Spettacolo – Cinema – Remi arriva nelle sale cinematografiche

Remi – Lo attendevamo con interesse e finalmente esce in queste ore nelle sale italiane il film su uno dei protagonisti più dolci e sfortunati dei cartoni animati degli ultimi anni.

Remi, il film di Antoine Blossier si avvale anche di un cast di attori famosi ma soprattutto bravi. Daniel Auteuil, Maleaume Paquin, Virginie Ledoyen, Jonathan Zaccaï, Jacques Perrin ci accompagnano in questa storia che fa bene al cuore.

Tratto dal romanzo di Hector Malot, uno dei classici per ragazzi di tutti i tempi, il film racconta le avventure di Remi e la sua vita al fianco del musicista girovago Vitalis e dei suoi inseparabili compagni: il fedele cane Capi e la scimmietta JoliCouer. Uno straordinario ed emozionante viaggio attraverso la Francia, fatto di incontri e nuove amicizie che porteranno Remi a scoprire le sue vere origini tra tante e varie peripezie.

Il regista Antoine Blossier ci ha parlato del suo film rispondendo anche ad alcune curiosità.

Cosa ti ha spinto a voler adattare il romanzo di Hector Malot?
Amo esplorare nuovi codici, passare da un genere all’altro. Dopo i miei ultimi due film, La
Traque, un thriller horror e A toute épreuve una commedia per ragazzi, avevo voglia di
lavorare su un film d’avventura, un classico, fortemente legato alla cultura francese, ma
ancora moderno. È stata mia moglie a suggerirmi il libro di Hector Malot. Ne avevo una
memoria vaga, ricordavo soprattutto il cartone che aveva affascinato l’infanzia della mia
generazione. All’inizio ero esitante ma mia moglie ha insistito “leggilo da una prospettiva
Spielbergiana, mi ha detto”. Mi ha ricordato la maestria del mio regista preferito nel
raccontare storie drammatiche attraverso gli occhi dell’innocenza e della fanciullezza (il
suo tratto distintivo), riuscendo a dare una dimensione magica alle realtà più dure, e un
alone epico ai suoi film. Da lì è nato l’interesse, un interesse molto concettuale, che si è
evoluto gradualmente verso temi su cui mi sono concentrato: trasmettere la storia, cosa
significa realizzarsi, l’andare oltre i propri limiti.
Il libro di Hector Malot è stato pubblicato nel 1878. Come hai attualizzato la storia?
Attraverso questa sorta di filtro magico di cui parlavo e l’idea dell’ avventura. Ho cercato
di dargli l’atmosfera della fiaba, di quelle che volevamo da bambini sotto le coperte, e che
adesso raccontiamo ai nostri figli prima di andare a dormire. Ho mantenuto l’identità
francese del libro di Malot, ma lavorandola poi su un immaginario simile a quello dei film
con cui sono cresciuto, quelli che io e la mia famiglia abbiamo sempre visto: qualsiasi cosa
prodotta dalla Amblin (la casa di produzione di Spielberg), film come E.T, I Goonies, ma
anche i classici della Disney come Pinocchio, Bambi, Dumbo… Non mi attirava il realismo…
Era un progetto molto ambizioso.
Sono fortunato a poter lavorare con dei produttori come Eric Jehelmann e Philippe
Rousselet, che amano profondamente il grande cinema. Hanno accolto il progetto e lo
hanno seguito con molta attenzione. Senza questa dimensione artistica e questo tono epico
il film non sarebbe stato così interessante, nonostante l’eccellente opera di Hector Malot.
Per quanto riguarda l’ambiziosità logistica del progetto, bè forse c’è una parte di follia in
me, quella che riconosce subito le cose difficili quando si presentano…
Ci sono stati vari adattamenti del libro. Li conoscevi?
Li ho visti, naturalmente. E’ curioso che la versione animata sia la più fedele al testo, sia
nell’intreccio che nella sua realizzazione artistica, con quei dettagli che sono diventati per
alcuni, delle nuove Madeleine de Proust, quegli oggetti che ti rimandano subito ai ricordi: i
lacci sul cappello di Remi, il vestito di Joli
girare una saga di 12 ore, non avremmo mai potuto mettere dentro tutti i risvolti e le
avventure della storia. Ho dovuto ridurre tutto a un anno, e cercato di adattare la
drammaturgia, che è sostanzialmente una cronaca, alla struttura classica in tre atti di una
sceneggiatura. Poi mi sono concentrato su quegli aspetti e quei temi che più mi
interessavano: la relazione tra Remi e Vitali, un uomo che è capace di vedere il dono di
Remi e gli dà la possibilità di andare oltre sé stesso. La più grande libertà narrativa che mi
sono concesso è stata quella di dare a Remi una voce splendida, che diventa l’elemento
che ridefinisce la sua vita. Quando canta è davvero toccato dalla grazia! Remi non aveva
questa dote nel libro di Malot.
Cosa ti ha suggerito l’idea dei flashback con Jacques Perrin nel ruolo di un Remi
anziano?
Questo elemento era già nella struttura del libro, anche se in quel caso il narratore era più
giovane rispetto al film, era un giovane che muove i primi passi nella vita adulta. L’ho
trasformato in un uomo più anziano che guarda indietro a cosa ha fatto nella vita, anche
per dare alla storia la dimensione di una fiaba, con il narratore che la racconta ai bambini
che stanno ad ascoltare. Mi piaceva questa immagine intima da focolare, mentre fuori
infuria la tempesta; c’è qualcosa di rassicurante e anche di iconico in questo. Richiama alla
mente la trasmissione delle storie attraverso l’oralità. Siamo all’interno di un’iconografia
che prende elementi dalle favole, dettagli come il dolce che mangia il bambino all’inizio,
l’atmosfera misteriosa dell’architettura della casa, così come i ricordi di Vitali, molto
presenti nei racconti delle avventure di Remi.
La parte che si svolge in Inghilterra è una deviazione dal libro…
Non di tanto! L’ho ristretta perché nell’originale è abbastanza lunga, molte persone
pensano che sia stata aggiunta, perché hanno dimenticato quella parte, e hanno anche
dimenticato che nel libro Vitali muore molto prima. Amo le scene in Inghilterra. Nel
momento in cui Remi incontra i Driscoll entriamo nell’immaginario della Londra vittoriana,
con i suoi misteri e i suoi intrighi, un richiamo ad avventure come quelle di Sherlock
Holmes o più recentemente, di Harry Potter.
Quello che colpisce nel film sono le luci e le scenografie. E’ raro vedere qualcosa di
simile nel cinema francese.
E’ una tradizione che è andata perdendosi per qualche ragione, ma c’era, molte fiabe sono
state adattate meravigliosamente nel nostro paese.
Quindi hai seguito la tradizione, modernizzandola. Descrivici come hai lavorato.
Su tutti i livelli. Dovevamo realizzare il film creando una dimensione a cui non siamo
