Movienerd- Reda Kateb protagonista di The Specials

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Reda Kateb  è con Vincent Cassel uno di protagonisti di ” The Specials, la commedia francese che tratta il delicato problema dell’autismo. Sulla sua esperienza nel film abbiamo raccolto le sue considerazioni in una breve ma interessante intervista.

Dici spesso che per te ogni film è un viaggio. Questo come è iniziato?

Mi sono sentito immediatamente sicuro della “chimica” con Éric e Olivier, che mi sono venuti a trovare in un piccolo bar che frequento a Montreuil. Ho pensato che, nonostante il notevole successo dei loro film, anche loro condividessero quest’idea del viaggio. Il desiderio di azzerare tutto ogni volta, considerando ciascun film il
primo. Ho capito la forza, l’agitazione e la “carica elettrica” che li muoveva: omaggiare il lavoro di Stéphane
Benhamou e Daoud Tatou. Sono stato rapito dal loro documentario: ON DEVRAIT EN FAIRE UN FILM. Non sapevo nulla sull’autismo, oltre a quanto non avessi visto in film come RAIN MAN o SHINE. Qui c’era la questione di recitare con “giovani autistici non verbali”. Olivier mi ha fatto visitare “Le Silence des justes”. Mi ha affascinato subito, ma è stato anche molto commovente. Ho scoperto un modo ricco, che prometteva un’avventura
intensa in cui mi sarei potuto muovere liberamente. Éric e Olivier tengono molto alla libertà degli attori. Ci mettono molto impegno.

Il tuo personaggio, Malik, è ispirato a Daoud Tatou, come hai lavorato con lui?

Prima ancora di leggere il copione, sono salito su uno di quei van che tutte le mattine prendono i bambini autistici a casa e li portano alle loro attività. Sono andato a giocare a calcio con loro, in una palestra, e a pranzo a “Le Relais IDF”, la sua associazione. Poi, Daoud mi ha portato in Marocco, a Rabat, Oujda in particolare, dove sta costruendo il primo centro per l’autismo del Nord Africa. Come “Le Silence des Justes”, ha un nome stupendo: “Les Oiseaux du Paradis” (Uccelli del paradiso). Lì la situazione dei ragazzi autistici è ancora peggiore rispetto a qui, in Francia. Siamo andati a trovare una famiglia con diversi bambini autistici. Uno di loro era legato a una parete. Ho passato
quella notte a guardare le foto di mio figlio di 4 anni al telefono. Vedendo l’angoscia di alcune delle situazione e reazioni umane con cui lavorano Stéphane e Daoud, ti ritrovi una certa responsabilità addosso all’idea di
interpretarli. Per me era importante che ci fosse un riconoscimento da parte loro. Mi hanno dato il loro benestare, ma dovevo anche “liberarmi” di loro, perché THE SPECIALS non è un film biografico su Stéphane e Daoud.

Dove hai trovato la tua libertà?

Nei punti di contatto tra me e Daoud. Empatia, dinamismo, resistenza. E relazioni semplici con ragazzi da quartieri da cui non mi sono mai allontanato troppo. Ho fatto il supervisore ed educatore nella periferia di Parigi a
Vitry-sur-Seine. Sponsorizzo il festival cinematografico “Ciné-banlieues”. Parlare o ascoltare con questi ragazzi
per me non è stato un ruolo da costruire da zero. Mi è bastato attingere alle mie esperienze quotidiane. Prima
di “inciampare” sull’autismo, come dice lui stesso, Daoud era un rapper. È quasi un intrattenitore. Quando
assisti a una delle riunioni con i supervisori, chiaramente fanno il loro lavoro, ma ci sono anche molte risate,
sembra quasi che sia in onda uno “spettacolo”. In Marocco è stato uguale, nei discorsi interminabili con le
autorità locali smuoveva montagne in pochissimo tempo. Siamo scagliati contro le mura. Lui trova le
brecce e le carica. Alla fine, con lui, le porte chiuse si aprono sempre.

Malik smuove parecchio i supervisori, esigendo puntualità, impegno e rispetto della lingua francese…

Quando si presentano all’associazione, a questi ragazza manca struttura e portamento. Il film è una parabola
sull’energia di questi quartieri. Dimostra che quando tratti questi ragazzi con fiducia, rimanendo comunque
attento, crescono e gli si apre la porta verso un futuro professionale. Daoud ha un successo del 100% con
ragazzi che fino a poco prima rimanevano nell’ombra. Alla fine tutti arrivano al diploma. Ma Stéphane e Daoud
sono smossi da qualcosa di più grande di loro. La causa viene sempre prima di tutto. Anche la fede per loro è
molto importante.

