11 Settembre 2001: per non dimenticare l’orrore

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11 settembre 2001, il più grande attentato terroristico del nostro secolo. Due aerei di linea che si schiantano contro le Torri Gemelle di New York che poi cedono su loro stesse nella polvere. Scene mai viste prima di allora, se non al cinema. Quel giorno morirono quasi 3mila persone a causa dell’attacco ordinato da Osama Bin-Laden, leader dell’organizzazione terroristica di matrice islamica Al-Qaeda. Immagini impossibili da dimenticare per l’impatto che hanno avuto nella storia e nelle vite di tutti noi.
Ciascuno di noi ha un ricordo molto personale di quella giornata, di quelle ore, di quei minjuti che si pensava potessero esisere soltanto nei film.
Chi vi scrive si trovava nella redazione di Canale Tre e stava preparando la scaletta del lavoro giornalistico di una giornata, sino a quel punto, avara di elementi mediatici di grande interesse. Come di consueto vi erano accesi 12 televisori sintonizzati su altrettanti canali informativi. Improvvisamente ecco l’edizione straordinaria (ricordate chi fu il primo a capire che cosa stava accadendo?) del Tg4 del direttore Emilio Fede, il primo a rendersi conto della gravità della situazione. Dopo pochi minuto in diretta lo schianto del secondo aereo e l’allarme generale in tutto il mondo seguito dal crollo delle torri e dalle notizie dei vari dirottamenti.
Sono trascorsi ben 19 anni ma quella giornata resterà “la giornata delle torri gemelle”, la giornata degli eroici pompieri, dei passeggeri che ebbero il coraggio di ribellarsi ai dirottatori, di un mondo che ha iniziato una guerra che in realtà non è mai finita e che deve frammentarci di non abbassare la guardia.
Spesso sentiamo parlare dell’importanza del ricordare, della memoria, ma si narra sempre delle torri gemelle, meno delle vittime, di quelle famiglie che hanno perso un marito, una moglie, un giovane ricco di speranze o di un lavoratore prossimo alla pensione, nessuno parla di quei ragazzi cresciuti senza un genitore o di quelle mogli o mariti che hanno dovuto tirare avanti la famiglia senza il coniuge.
11 Settembre 2001, un orrore devastante con ancora tanti, troppo punti oscuri da chiarire e con le solite (probabili) omissioni per non voler andare a colpire potenti e ricchi alleati che probabilmente quel giorno vollero dare “una lezione” all’occidente.
Un martedì qualsiasi di settembre che in pochi minuti si trasforma nel peggiore attacco terroristico nella storia degli Stati Uniti
Le immagini fanno il giro del mondo, arrivano anche in Vaticano sotto gli occhi di Giovanni Paolo II che il giorno dopo, nel corso dell’Udienza generale, chiederà che non si facciano applausi per creare un clima di raccoglimento e preghiera per tutte le vittime di quello che definisce “un giorno buio nella storia dell’umanità, un terribile affronto alla dignità dell’uomo”. Nonostante la sofferenza e il dolore per la perdita delle vite umane, il futuro Santo vuole però ricordare a tutti che “se anche la forza delle tenebre sembra prevalere, il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola”.
Tra le immagini che scorrono sugli schermi di tutto il mondo c’è anche quella di una croce. Durante le operazioni di soccorso, a un certo punto, in mezzo alla polvere e ai detriti si staglia davanti ai vigili del fuoco una croce. È costituita da due travi di metallo della struttura del World Trade Center. Sotto quel segno si raccoglieranno molte persone di diverse religioni, facendo diventare la Croce di Ground Zero il simbolo di conforto per tutti coloro che hanno perso i propri cari. Oggi, è conservata al National September 11 Memorial & Museum, uno spazio realizzato per rendere omaggio a tutte le persone che hanno perso la vita negli attacchi terroristici del 2001.
Nel luogo dove sorgevano le Torri Gemelle, oggi ci sono due grandi vasche, sui cui lati sono incisi i nomi di tutte le vittime. Le vasche simboleggiano la perdita di vite umane e il vuoto fisico lasciato dagli attacchi terroristici. Sarà Benedetto XVI a visitarlo per primo, 7 anni dopo quel terribile giorno. Deciderà di non pronunciare alcun discorso. Dopo l’incontro con i parenti delle vittime e i soccorritori, si raccoglierà in preghiera chiedendo al Signore di concederci “la saggezza e il coraggio di lavorare instancabilmente per un mondo in cui pace e amore autentici regnino tra le Nazioni e nei cuori di tutti”.
