Paolo VI ed il Pensiero Estetico. Verità e bellezza nell’azione pastorale dell’Arcivescovo Montini poi Papa Paolo VI dentro la realtà del mondo e della Chiesa

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Paolo VI – Editoria ed arte – Il prossimo 29 maggio in occasione della memoria liturgica di Paolo VI (Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini 1897-1978) e del Centenario della sua ordinazione sacerdotale (29 Maggio 1920 – 29 Maggio 2020) esce il volume “Il Pensiero Estetico di Paolo VI. Verità e bellezza nell’azione pastorale dell’Arcivescovo Montini poi Papa Paolo VI dentro la realtà del mondo e della Chiesa”, a cura di Michela Beatrice Ferri, con prefazione di Giselda Adornato, presentazione di Olimpia Niglio e testi di Cecilia De Carli, Maria Antonietta Crippa, Elena Di Raddo, Micol Forti, Samuele Pinna, Paolo Sacchini, Luigi Codemo, Sara Bodini, Jacopo Ambrosini, Antonio D’Amico, Giovanni Gazzaneo e Pepi Merisio.

Paolo VI è da tutti ricordato anche come il papa dell’internazionalizzazione, il primo a viaggiare per raggiungere mete molto lontane, come mai nessuno dei suoi predecessori aveva fatto. Paolo VI, infatti, è stato il primo Papa a visitare tutti i cinque continenti e incontrando personalità del mondo civile, politico e religioso tra cui il presidente degli Stati Uniti John Kennedy, il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Martin Luther King, il Dalai Lama, la premier di Israele Golda Meir, solo per citarne alcuni.
Ma in occasione del centenario della sua ordinazione questo straordinario volume offre una completa e dettagliata ricognizione del pensiero estetico di Giovanni Battista Montini-Paolo VI (1897-1978), a partire dalla sua riflessione sul ruolo dell’arte sacra contemporanea degli anni del sacerdozio, passando per la dottrina estetica degli anni del suo episcopato milanese, fino alla “teologia della bellezza” degli anni del suo pontificato. Il lettore ha quindi modo di ripercorrere le tappe della sua azione pastorale rivolta al mondo delle forme artistiche elaborate in funzione dello spazio sacro e del messaggio cristiano.

Dall’analisi degli eventi e dei testi che Montini-Paolo VI dedica alla riflessione sulla fenomenologia artistica in generale e sulla funzione religiosa dell’opera d’arte in un contesto che è prevalentemente quello specifico dell’arte sacra e liturgica, emerge una compiuta e significativa posizione debitrice soprattutto del pensiero filosofico, nello specifico estetico, di Jacques Maritain, e dell’amicizia di pensatori quali Jean Guitton.
Il volume è pubblicato da TAB Edizioni di Roma.

Paolo VI, una figura di alta spiritualità ma anche di ricca dotazione intellettuale, innestata all’interno di un periodo storico molto complesso e, per certi versi, tormentato e fin drammatico.

Paolo VI e l’arte è un binomio che giunge da lontano: nella Cappella Sistina e rivolto al mondo delle arti per ritessere una nuova alleanza sulla scia di un passato glorioso disse il pontefice: «Esiste ancora, esiste anche in questo nostro arido mondo secolarizzato, una capacità prodigiosa di esprimere, oltre l’umano autentico, il religioso, il divino, il cristiano». Significativamente il volumetto era illustrato con le immagini di un pittore contemporaneo, il giapponese Sadao Watanabe. Una decina d’anni prima, proprio nello stesso spazio glorioso della Sistina, ove «l’Arte religiosa diede saggio della sua potenza, dispiegando nelle sue immagini quel concerto di grandezza ideale e di bellezza estetica», Paolo VI aveva convocato un folto gruppo di artisti di ogni disciplina. Era il maggio 1964.

La grande sfida dell’artista era alla fine la stessa del credente autentico, «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parole, di colore, di forme, di accessibilità». Già il noto scrittore tedesco Hermann Hesse nella sua opera Klein e Wagner (1920) non esitava ad affermare: «Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio».