abituati – una specie di “realtà+1”- per poter entrare in un qualche mondo fantastico,
rimando realistici ma non naturalistici, sempre sul filo; è stato davvero un lavoro di
equilibrio tra questi due elementi. Lo abbiamo realizzato con l’uso delle luci e il lavoro
delle camere ma non solo: la scenografia, il set e i costumi, sono stati molto importanti. Io
e lo scenografo Sébastien Inizan abbiamo progettato ogni scena, mi sono ispirato molto alle
prime produzioni di Walt Disney. Ad esempio la fattoria dei Barberin, dove cresce Remi. Le
finestre sono più allungate di come dovrebbero essere, i letti un po’ più grandi. Dovevamo
dare la prospettiva di quel bambino, che vede il mondo più grande, e quella del narratore,
che rievoca con affetto i ricordi dell’infanzia. Avevamo questi due filtri molto specifici.
Quanto è durata la preparazione?
Ufficialmente cinque mesi, in pratica nove. In Remi ci sono il triplo dei set che ci sono di
media in un film francese. Avevamo sei persone per i sopralluoghi invece che una e il mio
direttore della fotografia, Romain Lacourbas, si è messo a lavorare sul film molto prima di
quanto succeda di solito. Abbiamo iniziato a lavorare insieme sei mesi prima dell’inizio
delle riprese, invece delle solite tre settimane prima. Con lui ci conosciamo da molto
tempo. E’ abituato a lavorare sulle serie Tv americane – è l’autore della fotografia in Marco
Polo – ed ha questa attitudine per la grandezza, per i vasti spazi aperti e per la luce.
Inoltre è anche un operatore incredibile. Un vero fissato della camera, nel senso nobile del
termine. Lo vedevi perfettamente a suo agio sul set mentre manovrava tre gru alla volta.
Avevo bisogno della sua professionalità per riuscire a rendere da un punto di vista tecnico,
la mia visione del film. Remi non avrebbe avuto la dimensione che ha, senza di lui.
Abbiamo realizzato molto presto un vero e proprio “mood board”, una presentazione
grafica del film. Ogni scena era descritta da cinque o sei immagini: dipinti, fotografie,
fotogrammi di film, che spiegavano che tipo di luci, di atmosfera e di colori avevamo in
mente per ciascuna sequenza. Alla fine del lavoro era diventato una sorta di bibbia di 200
pagine, che abbiamo dato a ogni area di produzione, ciascuna delle quali ha contribuito a
sua volta con altri suggerimenti. La regia del film deve molto a quella “bibbia”.
Tra le location del film ci sono posti come l’Occitania, Aubrac e il dipartimento di Tarn,
in Francia. Paesaggi che non si vedono spesso al cinema.
Ho amato molto girare in quelle zone, anche se il clima è stato un po’ duro. La regione di
Aubrac non è una location comune nel cinema francese, probabilmente per ragioni
logistiche. E’ rimasta un’area abbastanza selvaggia, che è quello che la rende affascinante.
Ho amato i vasti paesaggi dell’Ovest, erano molto cinematografici. E’ stato come essere in
Francia e in un altro posto allo stesso tempo. Abbiamo dovuto portare le attrezzature in
luoghi difficili da raggiungere, non è stato semplice, ma ha significato molto per me. Così
come è stato importante che i villaggi dove abbiamo girato avessero un’immagine da
cartolina: Cordes-sur-Ciel, Castelnau-de-Montmirail… luoghi splendidi che fanno parte del
nostro patrimonio storico. La Disney sapeva quello che faceva quando ha inviato artisti in
tutta Europa ad immergersi nell’architettura delle storie che dovevano adattare… In un
certo senso è stato come riconnettersi con le proprie radici.
Remi è stato girato in Cinemascope…
E’ stata una decisione che io e Roman abbiamo preso quasi da subito. Abbiamo usato
vecchie lenti, di quelle che si usavano nei classici americani. Ne avevamo bisogno per i
vasti spazi aperti necessari all’approccio epico alla storia di Hector Malot.
Parli con grande entusiasmo di quei paesaggi…
Erano così belli che non si poteva non rendergli giustizia. A quella meraviglia naturale
abbiamo aggiunto un bel numero di effetti speciali, molti fondali, per prolungarne
l’effetto, per intensificare il senso dell’avventura.
Alcune scene sono spettacolari, come la tempesta in Inghilterra…
L’abbiamo girata in studio in tre giorni. Era complicata. Ci siamo chiesti che sfondo usare,
o quale tipo di neve avrebbe catturato la luce nel modo giusto per dare quell’effetto di
profondità, quando in realtà gli attori stanno camminando a 15 metri da un fondale. La
sequenza doveva avere qualcosa di onirico, di astratto, e di minimalista. Abbiamo seguito il
punto di vista del bambino, i personaggi hanno perso i loro punti di riferimento… abbiamo
usato tonnellate di neve finta. Gli attori ce l’avevano tutta negli occhi mentre arrancavano
su un nastro trasportatore. Hanno faticato molto.
Hai citato Harry Potter in relazione alla parte del film in Inghilterra. Come hai girato la
parte della tenuta dei Driscoll, dove va a finire Remi?
Gli esterni sono stati girati a Troyes e gli interni sono stati totalmente ricreati in una casa
abbandonata. Doveva rappresentare l’inferno per Remi, che non riesce a credere di essere
il figlio di quella coppia. Ho optato per quegli arredi vittoriani perché volevo che i Driscoll
e il loro avvocato apparissero come se fossero sbucati fuori direttamente da un’indagine di
Sherlock Holmes, per inserire, in un film francese mainstream come questo, anche una
sorta di umorismo dark. Per me la signora Driscoll è come la mamma italiana ne I Goonies
di Richard Donner, un film a cui sono molto legato.
Nel film ci sono chiari riferimenti a molti film americani.
E.T. di Spielberg e Edward Mani di Forbice di Tim Burton hanno formato l’uomo e il regista
che sono diventato. Il mio amore per il cinema mi ha poi portato molto oltre quei due
registi. Amo Terrence Malick, i classici francesi, i film Disney… Per poter lavorare ho
bisogno di far rivivere le emozioni che alcuni film mi hanno dato. Il punto non è emularli
ma mettere dentro alla narrazione quelle sensazioni.
Cosa ti ha spinto a scegliere Daniel Auteuil per il ruolo di Vitali?
Mi è sembrato ovvio scegliere lui. Mi odierebbe se mi sentisse dire queste parole: non solo
è un attore incredibile ma è anche parte della nostra storia. Mi piaceva l’idea di lui che ha
recitato in Jean De Florette e Manon delle Sorgenti di Claude Berri, ora nei panni del
mentore, dell’adulto. Si chiude il cerchio. Daniel ha accettato subito la parte. Ha chiamato
meno di due giorni dopo aver ricevuto la sceneggiatura.
Maleaume Paquin, il ragazzino che interpreta Remi da piccolo, è davvero straordinario.
Come lo avete trovato?
