L'Italia Renzi ed il referendum del 4 dicembre

I tink thank di Renzi sono in campo per promuovere e sostenere il SI al Referendum Costituzionale del 04 dicembre prossimo, al punto che i banchi della Camera e del Senato si svuotano sempre di più: i piddini tutti ingaggiati per la più grande campagna elettorale di Renzi. In mezzo a questo clima da “o Si o morte”, vagano come ombre le varie anime del centro-destra. Attendono in silenzio che cosa accadrà il giorno dopo e incrociano le dita perché vinca il NO. Ci provano ad entrare nel merito delle questioni sulle quali saremo chiamati a votare, ma è evidente che sono distratti da altro. C’è un problema di identità in quel del centro-destra che ogni giorno che passa è evidente a tutti. Non è solo o tanto una questione di leadership, quanto di contenuti e soprattutto di cosa vuole essere oggi. All’orizzonte non mi pare proprio di vedere novità benauguranti. E non sarà la vittoria o la sconfitta sul Referendum a modificare nella sostanza la realtà. Perché non si può continuamente costruire una identità in reazione o antitesi a qualcos’altro. Lo ha ricordato Ernesto Galli della Loggia nei giorni scorsi: la destra italiana non ha identità, perché manca una qualunque cultura conservatrice, di un punto di vista sulla realtà alternativo a quello progressista, che ha avuto come conseguenza una disparità decisiva all’interno degli schieramenti politici. “Cambiando l’identità della Sinistra italiana –scrive sul “Corriere della Sera”- Matteo Renzi ha obbligato anche la Destra a cambiare la propria. Ma la Destra non se n’è accorta, e proprio perciò continua ad annaspare. Renzi ha mostrato l’inutilità della Destra riguardo quello che da sempre ne è stato il principale cavallo di battaglia: l’economia. Lo ha fatto accantonando pressoché totalmente le tradizionali politiche che la Sinistra seguiva in questo campo”. È il male che in fondo attanaglia la destra fin dal 1994 con la discesa in campo di Berlusconi dopo il crollo della DC.

“Fino ad oggi, infatti, la Destra ha affidato le sue fortune sostanzialmente a due temi che la contrapponevano alla Sinistra: da un lato l’anticomunismo (peraltro da qualche lustro sempre più implausibile), e dall’altro l’economia, dove la Destra è andata avanti propugnando tradizionalmente ricette grosso modo di tipo liberista-rigoristico (a parole, perché quanto a metterle in pratica i risultati sono sempre mancati: Berlusconi docet). Grazie a Renzi, però, nessuno di questi due temi ha sostanzialmente ormai più corso. Nella Destra, è vero, sono presenti anche tassi significativi di rabbia xenofoba e di clericalismo antiliberale: ma a parte ogni altra considerazione, è difficile pensare che si possa essere davvero competitivi elettoralmente con piattaforme politiche di questo tipo”. Per questo motivo non sono mai stato belusconiano e nemmeno di destra. Perché fu chiaro fin da subito che la “rivoluzione liberale” annunciata tante volte da Berlusconi non si sarebbe mai avverata in Italia. Non per incapacità, ma per assenza di identità e radici. Mettere insieme tutti contro qualcuno, paventare le minacce dell’avanzata del comunismo in Italia sono stati slogan che hanno funzionato per qualche tempo, ma non sono sufficienti a tenere insieme un popolo. Non reggono con l’avanzare del tempo. E il tempo in politica corre e muta con una velocità sonica. Certamente Berlusconi ha avuto il merito di occupare un vuoto e di rallentare l’avanzata di un centro-sinistra confuso che veniva da una serie di fusioni a freddo di partiti e movimenti (PPI, Margherita e poi il Pd di Veltroni). Il risultato tuttavia ha mostrato nel tempo tutti i limiti e le lacune di un progetto politico che non aveva alla base una identità culturale.

Che significa identità? Di quale identità stiamo parlando? Mi sembra che Galli della Loggia colga nel segno quando scrive: “In realtà, se oggi la Destra italiana si ritrova priva di una sua specifica immagine, priva di riconoscibilità, è anche perché essa sconta un vuoto storico della propria identità: vale a dire l’assenza di una vera, effettiva, cultura conservatrice. Cultura conservatrice vuol dire identificazione ragionata con il lascito del passato, con gli edifici, il paesaggio e i costumi di un luogo, l’attaccamento ai valori ricevuti, la diffidenza verso tutto ciò che distrugge la tradizione; e poi senso delle istituzioni, considerazione non formale per i ruoli, i saperi, le competenze, rispetto delle regole. Una tale cultura — oggi in Europa riferibile politicamente a partiti di orientamento cristiano-liberali — da noi è stata assai debole da sempre, e fu messa nell’angolo dalla compromissione/inquinamento con il fascismo. Né poté certo assistere alla sua ripresa la Repubblica della modernizzazione e dell’urbanesimo travolgenti, della fine della miseria e della scomparsa del mondo contadino, della massificazione individualistico-democratica e della rivoluzione giovanile e sessuale”.

Cosa vuol dire oggi in Italia essere conservatore? “Identificazione ragionata con il lascito del passato”, mi pare la frase che riassuma perfettamente ciò che manca oggi nel centro-destra.

Lo abbiamo visto plasticamente ai Family Day: tanti politici di centro-destra fisicamente presenti in piazza e al Circo Massimo a promettere battaglia e poi totalmente ininfluenti nel momento di votare le unioni civili. È finito il tempo delle grandi coalizioni e dei governi di emergenza trasversali per salvare l’Italia. Lo si vede ogni giorno. Renzi si muove come e quando vuole, dove vuole e impone la sua agenda politica. Va avanti sull’eutanasia, sulle adozioni gay (che presto arriveranno), sul gender nelle scuole. E che cosa hanno ottenuto sinora gli uomini di Alfano sulla famiglia? Nulla.