Anche Papa anche Francesco visiterà quel luogo simbolo. Il Pontefice, pregando con 12 leader religiosi dopo aver incontrato i familiari delle vittime, ricorderà a tutti che “questo luogo di morte si trasforma anche in un luogo di vita, di vite salvate, un canto che ci porta ad affermare che la vita è sempre destinata a trionfare sui profeti della distruzione, sulla morte, che il bene avrà sempre la meglio sul male, che la riconciliazione e l’unità vinceranno sull’odio e sulla divisione” perché “nelle differenze e nelle discrepanze è possibile vivere in un mondo di pace”.
Ma ricostruiamo quella drammatica giornata. partendo dai preparativi dei terroristi.
Gli attacchi furono concepiti da Khalid Shaykh Muhammad, che li descrisse per la prima volta a bin Laden nel 1996. A quel tempo, bin Laden ed Al-Quaida stavano vivendo un periodo di transizione, essendo appena ritornati in Afghanistan dal Sudan. Gli attentati alle ambasciate statunitensi del 1998 e la fatwā dello stesso anno segnarono un punto di svolta e lo stesso bin Laden iniziò a riflettere su un attacco diretto agli Stati Uniti. Sul finire del 1998 e l’inizio del 1999, bin Laden approvò il piano e diede il via libera a Muhammad per iniziare ad organizzare. Muhammad, Bin Laden e Mohammed Atef tennero una serie di incontri all’inizio del 1999. Atef fornì supporto alle operazioni, tra cui la scelta dell’obiettivo e aiutò ad organizzare i viaggi dei dirottatori. Bin Laden non approvò tutti i piani di Muhammad, rigettando possibili obiettivi come la U.S. Bank Tower a Los Angeles per mancanza di tempo. Bin Laden fornì leadership e supporto finanziario. Fu inoltre coinvolto nella selezione dei dirottatori. Inizialmente scelse Nawaf al-Hazmi e Khalid Al Mihdhar, entrambi reduci delle Bosnia. I due arrivarono negli Stati Uniti nel gennaio del 2000. In quel periodo presero lezioni di volo a San Diego, in California, ma entrambi parlavano poco la lingua e non brillarono nelle lezioni. Furono comunque scelti come dirottatori “secondari”.
Sul finire del 1999, un gruppo di uomini provenienti da Amburgo arrivò in Afghanistan. Tra di loro vi era Mohammed Atta, Marwan al-Shehhi, Ziad Jarrah e Ramzi Bin al-Shibh. Bin Laden li scelse per via della loro educazione, per la loro capacità nel parlare l’inglese e per la loro esperienza nel vivere in Occidente. Nuove reclute vennero costantemente vagliate per capacità speciali ed Al-Qāida di conseguenza scoprì che Hani Hanjour era già in possesso di una licenza da pilota. Muhammad disse in seguito che egli aiutò i dirottatori a mimetizzarsi, insegnando loro come ordinare cibo in ristorante e vestirsi in abiti occidentali. Hanjour arrivò in San Diego l’8 dicembre 2000, incontrandosi con Hazmi. Entrambi partirono poi per l’Arizona, dove Hanjour ricominciò ad esercitarsi. Marwan al-Shehhi giunse alla fine del maggio 2000, mentre Atta arrivò il 3 giugno 2000 e Jarrah il 27 giugno 2000. Bin al Shibhri chiese più volte un visto per gli Stati Uniti, ma essendo yemenita, esso gli fu negato. Bin al Shibh rimase ad Amburgo, fornendo collegamento tra Atta e Mohammed. I tre membri della cellula di Amburgo presero lezioni di volo in Florida. Nella primavera del 2001, i dirottatori secondari iniziarono ad arrivare negli Stati Uniti. Nel luglio 2001, Atta incontrò bin al-Shibh in Spagna, dove stabilirono dettagli del piano, incluso la scelta finale dell’obiettivo. Bin al-Shibh riferì anche il desiderio di Bin Laden che l’attacco fosse compiuto al più presto. Alcuni attentatori ebbero il loro passaporto grazie a corrotti ufficiali sauditi che erano famigliari o usarono passaporti falsi per entrare. Alla fine del 1999, il socio di Al Qaida Walid bin Attash (“Khallad”) contattò Mihdhar, dicendogli di incontrarlo a Kuala Lumpur, in Malesia; anche Hazmi e Abu Bara al Yemeni sarebbero stati presenti. La NSA intercettò una telefonata che menzionava l’incontro, Mihdhar, e il nome “Nawaf” (Hazmi). Nonostante l’agenzia temeva che “qualcosa di nefasto potesse essere in corso”, non prese ulteriori provvedimenti. La CIA era già stata avvisata dall’intelligence saudita in merito allo status di Mihdhar e Hazmi come membri di al-Qaida, e una squadra della CIA fece irruzione nella camera d’albergo di Dubai di Mihdhar e scoprì che Mihdhar aveva un visto statunitense. L’Alec Station avvisò le agenzie di intelligence in tutto il mondo di questo avvenimento, ma non condivise queste informazioni con l’FBI.