Maleaume è stato il quindicesimo ragazzino che ho visto quando stavamo facendo il
casting, e mi ha colpito subito. Mi aspettavo una ricerca lunga e difficile e mi sono sentito
disorientato ad averlo trovato così presto. Così ho visto altri quattrocento bambini prima di
prendere una decisione. Volevo essere assolutamente sicuro della mia scelta. Mi chiedevo
se sarebbe stato in grado di reggere fisicamente 13 settimane di riprese. Gli ho chiesto di
ripresentarsi diverse volte, dandogli scene differenti da recitare, ogni volta più difficili. E’
stato bravissimo e a quel punto sono stato sicuro che sarebbe stato in grado di sostenere il
film.
Come hai lavorato con lui in pre-produzione?
Maleaume è un’artista. Canta (fortunatamente per il film), è un atleta, un bravo studente
e vuole fare le cose bene. Il suo coach, con cui ha fatto le prove per circa due mesi, lo ha
aiutato soprattutto ad imparare a rilassarsi. Si vedevano due o tre volte a settimana. Il film
non è stato girato cronologicamente quindi la difficoltà era fare in modo che capisse volta
per volta che tipo di emozione e che stadio di maturità avesse il suo personaggio in quel
momento della storia, trovare le parole chiave per aiutarlo a collocare questi specifiche
fasi nella mente. L’ho visto spesso durante le prove, era fondamentale che avesse fiducia
in me, se un bambino non si fida di te sul set, è finita. Quando Maleaume è arrivato sul set,
sapeva tutte le battute a memoria. Dopo tre settimane non era neanche più necessario
spiegargli la mentalità del suo personaggio. Aveva assimilato tutte le indicazioni che aveva
ricevuto.
Ci sono molti personaggi secondari nel film. E’ stato difficile convincere attori
conosciuti ad accettare piccole parti?
Ho sentito in maniera forte che dovevo rimanere connesso con la tradizione del cinema
francese, e quindi era importante per me avere attori familiari in alcuni ruoli, anche se
hanno piccole parti. Mi sono assicurato che fossero parti con una loro forza, e infatti
Ludivine Sagnier, Virginie Ledoyen e Jonathan Zaccaï hanno accettato subito e con
convinzione. Non è stato facile per loro, il programma delle riprese era in tanti posti, sono
stati molto disponibili.
Hai avuto ottocento comparse sul set, è una cosa enorme!
Si sono impegnati molto. Avevamo chiesto agli uomini di farsi crescere la barba, che poi i
nostri barbieri hanno tagliato alla maniera dell’epoca ma con uno stile lievemente
eccentrico, un tocco di magia. Tutti hanno lavorato per modellarli secondo il contesto e
l’epoca. E’ stato veramente fantastico.
Un’altra sfida del film, e neanche la più semplice, è stata lavorare con gli animali…
Il Border Collier che interpreta Capi, è un vero cane da circo, è abituato a fare i giochi che
vedete nel film in performance di strada, e ha un rapporto incredibile con il suo
addestratore. Quando abbiamo girato la scena in cui Vitali e Remi sono in trappola durante
la tempesta in Inghilterra e Vitali gli dice “Addio amico” ho detto al suo addestratore: “io
qui vorrei che esitasse, che abbaiando dicesse a Vitali “non morire” e che pensasse che
tocca a lui cercare aiuto.” Il mio assistente ha riso di me come se fossi impazzito.
L’addestratore mi ha chiesto cinque minuti e quando ho chiamato l’azione, il cane ha fatto
esattamente quello che avevo chiesto. Impressionante.
Tito, la scimmia cappuccina, che ha interpretato la stessa parte nell’adattamento per la Tv
di Daniel Verhaeghe, con Pierre Richard, ha una forte personalità ed è per questo che ho deciso
di enfatizzare il suo personaggio. Volevo catturare le sue reazioni ed emozioni, per poi usare la
regia e il montaggio per modellare il personaggio. Quando indossa il capello e tutti rimangono
stupefatti, in realtà quella scena è stata girata al contrario.
Cosa puoi dirci della scena con i lupi…
Io li trovo magnifici. Le misure di sicurezza erano molto rigide. Abbiamo girato quella sequenza
in due momenti: la prima volta per due giorni e poi tre. Maleaume non li ha mai visti. E’ stata
una sequenza programmata fino in fondo, analizzata e preparata in ogni dettaglio.
Avevamo una controfigura, lupi veri, cani…E’ stata davvero una sfida.
Qual è stata la difficoltà principale del film?
Dare al film un sentimento omogeneo. Considerando tutti i set, le location e i personaggi,
era essenziale trovare l’armonia giusta, soprattutto per la scala del colore. Non poteva
essere improvvisato, ecco perché io e Roman abbiamo realizzato quella “bibbia”.
Parlaci della musica, che ha un ruolo centrale.
Volevo fosse sinfonica ma anche tematica, ispirata ai grandi temi musicali della tradizione
francese, come quelli di Michel Legrand e Vladimir Cosma, ma anche contaminata dalle
influenze di John Williams e Danny Elfman, i compositori dei film di Steven Spielberg e Tim
Burton. La musica doveva avere respiro, ampiezza ed energia. Una bella sfida! L’idea era
di infilare tutto in uno shaker, dare una bella mischiata e lavorarci fino a trovare il sound
giusto per il film. Romaric Laurence, che ha lavorato in tutti i miei film, all’inizio era molto
preoccupato. Ha iniziato componendo la musica della ninna nanna che canta Remi, poi se
n’è allontanato per poi ritornarci: tutte le composizioni sono basate su quel tema
musicale. La sua musica permea la maggior parte del film, è presente in 72 minuti, che è
consueto nei film americani, mentre la media dei film francesi è di 42 minuti.
Personalmente stimo molto il lavoro che ha fatto per questo film. Il film non avrebbe
un’identità così forte senza la sua musica.
Raccontaci del lavoro di montaggio.
Era la prima volta che lavoravo con Jennifer Augé, che ha lavorato nei film La Famiglia
Beliér e La Promessa dell’alba. Ha messo nel lavoro di montaggio del film una eccezionale
sensibilità. A rischio di sembrare un po’ rigido, sono abituato a definire lo stile di
montaggio molto presto e questo, al momento della realizzazione, non lascia molto
margine di manovra. Ha dato una grande vitalità al film, con piccoli incidenti, momenti
disinibiti, sempre con uno sguardo molto delicato.
Come si affronta una responsabilità così grande?
Come ho già detto, c’è una parte di incoscienza. Ero circondato dalle persone giuste e
conosco molto bene il lavoro su un set, avendo lavorato per molto tempo come direttore di
produzione e come aiuto regista. In questo film ho moltiplicato le difficoltà, e infatti per la
prima volta, mi sono svegliato ogni mattina con un nodo allo stomaco augurandomi che
tutto andasse bene.

