Spettacolo – Cinema – Film: Tramonto

Tramonto è un film di Laszlo Nemes con Juli Jakab, Vlad Ivanov, Evelin Dobos, Marcin Czarnik, Judit Bárdos.

1913, Budapest, nel cuore dell’Europa. La giovane Irisz Leiter arriva nella capitale ungherese inseguento il sogno di diventare modista nella leggendaria cappelleria appartenuta ai suoi defunti genitori. Giunta al negozio, tuttavia, viene cacciata dal nuovo proprietario, Oszkár Brill. Mentre nel negozio Leiter fervono i preparativi per ricevere ospiti importanti, improvvisamente un uomo si presenta a Irisz, alla ricerca di un certo Kálmán Leiter. La giovane donna si rifiuta di lasciare la città ed inizia a seguire le tracce di Kálmán, unico legame con un passato ormai perduto. La sua ricerca la conduce, attraverso le buie strade di Budapest, illuminate solo dall’insegna del negozio Leiter, ad immergersi nel tumulto di una civiltà alla vigilia della propria rovina.

Il contesto storico del film  è presto spiegato. La monarchia austroungarica, proprio nel cuore dell’Europa, prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, è al crocevia di tutte le tensioni che si sono accumulate in Europa, dove coesistono, sotto diversi aspetti, modernità e obsolescenza. Dal punto di vista politico, il vecchio Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria, esercita, da Vienna, il potere su vasti territori, una dozzina di nazioni, molte culture e religioni. Tutte le forme di forti ambizioni politiche e ideologiche che si sono diffuse nel corso del XIX secolo sono presenti o persino dilaganti, talvolta anche mischiate: il socialismo, l’anarchia, il nazionalismo. L’antisemitismo moderno conquista, a Vienna, la sua maturità. Fioriscono nuovi approcci scientifici, maturano le prime forme di studi psicologici e psicoanalitici, mentre molti gruppi pseudoscientifici e intellettuali, movimenti simili a dei culti e sette occulte al seguito di leader illuminati, sembrano desiderare un posto speciale nella società, o in cima alla società. In questo senso, molti movimenti, fondamentalmente marginali sebbene pieni di entusiasmo, coesistono nell’Austria-Ungheria, dove fioriscono tutte le forme d’espressione artistica, incluse l’architettura, la letteratura e il cinema. La crisi identitaria che risulta dalla frammentazione delle aspirazioni e il declino del potere centrale regio, che andavano di pari passo con un disincanto nei confronti del mondo e con una crisi della mascolinità, danno il via libera a un mondo scosso dai tremiti che potrebbero condurre o a un’estatica prosperità o al crollo. In un certo senso, sotto l’amore della società per la tecnologia e sotto il suo sconfinato ottimismo, c’è un’inquietudine profonda – la sensazione vagante che qualcosa di nefasto, magari un’apocalisse, stia per accadere. È l’epoca di un’attesa quasi biblica. Questa società, i cui codici e la cui mondanità sono parte del modo in cui la gente veste e si comporta – i cappelli che disegnano e indossano -, mantiene una parvenza di tranquillità. Ma sotto la patina della civiltà, molte forze non possono essere controllate. Stanno per trascinare tutte le persone, che non hanno sospetti e che credono nel progresso, nel fango e in una distruzione di proporzioni industriali, mai vista fino ad ora.

Il regista Laszlo Nemes racconta così la decisione di far nascere questa pellicola. Già prima di iniziare le riprese del mio primo lungometraggio Il figlio di Saul, avevo in testa l’idea di fare un film su una donna sola, persa nel suo mondo, un mondo che cerca di comprendere senza alla fine riuscirci. Probabilmente influenzato da una certa tradizione letteraria e cinematografica dell’Europa centrale, mi sono sentito attratto da una protagonista in parte circondata dal mistero e le cui azioni gli spettatori devono continuamente valutare e rivalutare, diventando persino, a un certo punto, una figura di dimensioni inaspettate, come una strana Giovanna d’Arco dell’Europa centrale. Diversamente da Il figlio di Saul, che aveva un approccio meticoloso, di tipo documentaristico, Tramonto assomiglia a un racconto, a un mistero in se stesso, e lo spettatore viene invitato a partecipare a questo viaggio per trovare, accanto alla protagonista, una strada possibile in questo labirinto di facciate e di strati. Sin dal principio, ho immaginato questo film come uno strumento per immergere lo spettatore in un personale labirinto di ostacoli e di informazioni poco chiare, accanto alla ricerca del fratello da parte di Irisz e, in fondo, del significato del mondo che lei vuole scoprire. Dietro a ogni indizio che le sembra di trovare, ci possono essere informazioni contraddittorie. Dietro a ogni strato, ce n’è uno nuovo che può essere rivelato e la protagonista stessa potrebbe davvero essere all’oscuro del processo che si svolge dentro di lei. Irisz è un personaggio costretto tra luci ed ombre, tra bellezza e minaccia, incapace di affrontare le zone grigie. In questo senso, Tramonto è anche una storia di formazione, lo sbocciare di uno strano fiore. Questo film, sin dall’inizio, intendeva seguire da vicino la sua protagonista, Irisz, con un approccio drammaturgico molto intimo, insolito per un film in costume, cercando di rompere con i codici tipici della rappresentazione di un passato da cartolina. Non comprendere tutto alla perfezione doveva far parte del gioco. Lo spettatore è sommerso da un mondo sconosciuto, in cui le persone parlano lingue diverse – il suono era una parte fondamentale della nostra strategia di immersione – e deve abbandonare una parte delle sue difese.