“L’assenza di una qualunque cultura conservatrice, di un punto di vista sulla realtà alternativo a quello progressista, ha avuto come conseguenza una disparità decisiva all’interno degli schieramenti politici. Ha significato infatti che in Italia, laddove la Sinistra era (ed ancora è) una cultura complessa e ramificata, capace di penetrare di sé ogni ambito, insomma rappresenta un vero retroterra sociale in cui è stabilmente insediata, la Destra, invece, è stata condannata ad essere quasi soltanto una posizione politica polemica, animata essenzialmente da uno spirito di contrasto e abituata ad agire di rimessa. E quindi anche in una condizione potenzialmente aleatoria dal punto di vista dell’orientamento elettorale, come ha capito benissimo Renzi che infatti conta sul suo aiuto per il prossimo referendum”.

La speranza del centro-destra si chiama Stefano Parisi? Bha. “Anche il tentativo fatto dalla convention di Stefano Parisi di ridargliene una, battendo però sempre la strada dell’economia, dell’efficienza, della «riforma» fiscale e delle mille altre riforme mille volte promesse e quindi destinate ormai a cadere nel disinteresse generale, non mi sembra destinato ad andare lontano”.

Chiamato direttamente in causa, Parisi scrive una lettera ad Ernesto Galli della Loggia, “Perché serve una destra liberale e popolare”. “La nuova epoca – scrive Parisi – richiede un grande ripensamento. È quello che stiamo promuovendo: senza ipocrisie, con il linguaggio della verità. E sono d’accordo con Galli della Loggia quando scrive che è necessario rinvigorire le categorie e i valori cari alla cultura ‘conservatrice’. Liberale e popolare la chiamiamo noi. Certo. Dobbiamo tornare a rispettare e conoscere le nostre radici culturali per affrontare in modo chiaro e schietto la grande questione del confronto tra culture e religioni. Per evitare la sottomissione dobbiamo rafforzare i nostri valori di democrazia e legalità, di Stato laico e liberale. Per ritrovare una visione di crescita e benessere dobbiamo rinvigorire i nostri valori del lavoro, dei nostri doveri verso la famiglia e il Paese. Dobbiamo ritrovare il valore delle comunità, delle associazioni, delle rappresentanze che svolgono funzioni indispensabili per la nostra società. E la politica deve dare una visione, deve essere consapevole della funzione a essa assegnata, deve essere capita dal popolo, un popolo che va ascoltato e verso il quale deve ristabilire un nuovo rapporto di fiducia. È la grande occasione della cultura liberale popolare. Una politica che torni a essere composta da persone integre, che credono nel loro Paese e che abbiano il coraggio di affrontare i nodi storici della nostra economia. Una politica nuova che dica la verità e lavori per il nostro futuro, smantellando il peso di uno Stato che non serve, capovolgendo il rapporto tra Stato impostore e cittadino suddito, che creda negli italiani, nel loro lavoro, nella loro capacità di creare sviluppo e benessere e preservi i loro risparmi e tuteli coloro che sono in difficoltà. Questa è la nostra identità”. Già. Serve una destra liberale e popolare. Lo slogan è perfetto, la spiegazione molto meno. Parisi vuole ascoltare il popolo? Lo faccia sul serio. Non è di ricette economiche che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di un Paese che investa sulla famiglia e sui figli per continuare ad investire e credere sul futuro. Questo significa – a mio parere – provare a costruire una cultura conservatrice come “identificazione ragionata con il lascito del passato”. Parisi continua invece ad usare un gergo sorpassato e vuoto, parla di una politica che deve avere “visione”. Ma la visione si traccia a partire da una identità chiara, se no la visione rimane un miraggio o uno slogan incapace di trascinare il popolo.

Non mi dimentico infatti ciò che lo stesso Stefano Parisi ha dichiarato in una recente intervista a “La Gabbia” di Gianluca Paragone. Domanda: Lei è favorevole ai matrimoni gay? Risposta di Parisi: “Matrimonio direi di no.Le coppie omosessuali possono ovviamente fare nuclei famigliari che vogliono. Certo”. Domanda: Lei è favorevole alle adozioni gay? “Questa è una vicenda più complicata, perché c’è in discussione il tema dell’utero in affitto. Però se si tratta del figlio avuto da una coppia precedente, allora ha senso, sono favorevole”:

Non è questo che il popolo si aspetta dal nuovo centro-destra. Se questo è il nuovo che avanza, se questa è la cultura liberale e popolare, be’, ancora una volta il centro-destra resterà prigioniero della propria condizione: dovere in fondo dipendere dall’avversario. E non sarà certamente l’esito del referendum a cambiare miracolisticamente le sorti.

È un film che abbiamo già visto troppe volte. E sinceramente siamo un po’ stanchi di pagare il biglietto del cinema per vedere un film stantio che non ci racconta nulla di ciò che siamo e che vogliamo dalla politica. Preferisco essere anche minoranza, anche rischiare di essere ininfluente, ma essere ciò che sono. Per questo motivo davvero l’alternativa a questo film stantio si chiama Popolo della Famiglia. Non fidatevi di chi continua ancora a sostenere e votare le stesse facce, gli stessi partiti e gli stessi slogan che troppe volte abbiamo visto. Preferisco essere perdente, ma almeno in pace con la mia coscienza. Abbiamo bisogno di un popolo che viene ascoltato, di un popolo che abbia voce dentro l’agone partitico attuale. Davide ha sconfitto Golia con una fionda. Mi accontento anche di molto meno: una presenza di popolo che ha chiaro dove vuole andare perché ha chiaro da dove viene.

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