Intervista con DANIEL AUTEUIL
Hai accettato subito di fare il film…
Ho letto la sceneggiatura di Antoine Blossier e l’ho chiamato immediatamente. Mi piaceva
l’idea di tornare su un testo classico, una grande storia popolare e universale, rivolta alle
famiglie, qualcosa di raro ai nostri giorni. Era un progetto ambizioso, la promessa di
un’avventura.
Avevi letto il libro di Hector Malot?
Da piccolo mia madre mi aveva comprato l’edizione in due volumi, scrivendomi una dedica
“A Daniel, da leggere quando sarai più grande” che è quello che ho fatto, l’ho letto molto
dopo. Mi ricordavo soprattutto gli adattamenti per lo schermo che sono stati fatti. E’ una
storia molto potente, che risuona in maniera vera ancora oggi: come sfuggire alla povertà,
battersi, trovare una via…
Antoine Blossier si è concesso alcune libertà dalla storia originale.
L’ha fatto con grande sapienza, adattandola ai nostri giorni. Ha influenzato leggermente il
corso della storia, l’ha scossa un po’, gli ha dato ritmo e l’ha fatta entrare nel nostro
secolo. Era l’unico modo per farne un grande film del cinema contemporaneo.
Quali sono le cose che ti sono piaciute di più, tra le sue deviazioni dalla storia?
Mi è piaciuto il talento che dà a Remi, è una sorta di promessa; anche l’età del narratore…
Grazie a quest’uomo anziano siamo dentro a una fiaba.
Conoscevi i due film precedenti di Antoine Blossier?
No, ma ho pensato “Se riesce a far decollare questo progetto, significa che ha le capacità
per realizzarlo.” Ci sono cose che uno sente istintivamente, senza bisogno di grandi calcoli.

