Spettacolo – Cinema – Film: Mia e il leone bianco

Mia e il leone bianco – E’ nelle sale cinematografiche italiane da qualche giorno, il film francese “Mia e il leone bianco”, pellicola di Gilles de Maistre con Daniah De Villiers, Mélanie Laurent, Langley Kirkwood, Ryan Mac Lennan, Lionel Newton.

Mia è solo una bambina quando stringe una straordinaria amicizia con Charlie, un leoncino bianco nato nell’allevamento di felini dei genitori in Sudafrica. Per anni i due crescono insieme e condividono ogni cosa. Ormai quattordicenne, Mia scopre che il suo incredibile legame con Charlie, divenuto uno splendido esemplare adulto, potrebbe finire da un momento all’altro… Una produzione ambiziosa durata tre anni, in cui la giovane Mia e il cucciolo di leone crescono insieme di fronte alla macchina da presa. Una storia potente, coinvolgente, emozionante che vi toccherà il cuore.

Il film è stato girato durante un periodo di tre anni: un arco di tempo abbastanza lungo da permettere di notare la vera crescita di Mia e del leone bianco. Un branco di 6 leoni è cresciuto insieme durante la produzione del film, tra cui Thor – che impersona il protagonista Charlie – un altro leone maschio e 4 leonesse. Kevin Richardson, zoologo esperto di leoni noto anche come “L’uomo che sussurrava ai leoni”, ha supervisionato l’intero processo di produzione e tutte le interazioni tra i leoni e i bambini, assicurandosi che entrambe le parti fossero trattate con rispetto e in totale sicurezza. Dopo la produzione, i 6 leoni sono rimasti insieme e vivono oggi nella riserva di Kevin Richardson grazie a un fondo creato dal team di produzione. Solo tre persone potevano interagire con i leoni – Daniah, Ryan e Kevin Richardson – per garantire un ambiente di lavoro sicuro sia per gli attori sia per gli animali.

Kevin Richardson è un ambientalista e cineasta di fama mondiale, riconosciuto anche come “L’uomo che sussurrava ai leoni”. La sua missione è quella di evidenziare le condizioni del predatore più iconico dell’Africa, il leone, attraverso il suo lavoro nei media e al fianco di altri attivisti, ricercatori e scienziati ed ha risposto ad alcune curiosità sul film e sul rapporto tra uomo e leoni.

Come sei arrivato a lavorare al progetto?  “Ho incontrato Gilles de Maistre (il regista)  per la prima volta nel 2012. All’epoca ero in procinto di spostare il mio rifugio per leoni e voleva filmarmi durante il mio lavoro. Poiché ciò non era possibile, mi ha chiesto se avevo altre idee. Abbiamo deciso di sviluppare una storia di fantasia, un dramma familiare che parlasse a tutti e che tutti avrebbero voluto vedere anche per divertirsi, non solo per saperne di più sul messaggio che sta alla base della storia. Abbiamo quindi iniziato a pensare a come strutturare il film e abbiamo deciso che sarebbe stato bello intrecciare l’idea del tradimento all’interno del racconto: la storia di un padre che tradisce la fiducia della propria figlia in relazione al suo leone. Ma filmare una relazione tra un bambino e un leone era impossibile. L’unico modo era lavorare con il leone da cucciolo facendogli “adottare” il bambino come se fosse suo. All’improvviso, le idee più folli sembravano trasformarsi in realtà. Un giorno Gilles mi chiamò da Parigi e disse: “Sta succedendo – stiamo facendo il film!”. Da quel momento in poi, è stato tutto un po’ confuso. Questo tipo di storia di fantasia è molto più complicata da creare rispetto a un documentario, specialmente se si decide di rimanere il più fedeli possibile al rapporto tra leone e bambino, come abbiamo fatto noi. L’amicizia doveva essere reale affinché il pubblico si sentisse emotivamente coinvolto e provasse tutta la forza del tradimento. Quindi era cruciale che la nostra bambina fosse in grado di costruire un legame con il leone fin dalla più tenera età. Ho preso in considerazione l’idea di usare mio figlio nel film, ma era troppo giovane. Quindi dovevamo trovare qualcuno abbastanza pazzo da affidarci il suo bambino per un periodo di tre anni, qualcuno che era aperto all’idea di far crescere il proprio figlio accanto ai leoni. E quella era la vera sfida: non si trattava di trovare i figli giusti, quella parte non ci preoccupava. Si trattava di trovare i genitori giusti”.