Alla fine di giugno, il funzionario antiterrorismo Richard Clarke e il direttore della CIA George Tenet erano convinti che una serie di attacchi stesse per arrivare, anche se la CIA riteneva che gli attacchi sarebbero probabilmente avvenuti in Arabia Saudita o in Israele.[49] All’inizio di luglio, Clarke mise le agenzie nazionali in “stato di allerta”, dicendo loro: “Qualcosa di veramente spettacolare sta per accadere qui. Presto”.
A luglio, un agente dell’FBI con sede a Phoenix inviò un messaggio al quartier generale dell’FBI, Alec Station e agli agenti dell’FBI a New York, avvertendoli della “possibilità di uno sforzo coordinato di Osama bin Laden per inviare studenti negli Stati Uniti per frequentare università e college dell’aviazione civile”. Sempre a luglio, la Giordania avvisò gli Stati Uniti che al-Qaida stava pianificando un attacco agli Stati Uniti; “mesi dopo”, la Giordania notificò agli Stati Uniti che il nome in codice dell’attacco era “The Big Wedding” (“Il grande matrimonio”) e che riguardava aeroplani. Il 6 agosto 2001, “l’Informativa presidenziale giornaliera” della CIA, designata “solo per il presidente”, fu intitolato “Bin Ladin determinato a colpire gli Stati Uniti”. Il memo notò che le informazioni dell’FBI “indicavano modelli di attività sospette in questo paese coerenti con i preparativi per dirottamenti o altri tipi di attacchi”. I fallimenti nella condivisione dell’intelligence furono attribuiti alle politiche del Dipartimento di Giustizia del 1995 che limitavano la condivisione dell’intelligence, combinate con la riluttanza della CIA e dell’NSA a rivelare “fonti e metodi sensibili” come i telefoni sotto controll.
Il mattino dell’11 settembre 2001, un martedì, diciannove dirottatori presero il comando di quattro aerei di linea passeggeri (due Boeing 757 e due Boeing 767) in viaggio verso la California (tre diretti all’Aeroporto Internazionale di Los Angeles ed uno all’Aeroporto Internazionale di San Francisco), decollati dall’Aeroporto Internazionale Logan di Boston, dall’Aeroporto Internazionale di Newark, in New Jersey, e dall’Aeroporto Internazionale di Washington-Dulles, in Virginia. Tutti gli aerei furono appositamente scelti perché pronti a lunghi voli e, quindi, carichi di carburanti.
Alle 8:46, cinque dirottatori fecero schiantare il volo American Airlines 11 sulla facciata settentrionale della Torre Nord del World Trade Center (WTC 1). Alle 9:03, altri cinque dirottatori, al comando del volo United Airlines 175, fecero schiantare il velivolo nella facciata meridionale della Torre Sud (WTC 2)Cinque dirottatori, poi, diressero il volo American Airlines 77 contro la facciata ovest del Pentagono alle 9:37. Infine, alle 10:03, un quarto aereo, il volo United Airlines 93, precipitò in un campo in Pennsylvania al termine di uno scontro tra passeggeri e dirottatori. Si ritiene che l’obiettivo del volo 93 sarebbe potuto essere il Campidoglio di Washington o la Casa Bianca. Le registrazioni della scatola nera di quest’ultimo volo hanno infatti rivelato che l’equipaggio e i passeggeri tentarono di sottrarre il controllo dell’aereo ai dirottatori dopo aver saputo, per via telefonica, che quella mattina altri aerei erano stati dirottati e si erano schiantati contro degli edifici.Secondo la trascrizione della registrazione, uno dei dirottatori diede l’ordine di virare il velivolo quando fu chiaro che ne avrebbero perso il controllo a causa dei passeggeri. Poco dopo, l’aeroplano si schiantò in un campo vicino Shanksville, nella contea di Somerset (Pennsylvania), alle 10:03:11. In un’intervista rilasciata al giornalista di al Jazeera Yosri Foda, Khalid Shaykh Muhammad affermò che l’obiettivo del volo 93 era il Campidoglio di Washington, il cui nome in codice era «la facoltà di Legge».