Remi ha richiesto un lungo lavoro di preparazione. Hai partecipato a qualcuna delle fasi
di pre-produzione?
Antoine è riuscito a tenere viva la fiamma: mi mandava aggiornamenti continui,
mostrandomi il lavoro sulla scenografia e sui costumi. Percepivo che aveva creato un
gruppo molto attivo che lavorava in un’atmosfera di allegra effervescenza. Ho condiviso
quell’energia. Dal punto di vista artistico era un progetto molto ambizioso, ogni dettaglio è
stato accuratamente pensato insieme, ogni struttura è stata coinvolta su ogni passaggio,
tutto è stato ponderato con grande precisione.
Come ti sei preparato per il ruolo di Vitali?
Mi sono fatto crescere la barba, mi sono rilassato con gli animali, il che è stato molto
facile, ho sempre avuto animali. Tutto qui. Una preparazione soft, direi.
Vitali è un uomo piuttosto anziano. Ti ha creato disagio essere chiamato per un
personaggio di quella fascia d’età?
Perché avrebbe dovuto? Stavo interpretando un personaggio della mia età. E’ una delle
fortune dell’essere attore, ad ogni tappa della tua vita, puoi ritrarre personaggi della tua
età.
Antoine Blossier vede una traiettoria dai tuoi personaggi in Jean De Florette con Yves
Montand e Manon delle Sorgenti a quello che interpreti ora in Remi, lo vede come un
passaggio del testimone…
E’ una sua proiezione. Comunque, anche se sono passati 30 anni dai film di Claude Berri e
siano film diversi, condividono l’impegno che ci va messo, questo è vero, l’ambizione è la
stessa.
Cosa pensi di Vitali? E’ un uomo che sceglie di lasciarsi alle spalle il successo, il lusso e
la passione per la sua arte, per girovagare per le strade della Francia, in una sorta di
percorso di espiazione per la morte della moglie e del figlio.
E’ un uomo consumato dal senso di colpa. Antoine voleva che Vidali riuscisse a trasmettere
a Remi tutto quello che non aveva dato al proprio figlio. Questa redenzione di Vitali
contribuisce a determinare l’emozione che attraversa tutto il film.
In Remi hai questo lungo monologo, quando il tuo personaggio viene arrestato dalla
polizia e si apre completamente con Remi, guardando agli errori, ai difetti e alle sue
debolezze, un momento di confessione profondo e commovente. Ripercorri la tua
storia per due minuti pieni, riuscendo a trasmettere immagini, come la Scala di Milano
e la famiglia, con così tanta emozione da farlo diventare una sorta di film nel film. Ci
vuole una certa dose di talento per riuscire a realizzare una performance di questo
genere.
Cosa posso risponderti? Nessuno mi potrà mai togliere la gioia immensa che mi dà questo
lavoro, è l’arte drammatica, divertente e dura allo stesso tempo.
Sembri molto rilassato quando reciti, sia prima che dopo ogni scena, che è la cosa che
colpisce di più.
Adesso ho molta esperienza, sono stato fortunato ad aver conosciuto grandi artisti e ad
aver avuto il tempo di imparare a non scaricare il peso del proprio lavoro su altri, come il
regista, il cast o i membri della squadra del film. Ci sono problemi che bisogna tenere per
sé, la leggerezza è cortesia.
Maleaume Paquin, che interpreta Remi, ha girato il film all’età di 11 anni. A parte la
leggerezza necessaria di cui parlavi, è stato difficile girare così tante scene con un
bambino?
Non mi sono posto alcun problema: ho recitato normalmente, e così ha fatto lui. E’ un vero
e proprio attore, che ha interpretato la sua parte. E’ successo che ha avuto momenti di
totale priorità, come quando canta, scene piene di emotività, anche quando era in
playback, ma se non fosse stato in grado di cantare davvero, non sarebbe riuscito ad
esprimere con il volto quel tipo di emozioni. Lo incoraggiavo, sono un buon collega… La
cosa strana era recitare con le sue controfigure. Per legge un minore non può lavorare più
di tre giorni a settimana, quindi c’erano altri bambini sul set nei panni di Remi quando lui
non aveva battute. Era strano.
Il film è stato girato in tanti set e location diverse. E’ stato pesante?
Per niente! Al contrario, è una cosa che ho sempre amato del mio lavoro! Mi piace questa
cosa che creiamo un’atmosfera nuova da qualche parte, in una strada o in un parco giochi,
e poi via, ce ne andiamo e tutto ritorna alla normalità. Al cinema non gestiamo quella
intesa sacra che c’è su un palco di teatro. I luoghi dove abbiamo girato erano meravigliosi.
Noi come attori, non dovevamo far altro che scivolarci dentro. Eravamo coscienti di far
parte di un’impresa più grande del solito, realizzata con grandi mezzi, tutto al servizio
della storia, del processo di creazione. Noi eravamo in una situazione privilegiata. E’ stata
un’esperienza di cui abbiamo goduto pienamente. Ma per me le riprese di un film sono
sempre un momento di gioia e per cui mi sento privilegiato. E’ per questo che facciamo
cinema. Il resto oltre a questo poi non è più nelle tue mani.
La scena della tempesta che è stata girata in un teatro di posa, è davvero spettacolare.
L’abbiamo girata in diversi giorni in uno studio e non è il ricordo migliore che ho del film.
Continuavano a buttarci in faccia tutta quella neve finta, è stata dura, non era divertente.
E’ in questi momenti che è bene essere un attore francese, le stesse scene in America
sarebbero state girate con effetti speciali, mettono sensori sul corpo e sul viso che
generano l’ologramma della tua silhoutte, che poi si muove al tuo posto. Eppure mentre
eravamo lì, in difficoltà per la neve, ho pensato che quel risultato sarebbe stato migliore
dell’altro.
Sei anche un regista. Ci sono dei momenti, alcune riprese più tecniche, che ti ispirano
poi nei tuoi film?
Quando sono sul set come attore, faccio solo l’attore. In Remi ero contento di vedere
quanto impegno è stato messo in moto al servizio di questa storia, che lo meritava, era una
storia che aveva bisogno del cinema, e il cinema ha vinto la sfida. Ma la mia prima lealtà
va sempre al regista. Cerco di anticipare quello di cui ha bisogno, mi vedo come un
soldato, un buon soldato.
Cosa ti aspetti dall’uscita del film?
Molto. La produzione insieme alla distribuzione hanno fatto uscire dei piccoli assaggi on
line che in pochi giorni sono stati visti da migliaia di persone. E’ chiaro che c’è molta
aspettativa da parte del pubblico.
In questi ultimi due anni non ti sei mai fermato: sei regista del film Sogno di una notte
di mezza età, regista a teatro con L’Enverse du Décor, attore in Quasi Nemici di Yvan
Attal, la voce in L’isola dei cani di Wes Anderson.
Ho appena terminato le riprese del film di José Alcala, T’EXAGÈRES con Caterine Frot e
Bernard LeCoq. Sono pieno di energie ed entusiasta nel fare il mio lavoro. Faccio più che
posso.

