamo.”
Questo film, che parla di un uomo bloccato in una condizione di sopravvivenza al limite,
impossibilitato a proseguire nel suo percorso, è in qualche modo metafora della situazione dei due registi nel periodo in cui hanno iniziato a pensare a questa storia. “Non pensiamo che si tratti di un semplice caso, come niente mai lo è. Cercare di crearsi un percorso, facendosi strada tra le insidie del mercato cinematografico internazionale, ci ha condotti in una situazione molto simile a quella del nostro protagonista, per cui ogni mossa può essere un passo falso. Capire come proseguire può essere molto difficile e snervante, se ci si fa prendere da ansie e paure. Per questo possiamo dire che si tratta di un lavoro molto personale, quasi autobiografico.” Proprio durante lo sviluppo della sceneggiatura, nelle vite personali di entrambi si sono succeduti tanti e tali avvenimenti da far convogliare sul progetto un’energia emotiva talmente potente che ha poi funzionato come propulsore anche nei momenti di maggiore difficoltà. Avevano evidentemente bisogno di mettere un piede su una mina per ritrovare il coraggio di andare avanti e comprendere in maniera più profonda il loro percorso come registi ed esseri umani. La nostra intenzione, da sempre, è
quella di raccontare storie universali ed è questo che ci spinge naturalmente ad affacciarci al mercato internazionale. Non si tratta di una scelta strategica ma è semplicemente il luogo naturale in cui le nostre storie, rappresentate sia attraverso strutture narrative evidenti ad una prima lettura che simboli diretti all’inconscio del fruitore, possono trovare casa.”
Mine racconta di un uomo che, in virtù della situazione che lo tiene imprigionato, deve affrontare le sue paure. Ci rivelano: “In una lunga notte di telefonate transoceaniche e di Skype-call incrociate tra Los Angeles e Milano, ci siamo confrontati con i produttori, e abbiamo deciso di procedere. È così che è iniziato il viaggio.”
Bisognava capire quali fossero i temi che l’immagine simbolica dell’uomo bloccato tra la vita e la morte potesse suggerire, nel tentativo di creare una storia universale che potesse parlare al maggior
numero di persone possibile, coinvolgendole in un vero e proprio viaggio dell’anima.
I due registi sottolineano: “Per noi questo film rappresenta una metafora della condizione umana; a ognuno di noi è capitato di ritrovarsi in una situazione di stallo, un momento della vita in cui ci sembra di essere bloccati. ‘Andare avanti’ sembra impossibile, significherebbe rinunciare a tutto quello che abbiamo e in cui ci identifichiamo. Nel film abbiamo cercato di esplorare questa condizione mentale con un viaggio che si muove sempre di più dalle circostanze esterne di un ambiente ostile verso l’interno del personaggio, il suo subconscio. Il nostro obiettivo era quello di fare quasi dimenticare gradualmente allo spettatore la domanda che nei primi due terzi della pellicola è protagonista e fondamento della tensione che abbiamo messo sullo schermo, ovvero,
“come riuscirà a cavarsela?” Nell’ultima parte del film la cosa che più ci interessava era
quella di spostare l’attenzione sul conflitto interiore del personaggio di Armie Hammer, il
conflitto che dà il senso ultimo al film, che narra molto di più della storia di un soldato
bloccato su una mina.” Ai registi interessava infatti raccontare una storia in cui il mondo a cui danno vita, ed in cui lo spettatore si immerge, altro non è che il riflesso dello stato d’animo del protagonista e dello spettatore, che accetta di partecipare a questo viaggio attraverso un processo empatico che bisogna costruire con immagini, suoni e passaggi narrativi. L’allegoria dell’uomo bloccato da una condizione che non è solamente esterna è nata quasi spontaneamente. Spiegano i registi: ”Quando ci si è presentata l’immagine del soldato fermo, solo e senza speranza, nella vastità di un deserto sconfinato, lo sviluppo psicologico della storia, nella direzione della similitudine con questa comune condizione umana, è stato naturale: allo stesso modo tutti gli altri elementi, i personaggi secondari e tutti i momenti della vicenda si sono intrecciati in maniera armoniosa e sinfonica in questa allegoria in cui il protagonista impersona vari livelli della condizione umana.”