Un anno dopo l’intervento nella Sistina, l’8 dicembre 1965, erano i Padri del Concilio Vaticano II a lanciare questo messaggio agli artisti: «Il mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani».

Quando papa Montini in quell’estate del 1973 inaugurò la «Collezione d’Arte Religiosa Moderna» circa 250 artisti, la maggior parte viventi, firmavano 700 opere distribuite in oltre 50 sale. Attualmente i soggetti esposti sono più selezionati (circa 400) all’interno di una raccolta, però, di ben 8000 opere. Certo, l’arco cronologico travalica la contemporaneità in senso stretto. Si va, infatti, dalla Pietà, un olio su tela di 41,4 x 34 cm, di Van Gogh all’emozionante installazione di Studio Azzurro presentata nel primo padiglione della S. Sede alla Biennale di Venezia nel 2013. Similmente si procede da una splendida Sala Matisse con una raccolta di meraviglie come quelle casule sacre ritenute da Picasso «leggere e vitali come farfalle» o dalla cappella interamente arredata da Manzù per don Giuseppe De Luca o ancora dall’Innocenzo X di Bacon donato da Gianni Agnelli, fino a una stupefacente enorme Goccia d’acqua in bronzo di Azuma.

Paolo VI aveva incarnato in questa imponente raccolta la sua volontà di dialogo con la cultura contemporanea. Aveva, poi, convocato anche alcuni artisti a operare in Vaticano come Consadori, Filocamo, Longaretti, Manfrini, Scorzelli, Minguzzi, Fazzini (suo è il grandioso Cristo risorto dell’Aula Paolo VI, progettata dall’architetto Nervi), talora con esiti non sempre felici (come nel caso dell’adattamento della Cappella Paolina, riportata successivamente di nuovo al suo nitore primigenio). Ci fu persino un suo desiderio frustrato: ambiva, infatti, ad avere nella «Collezione» un’opera di Picasso, ma il pittore gli oppose un rifiuto basato su motivazioni ideologiche. Certo è che dobbiamo a papa Montini l’appello, purtroppo nella pratica ecclesiale poco ascoltato, di riannodare il connubio tra arte e fede, nella consapevolezza che gli universali teologici non sono solo il Verum e il Bonum, la teologia e la morale, ma anche il Pulchrum, cioè l’estetica, come ha insegnato quel grande teologo che è stato Hans Urs von Balthasar.

Sappiamo, poi, quanto stretto sia stato il nesso tra arte e fede nei secoli che stanno alle nostre spalle attraverso la sterminata creazione di capolavori che incarnavano la via pulchritudinis, ossia la via della bellezza come analogia per dire Dio in modo non solo vero ma anche bello, avendo nelle mani il codice iconografico della Bibbia e della fede cristiana. Anche papa Francesco, nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) – appoggiandosi al De musica di sant’Agostino secondo il quale «non amiamo se non ciò che è bello» – ha seguito il magistero montiniano esaltando «l’uso delle arti nella stessa opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali, al fine di trasmettere la fede in un nuovo linguaggio parabolico» (n. 167).

Il 4 aprile 1999, giorno di Pasqua, sarebbe stato s. Giovanni Paolo II a riprendere il filo di questo dialogo – un filo che continuava ad allentarsi – con la sua famosa Lettera agli artisti: «La vostra arte contribuisca all’affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell’eterno». A dieci anni di distanza da quel testo, il 21 novembre 2009, il papa Benedetto XVI aveva voluto rieditare l’atto del suo predecessore Paolo VI convocando di nuovo, sempre nell’ambito emozionante della Sistina col suo fondale michelangiolesco, trecento artisti di ogni tipologia provenienti da tutto il mondo, per «ricordare che la storia dell’umanità è movimento ed ascensione, è inesausta tensione verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che sempre eccede il presente mentre lo attraversa» e di questo credenti e artisti sono, ciascuno a suo modo, testimoni e artefici.




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