Intervista a MALEAUME PAQUIN
Come sei finito nel ruolo di Remi?
Il mio agente mi ha iscritto alle audizioni per il casting. Sono andato qualche volta per i
provini e mi hanno preso. Avevo già lavorato per pubblicità o servizi fotorafici, ma questa
era la prima volta che mi offrivano un ruolo in un film vero e proiprio. Non conoscevo il
libro di Hector Malot e Antoine Blossier, che voleva che mi concentrassi sulla sceneggiatura,
mi ha chiesto di non leggerlo fino alla fine delle riprese. Non l’ho ancora letto. In questo
momento preferisco tenermi i ricordi del film. Quello che mi piace di Remi è che
nonostante tutte le cose terribili che gli succedono, non si arrende, continua ad andare
avanti.
Come hai lavorato sul tuo personaggio?
Ho iniziato a lavorarci presto con un coach, e andavo spesso negli uffici della produzione.
All’inizio è stato difficile, non avevo mai preso lezioni di recitazione, ma poi è andata
bene. La cosa più difficile erano le scene in cui dovevo piangere: dovevo sentire davvero la
tristezza di Remi. Poi ho pensato alla morte della mia bisnonna e le lacrime sono arrivate.
Per aiutarmi a rimanere in quell’emozione, Antoine ha continuato a girare. Alla fine quelle
scene sono diventate le mie preferite.
Raccontaci delle scene in cui canti.
Ho dovuto provare per imparare la ninna nanna. E’ stato facile perché ho fatto parte per
molto tempo del coro dei bambini dell’Opera di Parigi e adoro cantare. Poi ho avuto
problemi con la voce, ed è per questo che i miei genitori mi hanno iscritto a un’agenzia di
casting, ero molto abbattuto ed è stato il loro modo di tirarmi su il morale. Da allora la
voce mi è tornata. Alcune scene di quando canto, le abbiamo dovute rifare anche 20 volte,
perché non riuscivo a capire che dovevo concentrarmi sulla recitazione prima che su tutto
il resto, mentre io ero impegnato a dimostrare di saper cantare.
Come sono andate le riprese?
Ho passato tanto tempo con Darkness e Tito, il cane e la scimmia cappuccina che
interpretano Capi e Joli-Coeur, perché l’addestratore mi doveva preparare a lavorare con
loro, adoro gli animali, mi ci affeziono molto! Ho passato anche molto tempo con le mie
contro-figure. A parte questo, erano situazioni diverse a seconda se giravo con Ludivine,
Virginie o Daniel. Molto spesso era con Daniel. Mi dava consigli, di non guardare alla
telecamera, di non abbattermi quando sbagliavo una scena, mi aiutava a rimanere
concentrato… Più di tutti mi hanno aiutato Antoine e il mio coach. Sono stati davvero
sempre dalla mia parte. Quando scopri questo mondo del cinema all’inizio hai un po’ di
paura. Sapevo che c’erano tanti soldi dietro a questo progetto, quindi dovevo dare il
meglio. Alla fine è andato tutto bene.
Che reazione hai avuto quando hai visto il film finito?
E’ stato strano. All’inizio ero concentrato solo sui miei difetti, ma dopo dieci minuti mi
sono dimenticato che ero io quello che recitava ed è stato bellissimo. Fino ad adesso ho
sempre amato il cinema da spettatore, ma adesso mi piacerebbe continuare a recitare. Sto
recitando in un nuovo film adesso, Fourmi di Julien Rappeneau e spero di lavorare in altri.
Mi sono detto che sono ok così come sono e voglio perfezionarmi sul set piuttosto che
andare a lezione. Non lascio gli studi, ho 12 anni e sono alla settima classe, potrei non
avere sempre lavoro, quindi è bene avere un’opzione di riserva. I miei amici sono impazziti
pensando alla cifra che sono stato pagato, che io in realtà neanche conosco bene, è una
questione di cui si sono occupati i miei genitori, ma io ho raccontato a loro solo quello che
è stato importante per me, il piacere di stare davanti alla telecamera.