A una prima lettura, Mike è un soldato freddo e meticoloso che ha abbandonato qualcosa di importante e di valore, per compiere il suo dovere. Si trova catapultato in una condizione di sopravvivenza estrema e farà affidamento al suo addestramento e alle sue qualità per sopravvivere ma, mano a mano che la storia prosegue, le prove a cui lo sottopone il deserto lo costringono a spogliarsi della sua veste rigorosa e a mettere in dubbio non solo la sua attitudine mentale, bensì tutta la sua storia, tutto quello che lo ha condotto fino alla mina, fino a quello che è solo uno dei diversi passi falsi della sua vita. Il suo percorso di vita assume quindi un senso proprio in virtù di quest’ultimo passo, che potrebbe essergli fatale.
Parlando di simboli, ad esempio, lo “spogliarsi” delle vecchie convinzioni in virtù dell’addentrarsi sempre di più nella propria anima, visivamente diventa il processo che porta il soldato a disfarsi progressivamente della sua uniforme e dei suoi attrezzi. Da apparenti mezzi essenziali alla sopravvivenza, man mano che il tempo passa, sembrano diventare solo un’ingombrante e pesante corazza di cui il cavaliere si vuole liberare una volta per tutte. Per l’esplorazione di questo aspetto, come in tutte le storie archetipiche, è stata fondamentale l’introduzione di una figura di mentore che fosse diametralmente opposta a quella di Mike: il Berbero, un personaggio nomade, qualcuno abituato a vivere in quell’ambiente, con una cultura ed una mentalità completamente diversa da quella del soldato. A un secondo livello di lettura quindi, l’incontro tra i due personaggi rappresenta
lo scontro filosofico di due culture e modi di pensare opposti, che nella storia del genere umano hanno rappresentato una diatriba fondamentale. Da una parte abbiamo il soldato Mike che rappresenta l’Occidente materialista, alla conquista di nuove terre e risorse, che riflette un modo di essere e pensare legato al possesso e alla conservazione di quello che ha, del passato, dei ricordi e che soprattutto vede l’ambiente esterno, la natura, come separato da sé ed ostile. Dall’altra parte abbiamo un nomade, una figura anche visivamente opposta al protagonista. Nel film vediamo il Berbero muoversi con scioltezza all’interno del campo minato, a differenza di Mike che rimane completamente immobile. La sua mentalità è quella di chi non ha legami con il passato, ha fiducia nell’ambiente che lo circonda ed è sempre proiettato verso il suo prossimo passo. L’incontro tra i due, per un pubblico occidentale, è assimilabile a quello tra un esploratore dello spazio e un rappresentante di una razza aliena. L’alieno è fondamentale per instillare in Mike il seme del dubbio su tutto quello che crede di conoscere della realtà e di se stesso. Esiste quindi un Mike ‘soldato’ ed un Mike ‘uomo dell’occidente’, ma c’è anche un terzo livello molto interessante. Spiegano così: “Noi stessi lo abbiamo riscoperto mentre lavoravamo alla sceneggiatura, in cui la storia sembra parlare della vicenda di Mike come simbolo della coscienza umana, come se tutto il racconto stesse in realtà costruendo un’allegoria del percorso che l’io più profondo deve fare per scoprire la verità
su se stesso. Ovviamente sappiamo che la presa di coscienza è un elemento imprescindibile di ogni buona storia, e che è facile ritrovarla in qualsiasi buon lavoro di narrazione, spesso al di là della volontà degli autori stessi. In questo caso però, è stato molto divertente ed emozionante riscontrare come nella storia fossero comparse, quasi di loro spontanea volontà, tutte quelle figure archetipiche dei più antichi e importanti racconti d’iniziazione”. Esistono diversi celebri racconti iniziatici travestiti da fiabe, le cosiddette ‘fiabe alchemiche’, e uno dei più celebri è senz’altro Pinocchio di Collodi, in cui il burattino protagonista affronta una serie di prove iniziatiche per prendere coscienza di sé e diventare ‘un bambino vero. È stato per noi affascinante riscontrare come, per diventare ‘un uomo vero’, Mike trovi sul suo percorso in Mine i corrispettivi del Grillo Parlante, della Fatina, del Ventre della Balena, della ribellione e ritorno al Padre, l’oro, la dimensione onirica. Ci piace quindi pensare a Mine come un solido thriller psicologico ma anche, per chi avrà voglia di esplorarlo in tal senso, come un archetipico racconto d’iniziazione: un viaggio della coscienza alla scoperta di se stessi.”




