Nel corso dei dirottamenti, alcuni passeggeri e membri dell’equipaggio furono in grado di effettuare chiamate con l’apparecchio radiotelefonico aria-superficie della GTE e con i telefoni cellulari; costoro furono in grado di fornire dettagli su quanto stava accadendo. Si riuscì a comprendere come diversi dirottatori fossero a bordo di ciascun aeroplano e che costoro avevano usato spray urticante e lacrimogeni per sopraffare i membri dell’equipaggio e tenere i passeggeri fuori dalla cabina della prima classe.Si capì, inoltre, che alcune persone a bordo degli aerei erano state accoltellate. I terroristi avevano preso il controllo dei velivoli usando coltelli e taglierini per uccidere alcuni assistenti di volo e almeno un pilota o un passeggero, tra cui il comandante del volo 11, John Ogonowski. La Commissione d’indagine sugli attentati dell’11 settembre 2001 stabilì che due dei dirottatori avevano recentemente acquistato attrezzi multifunzione di marca Leatherman.. Un assistente di volo dell’American Airlines 11, un passeggero del volo 175 e alcuni passeggeri del volo 93 riferirono che i dirottatori avevano delle bombe, ma uno dei passeggeri disse anche di ritenere che si trattasse di ordigni inerti. Nessuna traccia di esplosivi fu trovata nei luoghi degli impatti. Il Rapporto della Commissione sull’11 settembre afferma che le bombe erano probabilmente false. Quel giorno, tre edifici del complesso del World Trade Center crollarono a causa di cedimenti strutturali La Torre Sud (WTC 2), la seconda ad essere stata colpita, crollò alle 9:59, 56 minuti dopo l’impatto con il volo United Airlines 175, che aveva causato un’esplosione ed un conseguente incendio per via del carburante presente nell’aereo; la Torre Nord (WTC 1) crollò alle 10:28, dopo un incendio di circa 102 minuti. Il collasso del WTC 1 produsse dei detriti che danneggiarono la vicina 7 World Trade Center (WTC 7), la cui integrità strutturale fu ulteriormente compromessa dagli incendi, che portarono al crollo della penthouse est alle 17:20 di quello stesso giorno; l’intero edificio collassò completamente meno di un minuto dopo, alle 17:21 ora locale. Nella contea di Arlington, anche la facciata ovest del Pentagono subì ingenti danni. Il National Institute of Standards and Technology promosse delle investigazioni sulle cause del collasso dei tre edifici, successivamente allargando le indagini sulle misure per la prevenzione del collasso progressivo, chiedendosi ad esempio se la progettazione aveva previsto la resistenza agli incendi e se era stato effettuato un rafforzamento delle strutture in acciaio. Il rapporto riguardo alle Torri Nord e Sud fu terminato nell’ottobre 2005, mentre l’indagine sul WTC 7 è stata pubblicata il 21 agosto 2008: il crollo dell’edificio è stato causato dalla dilatazione termica, prodotta dagli incendi incontrollati per ore, dell’acciaio della colonna primaria, la numero 79, il cui cedimento ha dato inizio a un collasso progressivo delle strutture portanti vicine. Venuta a conoscenza dei dirottamenti e dei seguenti attacchi coordinati, alle 9:42 l’Amministrazione dell’Aviazione Federale (Federal Aviation Administration, FAA) bloccò tutti i voli civili all’interno dei confini degli Stati Uniti e ordinò a quelli già in volo di atterrare immediatamente[84]. Tutti i voli civili internazionali furono fatti ritornare indietro o indirizzati ad aeroporti in Canada o Messico. A tutto il traffico aereo civile internazionale fu proibito di atterrare negli Stati Uniti per tre giorni. Gli attacchi crearono grande confusione tra le agenzie di notizie e i controllori del traffico aereo in tutti gli Stati Uniti per via di notizie non confermate e spesso contraddittorie: una delle ricostruzioni più diffuse raccontava di un’autobomba esplosa nella Segreteria di Stato degli Stati Uniti a Washington. Poco dopo aver dato notizia dell’incidente al Pentagono, la CNN e altre emittenti raccontarono anche che di un incendio scoppiato al National Mall di Washington. Un altro rapporto fu diffuso dalla Associated Press, secondo il quale un Boeing 767 della Delta Air Lines, il volo 1989, era stato dirottato: anche questa notizia si rivelò poi un errore, in quanto si era effettivamente pensato che vi fosse quel pericolo, ma l’aereo rispose ai comandi dei controllori di volo e atterrò a Cleveland (Ohio).