Intervista con VIRGINIE LEDOYEN
La parte dell’aristocratica che Remi e Vitali incontrano sulla casa galleggiante è un
ruolo secondario in Remi. Cosa ti ha spinto ad accettare questa parte?

Molte cose. La versione del cartone animato del libro di Hector Malot ha avuto un grande
impatto nella mia infanzia, ancora oggi penso con grande tenerezza a quel manga.
Conoscevo Antoine Blossier, l’avevo incontrato qualche anno fa, e ci avevo quasi lavorato:
ha talento, mi piace molto. La sceneggiatura mi ha attirato. Nonostante fosse un piccolo
ruolo, volevo far parte di quest’avventura, di questa favola moderna e senza tempo. E’ un
film legato alla tradizione, un progetto ambizioso, ce ne sono pochi in Francia di questo
tipo, non è un film per bambini o per adulti, ma un film che mette insieme entrambi i tipi
di pubblico.
La donna che interpreti è buona e gentile ma totalmente inadeguata…
Questo personaggio ha un suo lato oscuro, è capace di usare il suo status sociale per
comprare le persone. Cerca, ad esempio, di comprarsi Remi, come compagnia per la figlia
disabile, senza pensare che potrebbe aspirare a un futuro migliore rispetto a quello di
servitore. Ma lei pensa a sua figlia, è sincera. Mi piace questa ambiguità in lei.
Non sei abituata a parti come questa. E’ diverso il modo di lavorare?
Ero sul set solo di tanto in tanto, quindi per me è stato divertente scoprire ogni volta un
nuovo universo, nuovi set, a volte nei teatri di posa e altre in luoghi nuovi. C’era sempre
qualcosa di magico. Era una grossa produzione ma ben preparata. Antoine sapeva
esattamente cosa voleva e non ha mai dimostrato il minimo segno di stress. Non era per
niente severo, dovevo solo essere lì per qualche giorno.
Non hai avuto molto tempo per costruire il personaggio…
Questo è vero, ma trattandosi di una fiaba si può essere molto precisi, dargli una certa
purezza e delicatezza.
Avevi qualche tipo di riferimento in testa prima di iniziare a girare
Non ne ho avuto bisogno, tutto era definito con un’estetica molto precisa, i costumi, lo
stile del personaggio…
Che tipo di regista è Antoine Blossier con gli attori?
Non è necessariamente molto direttivo. Tutto il grande lavoro di preparazione gli consente
poi una certa libertà. Il lavoro con lui è fluido, semplice, molto leggero e in armonia.
Cosa ne pensi del piccolo Maleaume Paquin, che interpreta Remi?
E’ sorprendente, non è il tipo di ragazzino che recita a comando. Era molto serio sul set ed
è diventato professionale molto velocemente. Questo era il suo primo film e ha trovato
velocemente il suo modo. Ha una voce molto bella.
Cosa ne pensi del film finito?

Spesso in passato sono rimasta delusa dagli adattamenti di opere amate nell’infanzia. Ma
non è questo il caso. E’ fedele alla mia memoria, ma con nuove possibili angolature. Le
immagini sono mozzafiato.
Spesso passi da film di grandi autori a film mainstream…
E’ l’essenza del nostro lavoro, vagare da un mondo a un altro. Ed è anche quello che mi
piace come spettatore.

Intervista a JACQUES PERRIN
Cosa ricordavi del libro di Hector Malot?
E’ un libro che conosco da sempre. I miei genitori lo hanno letto da piccoli e anch’io da
ragazzino. Come spesso nelle fiabe, è una storia triste ma con quel barlume di speranza
che ti accompagna. Poi ho visto gli adattamenti che sono stati fatti e tutti portano il
protagonista verso la sventura. La forza della sceneggiatura di Antoine Blossier è al
contrario, di dare al protagonista speranza per il futuro. Cade ma si rialza sempre sulle sue
gambe, la sfortuna non è più il suo destino. Antoine mette la narrazione all’interno della
cornice di un narratore, ma mantiene dei tratti realistici come nelle scene in cui i
protagonisti affrontano dei pericoli, realizzando un film che può attrarre il pubblico di
oggi.
Non apparivi in un film da molto tempo.
Antoine Blossier me lo ha ricordato. Anche se continuo a lavorare dietro la macchina da
presa, sono stato un po’ dimenticato come attore. Devo dire che mi ha fatto molto piacere
che un giovane regista come Antoine chiamasse me.
Avevi visto i suoi film precedenti?
No, è stata la sua sceneggiatura e il modo in cui mi ha parlato del progetto a convincermi
ad essere della squadra. Si dice spesso che per fare un buon adattamento di un lavoro
molto conosciuto bisogna non avere paura di tradirlo, perché è proprio prendendosi alcune
libertà che si è in grado di riconnettersi con quel tipo di emozione iniziale. Sento che
Antoine è riuscito a fare questo. Trovo bellissimo, ad esempio, che il mio personaggio sia
diventato molto vecchio.
Il film è stato girato con grandi ambizioni.
Per permettere al film di avere il budget necessario, i produttori hanno dato a questo
giovane regista i mezzi per essere all’altezza del progetto. Gli americani non esitano ad
investire molto su un film. In Francia si fa meno. Sono anch’io un produttore, e so che è
necessario procedere con un film, che se ha anima ci conduce con lui, e non da altre parti.
Ci da la responsabilità di farlo come andrebbe fatto. Produrre un film non è un lavoro da
contabile, è passione. Abbiamo bisogno di soldi? Troviamoli.

