Social Networks e "Selfie-mania" di Ludovica Bedeschi

“Nel futuro, ognuno sarà famoso al mondo, per quindici minuti” (A.Warhol)

Come poter parlare di un tema così attuale, così pervasivo come quello dei Social Network, senza rischiare di cadere nel ridondante mito del “si stava meglio quando si stava peggio”?. In effetti il compito é arduo, dal momento che l’utilità di questi mezzi di comunicazione, figli dei nostri tempi schizofrenici, é indiscussa.
Grazie ai Social possiamo essere costantemente informati, costantemente in contatto con amici e parenti lontani, o che abbiamo perso nella naturale evoluzione delle nostre vite. Addirittura le forze dell’ordine se ne servono per ricavare preziose informazioni in merito a crimini informatici, o efferati omicidi. Quindi é chiaro che non si può formulare sui Social Network un’opinione esclusivamente negativa. Ma, perché un ma c’è sempre, non possiamo non fermarci a considerare come l’utilizzo di questa serie cospicua di Social (Facebook, Twitter, Instagram, Myspace, e parecchi ancora) abbia radicalmente modificato la qualità e la quantità delle nostre relazioni interpersonali che come sappiamo, sono una necessità intrinseca dell’essere umano. L’uomo é un animale sociale diceva Aristotele, e su questa granitica certezza Zuckerger e Colleghi, hanno basato la loro fortuna miliardaria. Come abbiamo reagito noi animali sociali, a questa ondata virtuale che si é prepotentemente abbattuta sulla nostra vita reale e sulla nostro modo di comunicare? Se l’Internet Addiction Disorder (disturbo da dipendenza da internet) era già stato sapientemente annoverato all’interno del Manuale dei Disturbi Mentali, oggi possiamo tristemente confermare che i Social Network hanno contribuito alla sua diffusione tra la popolazione (i dati riportano che in casi più seri, si arriva a passare anche 15 ore al giorno “connessi alla rete”). Le persone utilizzano i Social come una trasposizione virtuale delle loro vite, che spesso vengono trascurate, specie nei casi più seri. Per fare un esempio concreto, invito qualunque lettore a osservare il comportamento dei commensali seduti ai tavoli di un ristorante. Almeno un paio di volte durante la serata, si darà un’occhiata al proprio Smart Phone per controllare dove si trovano gli amici virtuali, cosa abbiano postato (specie le fotografie delle pietanze, che stanno diventando ormai una forma di feticismo) o con chi si sono “taggate”. In casi ancora più eclatanti, specie tra i più giovani, non si assiste più a una comunicazione reale tra loro, bensì si possono osservare teste chine e mani giunte, unite da una finestra sul virtuale costituita dal loro cellulare, che passano la serata a consultare i loro oracoli sociali, trascurando completamente le interazioni reali con i compagni di tavolo (anche loro del resto impegnati a chat tare, postare, taggare..) e con l’ambiente circostante. Tutto ciò non può che comportare due pericolose conseguenze: alienazione sociale (buffo, visto che i Social network nascono proprio per promuovere la socializzazione) e nutrimento al narcisismo. A sostegno di quest’ultima affermazione, ecco che il fenomeno del “Selfie” ci viene in soccorso. Per dovere di informazione ricorderò che il “Selfie” é una fotografia che si fa a se stessi utilizzando il cellulare, senza lasciar dubbio all’eventuale buon vecchio autoscatto. Chiunque ormai si scatta un Selfie per condividere con amici virtuali momenti della sua giornata, delle sue vacanze e della vita in generale. Fin qui, nulla di male direte voi. No, certo. In fondo anche Van Gogh si era fatto un autoritratto. Ma sulla differenza tra un autoritratto magistralmente dipinto e un Selfie, ho la sensazione che ci siano parecchie considerazioni da fare che impegnerebbero molto più delle righe di un articolo.
Il Selfie é forse il modo che abbiamo per dire al mondo reale e virtuale ” ci sono anche io!”, ma ciò non basta se non arriva il “mi piace” di qualcuno a confermarcelo. Allora quindi Warhol aveva avuto la giusta intuizione. Aveva previsto che la vanità e il narcisismo avrebbero imperato e governato il nostro modo di relazionarci e il modo con cui offriamo al mondo il ritratto sapientemente modificato attraverso filtri e Photoshop, di come vogliamo che gli altri ci vedano e ci ammirino. La vera trappola si annida dietro all’abuso di questi mezzi di interazione sociale virtuale. Andiamo incontro a un vero ribaltamento del significato dell’esperienza. Non vale più quella vissuta realmente, ma essa acquista valore solo se condivisa e apprezzata e commentata da altri, in rete.
Ricordiamoci di vivere la realtà, con i benefici e gli svantaggi che questo comporta.
Re-impariamo ad accettarci a prescindere dall’approvazione della community sociale, dal numero di seguaci o amici virtuali. Il mito di Narciso, che tutti ricordiamo, non ha avuto un epilogo felice: é morto solo, annegato in uno stagno alla ricerca dell’immagine perfetta di sé, irraggiungibile proprio perché irreale.

Dott.Ludovica Bedeschi




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