Tramonto è un film che parla della civiltà giunta a un bivio. Nel cuore dell’Europa, al culmine del progresso e della tecnologia, senza che sia mai stata scritta nella storia, la vicenda personale di una giovane donna diventa il riflesso di un processo che rappresenta la nascita del XX secolo. Un secolo fa, dalla punta estrema del proprio zenit, l’Europa si suicidò. Questo suicidio resta un mistero ancora oggi, anche se gli storici, i pensatori e i sociologi hanno cercato di spiegarlo. Come se una civiltà al suo apogeo avesse già prodotto il veleno che l’avrebbe distrutta. Al centro di questo film c’è questa ossessione – anche di natura personale. Tramonto è ambientato a ridosso della I Guerra Mondiale, nell’Impero Austro-ungarico, uno stato multinazionale, apparentemente prospero, con una dozzina di lingue e tante genti diverse, con le sue fiorenti capitali Vienna e Budapest, il centro culturale del mondo. E tuttavia, in contrasto con questo fiorente scenario, c’è la realtà di forze nascoste che stanno per distruggerlo. Da bambino ascoltavo le storie di mia nonna, che era nata nel 1914. La sua vita si era svolta per tutto il secolo, preso nel tumulto del continente europeo, attraversato da tutti i regimi totalitari, dai genocidi, dalle rivoluzioni fallite e dalle guerre. Lei è stata, per certi aspetti, l’Europa stessa. E l’Europa, in pochi decenni, ha dimostrato l’ascesa e la caduta della civiltà umana. Le mie profonde radici europee mi hanno spinto a farmi delle domande sull’epoca che stiamo vivendo e su quelle dei nostri antenati: quanto possa essere sottile la vernice della civiltà e che cosa ci sia sotto. Nel nostro stato mondiale moderno e post-nazionale, sembriamo scordare le profonde dinamiche della storia e, nel nostro sconfinato amore per la scienza e la tecnologia, tendiamo a dimenticare quanto ci possano portare vicini all’orlo della distruzione. Credo che viviamo in un mondo non troppo distante da quello che precedette la Grande Guerra del 1914. Un mondo totalmente cieco di fronte alle forze della distruzione che nutre nel proprio nucleo. Non siamo lontani dai processi verificatisi sotto la monarchia Austro-ungarica. La storia è adesso, e nell’Europa centrale.

Essendo un regista, sono portato a scoprire come l’anima umana – la soggettività – e l’anima collettiva della civiltà possano trovare un punto d’incontro. Immaginando Tramonto, ho cercato di trovare il punto di giunzione tra una storia individuale e lo stato del mondo abitato dalla protagonista. È tipica del cinema contemporaneo la pratica di orientare lo spettatore e di rassicurarlo costantemente, ma io ho sempre cercato di trovare nuove strade per presentare al pubblico un’esperienza soggettiva di incertezza e fragilità, che sono le correnti sotto traccia della nostra autentica condizione umana. Come già in Il figlio di Saul, non intendevo proporre agli spettatori un dramma storico convenzionale. Pensavo che potevamo ottenere molto di più mostrando il barlume di un mondo senza farlo vedere completamente. L’immaginazione dello spettatore avrebbe fatto il resto. “Meno è più”: il nostro approccio visivo si basava su una strategia spaziale organica utilizzando una macchina da presa sempre in movimento. Quando ci immergiamo nel mondo di una creatura apparentemente ingenua e innocente, scopriamo tutti i dettagli insieme a lei, in modo organico. In questo modo, lo spettatore è raggiunto da un flusso di informazioni più volatile e soggettivo mentre, poco a poco, questo racconto di formazione si trasforma nella storia sempre più buia di un declino. In un mondo del cinema che si affida sempre meno ad ambientazioni reali e alla presenza fisica, utilizzando invece sempre più i computer e gli effetti visivi, io volevo prendere una posizione in cui pochi ormai credono: il cinema ha a che fare con la magia della fisica, dell’ottica e della chimica. È un inganno della percezione, di luci e tenebre. In questo senso abbiamo utilizzato dei set costruiti in una città vera – Budapest –, una pellicola fotochimicamente impressionata e sviluppata, ed effetti autentici sul set. Il fatto che abbiamo realizzato lunghe sequenze complicate e coreografate ha contribuito ad inscrivere questo film nel mondo fisico, un mondo in cui gli spettatori possono credere, non un mondo virtuale creato col computer dai programmatori.

 

 




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