Che tipo di esperienza è stata girare questo film?
Remi è stata una grande impresa alimentata da un grande impegno di pensiero e azione.
Tutto è stato programmato in anticipo. Quando c’erano delle cose da perfezionare, magari
quando noi attori perdevamo delle battute, allora si tornava a lavorare tutti insieme su
quelle battute. Antoine Blossier ci ha diretti molto bene…non dirigendoci. Quando ero più
giovane, ho recitato in un altro racconto come questo, l’adattamento di Jacques Demi del
libro “Pelle d’asino”. Remi è davvero un film fantastico.
Ci sono molti riferimenti pittorici e cinematografici nel film.
Un regista che fa un buon film e che ama il cinema è naturale che sia influenzato da altri
lavori. Pervadono la sua visione ma senza invaderla. Remi non è un film omaggio.
Non hai girato scene con Maleaume Paquin. Qual è stata la tua reazione quando lo hai
visto nel film?
Rimango sempre impressionato dalla grazia dei bambini che recitano bene. Danno tutto sé
stessi in maniera così naturale e così emozionante, mentre noi adulti pretendiamo una
laurea quando facciamo uso della nostra arte. Vorrei dire “Guardate i bambini. Ci danno il
tono giusto”.

Intervista a LUDIVINE SAGNIER
Conoscevi Antoine Blossier?
No, non lo conoscevo. Ci siamo incontrati una volta e l’ho trovato così motivato sul
progetto, sia nei contenuti che nella forma, che ho accettato subito la parte di mamma
Barberin. Ho sentito subito che non si stava appropriando di un franchise, ma piuttosto di
difendere una propria visione personale della storia, molto meno triste e deprimente della
serie che avevo visto in Tv da bambina. L’ha trasformato in un racconto di formazione che
ci viene narrato, in questo modo ha portato la storia su un altro livello.
Eri interessata a quegli aspetti del film che hanno a che vedere con la tradizione
culturale francese?
Molto. Trovo sia rassicurante che i vecchi classici siano riportati in vita in versioni moderne.
Questo ci avvicina alla nostra infanzia e alle storie che i nostri genitori erano soliti
raccontarci per andare a dormire, e fa in modo che i nostri figli possano scoprire testi che
altrimenti non leggerebbero. E’ una grande gioia per me sapere che i miei figli mi vedranno
in un film in cui si possono identificare.
Molte delle tue scene si svolgono nella piccola fattoria ad Aubrac dove Remi vive con la
signora Barberin, la sua mamma adottiva…
Per gli esterni abbiamo girato in luoghi così belli da togliere il fiato. E Antoine e la squadra
che lavorava alle scenografie, hanno fatto un ottimo lavoro sugli interni. Eravamo davvero

dentro a una fiaba. In queste scene ho creato un forte legame con Maleaume, io e lui siamo
subito andati d’accordo. Ho capito che avevo un certo ascendente su di lui, e l’ha capito
anche lui, l’abbiamo usato. Anche se non appaio molto, era importante che questa
vicinanza fosse tangibile, per poi far comprendere la solitudine e la sofferenza che prova
Remi quando se ne va con Vitali.
La sequenza in cui Vitali obbliga Remi a seguirlo sulla collina, mentre JONATHAN
ZACCAÏ che interpreta tuo marito, ti impedisce di correre da loro, ha una forte carica
emotiva…
In quella scena tutti davano indicazioni a Remi, l’ho preso da parte e gli ho detto ”Non
stare a sentire nessuno, tutto quello che devi fare è tenere gli occhi incollati su di me. In
questa scena ci siamo solo io e te.” Ha capito ed è stato incredibile, quel modo di
attaccarsi a me quando viene allontanato.
Lavorerete di nuovo insieme nel film Fourmi di Julien Rappeneau
E’ una coincidenza, ma del resto ci sono pochi ragazzini della sua età con quelle doti
umane e artistiche. Maleaume è tanto umile quanto diligente, il suo rapporto con gli adulti
è molto discreto, non fa mai affidamento solo sul suo talento, è commovente.
Come ti sei preparata per il personaggio della signora Barberin?
Mi hanno aiutato molto i costumi, l’acconciatura, l’immagine del set tutto. Mi sono sentita
immediatamente dentro al contesto. E Antoine era così inspirato che è stato in grado di
inspirare anche gli altri.
Non ti abbiamo vista molto in questi ultimi anni, mentre adesso stai lavorando su tanti
progetti.
Mi sono presa del tempo per crescere le mie bambine, adesso che sono un pochino più
grandi, posso tornare al mio lavoro. Dopo il film di Jean-Paul Rouve Lola e i suoi fratelli, che
uscirà a novembre, sarò nel film di Fabienne Berthaud Un Monde plus grand, e nella nuova
stagione della serie di Paolo Sorrentino The Young Pope. Sarò anche nel nuovo film di
Hirokazu Kore’eda, il primo fuori dal Belgio.




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