Esattamente. Hai parlato con i registi della questione della fede, che è a mala pena accennata nel film?

Ne abbiamo parlato sin dai primi incontri. Ero un po’ preoccupato prima di ricevere le sceneggiature. Avevo
paura del cliché dell’unione sacra di ebrei e musulmani che collaborano. Rischiava di diventare una pubblicità
per la pace della Benetton, che non è proprio il mio campo. Penso che oggi tutto si riduca alla religione. Allo
stesso tempo però, Éric e Olivier partono dalle basi della vita reale. Allora, mi dissero che non potevano
promettermi che la questione non si sarebbe presentata. Quando ho visto il film, mi sono tranquillizzato. La
religione c’è, chiaramente, ma ha lo spazio giusto, quello che dovrebbe avere ovunque.

Avevi paura di confrontarti con gli attori autistici del film?

Un po’ sì, sono dovuto andare oltre quell’apprensione. Sono angeli, ma la loro disabilità può manifestarsi in
gomitate e testate. Non c’è nulla di violento alla base. Non “sentono” i propri corpi, anche se è difficile
generalizzare, perché sono stati identificati oltre 250 tipologie di autismo. In termini di codici e abitudini, ci
sentiamo persi davanti a loro. Non ero io a doverli domare, erano loro a dover domare me. I loro assistenti
stanno attenti a ogni parola, comportamento, gesto. Non si può dare nulla per scontato. Prima di girare, mi
ero avvicinato a un giovane di origini africane, un caso molto serio. Mi ha sorriso mentre stavo mangiando. Ma
sul set, appena mi ha visto è scappato via. Non esigere nulla da loro. Questi erano gli ordini. Non hanno filtri, o
secondi fini. Noi attori a volte lo facciamo. Piacerà quello che sto facendo? Questo ruolo me ne porterà altri? Tutta
quella roba interferisce con il nostro lavoro. Con loro, bisogna trovare un altro modo di comunicare. Durante il
ballo di Benjamin, siamo entrati nell’auditorium senza che fossimo ripresi. A volte gli attori imitando usando la
verità, o viceversa, mentre i bambini autistici sono sempre sinceri.

Il film è anche una commedia, ma tu non avevi troppe parti comiche, o no?

Éric e Olivier ritmano molte cose come comici, ma la loro commedia è prima di tutto umana. Prima di girare, uno
dei miei vicini mi è venuto a chiedere un autografo. Mi ha chiesto: “Perché nei film sembri sempre un impacciato scontroso?” L’ho raccontato a Olivier e mi ha detto: “Dai, questa la facciamo per il tuo vicino”. In questo film, avevo l’impressione di star suonando un piano, toccando tasti che non avevo mai suonato. Ma davvero, tra Éric e Olivier è tutto così fluido. Quando uno dei due è giù di morale, l’altro prende il comando. Avevamo un regista a quattro mani, quindi c’era sempre qualcuno sveglio a guardarci.

Come è stato incontrare Vincent Cassel?

Io e Vincent ci siamo incontrati lavorando. Volevo lavorare tantissimo con lui, ma siamo partiti annusandoci
l’un l’altro, come gli animali-attori che siamo. Sul set, era fantastico vedere che mi rispediva tutto quello che gli
mandavo, con un calore e una spontaneità che sono il suo marchio di fabbrica. Ha accettato di viaggiare con
me per il film in un altro modo, non come un’avventura cinematografica, ma in senso umano. Si è aperto con gli
altri, mantenendo comunque una certa riservatezza. Tre riprese dopo, ci sentivamo proprio una squadra. Appena abbiamo sentito la parola “luci”, eravamo pronti a partire.

Nella vita, dovremmo infrangere le regole?
Assolutamente sì. Questo progetto parte da un paradosso. Una contraddizione. Include anche il ministero della sanità, che da una parte non vuole appoggiare queste organizzazioni, ma dall’altra si rende conto che nessuno potrebbe fare il lavoro che fanno, che sono indispensabili. In mezzo a tutto questo, ci sono le vite: i ragazzi autistici, ma anche le loro famiglie. Per loro, la deflagrazione è tremenda, sono i più precari – non possono tenere i loro bambini, ma hanno bisogno di una boccata d’aria. –come sempre, sono loro a soffrire di più.

Parli molto di etica nelle tue scelte artistiche…

Non accetteri mai un ruolo con cui non sono d’accordo. Oggi, mi piacerebbe molto essere presente all’inaugurazione del centro Oujda e proiettare THE SPECIALS in un cinema all’aperto. Nessun film mi ha mai trascinato tanto come questo: fino al cuore di una Francia che è sia utopica che reale, la Francia in cui voglio vivere.




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