Come hai allenato Daniah e Ryan? “È stato davvero intenso! Tre anni di lavoro, con tre sessioni full-immersion ogni settimana, ogni sessione durava da due a tre ore. Inizialmente mi sono immerso totalmente in questo progetto perché avevo bisogno di impostare il lavoro di base. Sono stato quindi in grado di consegnare poi le cose a una squadra che si occupava di eseguire una o due sessioni delle tre settimanali. Quando il leone raggiunse un certo stadio, ho dovuto lavorare di nuovo a tempo pieno sul progetto, perché c’erano delle svolte cruciali che dovevano essere affrontate, tra cui alcune cose che dovevo insegnare ai bambini sui leoni e su come fosse necessario comportarsi con loro. Anche per me è stata una sfida. So come comportarmi con un leone, ma avevo bisogno di trasmettere questa conoscenza ai bambini tenendo conto che erano solo bambini che non avevano l’esperienza che abbiamo noi adulti. Dovevo imparare a capire quando intervenire e quando lasciargli risolvere i problemi da soli. Si trattava di trovare il giusto equilibrio. Nel corso degli anni, i bambini sono diventati mini versioni di me nel loro modo di lavorare, sebbene ognuno avesse la propria personalità. E i leoni possono percepirlo. Non sono stupidi. I leoni capiscono anche quali sono le tue intenzioni e non c’è modo di ingannarli in tal senso”.

Come è stato lavorare con gli animali? “Fin dall’inizio, ho avvertito Gilles che la mia priorità numero uno sarebbe stata sempre il loro benessere. E così i programmi di produzione erano tutti incentrati su quello. Gli animali sono stati trattati come membri del cast, forse anche meglio! Tenevo d’occhio il loro benessere, ma misentivo davvero supportato dai team di produzione, che fosse STUDIOCANAL, Galatée Films o Outside Films. Ho avuto altre esperienze di ripresa in cui non è andata così, esperienze in cui gli animali sono obbligati a “portare a termine il lavoro” e, se non ci riescono, aumentano le tensioni. Abbiamo avuto fino a tre giorni per girare alcune scene. In generale, abbiamo sempre avuto bisogno di un giorno, ma quando le cose non funzionavano, ci sono voluti due o tre giorni per fare tutto bene. Ho detto a Gilles che, poiché l’autenticità era l’obiettivo, il progetto poteva richiedere molto tempo per essere completato. Se avessimo voluto concludere le cose in 12 settimane, avremmo avuto bisogno di molti effetti speciali. Non saremmo stati in grado di catturare l’intimità tra la ragazza e il suo leone. In “Mia e il Leone Bianco”, quello che vedi sullo schermo è ciò che è realmente accaduto: un leone e una bambina che hanno forgiato un legame incredibile”.

Durante i tre anni di riprese, hai mai provato paura o avuto dubbi? “Ho una vena avventurosa e mi piace scuotere le cose. Alcune persone si chiedevano se fossi andato un po’ oltre. Hanno condiviso i loro pensieri con Gilles e le famiglie: “Come puoi mettere questi ragazzi in questa posizione?”. Non capivano cosa stessimo facendo e perché. L’unico modo per capirlo era venire in Africa, vederlo con i propri occhi e essere coinvolti nelle riprese. C’erano così tante emozioni, così tante connessioni e diverse personalità, che sembrava un’enorme famiglia”.

Sicurezza e incolumità dovevano essere difficili … “Ho lavorato con leoni per l’industria cinematografica per quasi 20 anni e alcuni set sono stati il caos puro. Quando gli animali selvatici si trovavano sul set o nelle vicinanze, mi occupavo personalmente del debriefing in materia di sicurezza e protezione, dicevo alle persone dove potevano andare, cosa potevano fare e come agire in caso di problemi. L’obiettivo era impedire che si verificasse qualsiasi tipo di incidente, assicurandomi che le persone fossero sempre consapevoli che non bisognava mai abbassare la guardia e di non considerare mai i leoni come cani da compagnia. Non devi mai e poi mai dimenticare che questi sono animali selvaggi e che devono essere rispettati in quanto tali”.

Qual è stata la tua più grande sorpresa? “Ci sono state molte sorprese e Thor, il leone, è stato l’artefice di molte di loro. Scherzo spesso con Gilles che Thor è il vero dio nordico reincarnato. Si adatta al suo nome, questo è sicuro. E i bambini, Daniah e Ryan, erano altrettanto sorprendenti. A prescindere da cosa gli capitasse, quei ragazzi erano solidi come la roccia. Hanno ascoltato, hanno capito e fatto ciò che ho detto loro di fare. Hanno perseverato. Sono pieno di ammirazione per loro. Conosco così tante persone che avrebbero gettato la spugna al minimo accenno di difficoltà. Ma questi bambini hanno detto: “Kevin, vogliamo continuare”.

 




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