Successivamente agli attacchi alle Torri gemelle, il New York City Fire Department inviò rapidamente sul sito 200 unità, pari a metà dell’organico del dipartimento, che furono aiutati da numerosi pompieri fuori-servizio e da personale dei pronto soccorso. Il New York City Police Department inviò delle unità speciali dette “Emergency Service Units” e altro personale. Durante i soccorsi, i comandanti dei vigili del fuoco, della polizia e dell’Autorità portuale ebbero difficoltà a condividere le informazioni e a coordinare i loro sforzi, tanto che vi furono duplicazioni nelle ricerche dei civili dispersi invece che ricerche coordinate. Con il peggiorare della situazione, il dipartimento di polizia, che riceveva informazioni degli elicotteri in volo, fu in grado di diffondere l’ordine di evacuazione che permise a molti dei suoi agenti di allontanarsi prima del crollo degli edifici; tuttavia, poiché i sistemi di comunicazione radio dei dipartimenti di polizia e di vigili del fuoco erano incompatibili, questa informazione non fu inoltrata ai comandi dei vigili del fuoco. Dopo il collasso della prima Torre, i comandanti dei vigili del fuoco trovarono difficoltà a inviare gli ordini di evacuazione ai pompieri all’interno della torre, a causa del malfunzionamento dei sistemi di trasmissione all’interno del World Trade Center. Persino le chiamate al 911 (il servizio di emergenza) non furono correttamente inoltrate. Un’enorme operazione di ricerca e salvataggio fu lanciata dopo poche ore dagli attacchi; le operazioni cessarono alcuni mesi dopo,
Gli attentatori dell’11 settembre appartenevano al gruppo al-Qaiida guidato da Osama bin Laden e gli attacchi sono il risultato degli obiettivi formulati nella fatwā emessa dallo stesso Osama bin Laden oltre che Ayman al-Zawahiri, Abū Yāsir Rifā Ahmad āhā, Mir Hamza e Fazlur Rahman, la quale dichiarava che fosse «dovere di ogni musulmano […] uccidere gli americani in qualunque luogo»
L’origine di al-Qāida risale al 1979, anno dell’invasione sovietica dell’Afghanistan; poco dopo l’invasione, Osama bin Laden si recò in Afghanistan per collaborare con l’organizzazione dei mujahidin arabi e alla creazione di Maktab al-Khidamat, una formazione il cui scopo era quello di raccogliere fondi e assoldare mujaheddin stranieri per resistere all’Unione Sovietica. Nel 1989, con il ritiro delle forze sovietiche dal conflitto afghano, il Maktab al-Khidamat si trasformò in una “forza di intervento rapido” del jihād contro i nemici del mondo islamico. Sotto l’influenza di Ayman al-Zawahiri, bin Laden assunse posizioni più radicali. Nel 1996, bin Laden promulgò la prima fatwā, con la quale intendeva allontanare i soldati statunitensi dall’Arabia Saudita. In una seconda fatwa diffusa nel 1998, bin Laden avanzò obiezioni sulla politica estera statunitense nei riguardi di Israele, come pure sulla presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita anche dopo la fine della guerra del Golfo. Bin Laden ha citato testi dell’Islam per esortare ad azioni di forza contro soldati e civili statunitensi fin quando i problemi sollevati non saranno risolti, notando che «durante tutta la storia dei popoli islamici, gli ulamā hanno unanimemente affermato che il jihād è un dovere individuale se il nemico devasta i paesi musulmani» Gli attacchi furono condannati da governi di tutto il mondo e molte nazioni offrirono aiuti e solidarietà. I governanti della maggior parte dei paesi del Medio Oriente, incluso l’Afghanistan, condannarono gli attacchi. L’Iraq fece eccezione, in quanto diffuse immediatamente una dichiarazione in cui si affermava che «i cowboys americani stavano cogliendo il frutto dei loro crimini contro l’umanità».Un’altra eccezione, molto evidenziata dai mass media, furono i festeggiamenti da parte di alcuni Palestinesi, nonostante il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Yasser Arafat, avesse condannato gli attacchi. Come negli Stati Uniti, le conseguenze degli attacchi videro aumentare le tensioni in altri paesi tra musulmani e non musulmani. Circa un mese dopo gli attacchi, gli Stati Uniti d’America guidarono una vasta coalizione nell’invasione dell’Afghanistan, allo scopo di rovesciare il governo dei Talebani, accusati di ospitare al-Qāida. Le autorità del Pakistan si schierarono nettamente al fianco degli Stati Uniti contro i Talebani e al-Qāida: i pakistani misero a disposizione degli Stati Uniti diversi aeroporti militari e basi per gli attacchi contro il governo talebano e arrestarono più di 600 presunti membri di al-Qāida, che poi consegnarono agli statunitensi.




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