Movienerd- Vincent Cassel ci racconta The Specials e l’autismo

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Vincent Cassel è uno dei due protagonisti della nuova commedia agrodolce francese The Specials in uscita in Italia.

Uno dei due produttori della pellicola parlando del perché la loro scelta è caduta su di lui ha spigato.

Éric Toledano: Siamo fan di questi due attori (Cassel e Reda) da tantissimo tempo. Prima di scrivere anche una sola frase, abbiamo bisogno di un impeto, di uno stimolo. Per noi, spesso viene proprio dagli attori. Abbiamo i talenti “trasformisti” di Vincent, la sua propensione a “cucirsi addosso” gesti e fisicità delle persone che interpreta. E ci è piaciuto fargli interpretare il ruolo di un uomo che non si sente troppo a suo agio con le donne. Il loro incontro ci è sembrato un’ottima occasione per il cinema. Volevamo usare la loro energia.

Dal canto suo Vincent Cassel cosa pensa dl film, delle sue tematiche  del lavoro svolto?

Come è stato il tuo primo contatto con Éric Toledano e Olivier Nakache?

Quando mi offrirono di fare il film, mi spiegarono quanto fosse importante per loro. Che era un progetto che avevano da molto tempo, ma che non si sentivano ancora pronti a farlo. Ricordo che non avevano ancora scritto neanche una battuta quando ci siamo incontrati. Gli ho solo chiesto di non farmi leggere 12.000 bozze della sceneggiatura. Gli ho spiegato che non avevo fretta e che avrei aspettato.

Volevi lavorare con loro?
Sì, gliel’ho detto. Ero molto curioso. Avevo visto i loro lavori, sapevo di cosa fossero capaci, ma non capivo esattamente come ci riuscissero. L’ho capito subito. Hanno fede nelle loro sceneggiature, ma continuano a fare ricerca costantemente. Secondo me, la vera direzione di un attore è come un regista, o in questo caso due, guardando all’attore. In me hanno trovato qualcosa che non sospettavo neanche ci fosse, cose che non pensavo di riuscire a “tirare fuori”.

Ricordi la prima volta che sei stato all’associazione “Silence des Justes”?

Ero abbastanza scombussolato. Ma anche completamente sopraffatto. Mi sono sorpreso di ritrovarmi in lacrime. Mi sono chiesto: “Come posso lavorare con questi bambini, ragazzi e adulti? Come posso essere distaccato da questi casi di autismo anche molto seri?” Osservando Stéphane e i nostri contatti, ho capito che loro dedicano la propria vita a migliorare quella dei “residenti”, al costo di quella loro. Spassionatamente. Sono persone che fanno. Gli autistici soffrono di un’inabilità comunicativa. Ma stimolandoli, puoi arricchire il loro bagaglio sensoriale. In altre parole, uno che ha passato vent’anni in quest’organizzazione no profit riconosciuta, non ha lo stesso aspetto di chi sta appena cominciando.

Come ti sei scrollato di dosso queste paure?

Ho dovuto affrontare i miei problemi. Ho passato tempo con loro e, soprattutto, ho smesso di fare il piagnucolone. Mi sono ripetuto più volte che non avrei dovuto aver paura, di mettermi in prima linea, anche per farmi prendere a schiaffi due o tre volte. Alcuni di loro sono anche abbastanza robusti. Un giorno, Éric e Olivier mi hanno fatto intervistare dal Papotin, un giornale pubblicato da adulti e adolescenti autistici. Anche quell’esperienza mi ha smosso abbastanza.

Perché?

Invitano personaggi (calciatori, musicisti, attori, politici…) in un tendone da circo, dove vengono intervistati da diversi giornalisti. Alcuni diventano ossessionati da un dettaglio, al punto che nessuno riesce più a seguirli. Altri recitano poesie onomatopeiche. È un’esperienza astratta, poeticamente divertente, che chiaramente offre alcune perle. Non c’è spazio per messinscene o finzioni. Lì sei messo a nudo. Devi solo lasciarti andare.

Tu avevi un “modello”: Stéphane Benhamou…

Bruno, il mio personaggio, è Stéphane, senza essere Stéphane. Chiaramente, a volte l’ho incontrato da solo all’associazione, altre siamo andati a farci un giro. Ho osservato la sua forma, la sua fisicità, cosa emanasse in quanto essere umano. Può sembrare strano, ma spesso penso ai personaggi che interpreto in termini di struttura.
Stéphane ha un portamento che mi ha comunicato molto. Ci dice chi è. È venuto solo due volte sul set, eppure!… Ce l’abbiamo dovuto trascinare. Il suo lavoro è pressante. Altruismo? Umanesimo? I motivi per cui fa quel che fa in realtà sono molto semplici.

Stai parlando del suo corpo, ma cosa hai “preso” esattamente da lui?

Il pizzetto, i suoi occhi, spesso evita di guardare le persone per non metterle a disagio, anche la sua preoccupazione. Sono partito dalla solitudine che ho percepito in un uomo senza moglie né figli, assolutamente appagato dall’amore che prova per i ragazzi autistici con cui lavora. Ma abbiamo estrapolato da Stéphane. Come lo “Shiddukh*” che impiega.

È un ebreo praticante, che lavora con Malik, un musulmano interpretato da Reda Kateb…

Ci siamo chiesti sin da subito: “Cosa facciamo con la religione?” C’è, la troviamo nel kippah, nei veli e mezutot… Abbiamo anche girato alcune scene che l’esponevano ancora di più, ma Éric e Olivier le hanno tagliate nel montaggio. E va bene così. Nel film, la religione viene mostrata come viene praticata in queste associazioni. È un problema inestricabile ovunque, ma non è assolutamente così per i membri.

Tra l’altro, Malik accenna solo in una battuta di essere musulmano e di avere tre figli…

Lo dice anche come battuta, mentre si parla dello “Shiddukh” che Bruno prova a evitare in qualsiasi modo.
Lo “Shiddukh” è il pretesto per alcune scene abbastanza comiche…
Da “L’odio” a “Irréversible”, ho sempre provato a inserire della comicità anche nei miei ruoli più cupi. Qui interpreto una persona così immersa nel proprio lavoro, che stavolta avevo paura sarebbe stato il personaggio meno divertente del film. Fortunatamente, in quegli incontri, Bruno sbaglia sempre qualcosa. Si diventa una coppia quando entrambi lo vogliono. Ha molto da fare. Rispetto lo “Shiddukh”, ma innamorarsi non è sempre facile. L’altra persona ha un elenco di almeno 15 punti da spuntare. In questi casi, se funziona, devi davvero credere in Dio…

Conoscevi già Reda Kateb?

Mi sembrava già che fossimo membri della stessa famiglia. Mi piace la sua faccia vagamente schiacciata, il suo look alla Benicio Del Toro o Javier Bardem. È un grosso calibro. Un dandy di strada. Il paradigma della classe. Il nostro incontro è stato esattamente come me l’aspettavo. Ho amato anche la comicità e generosità di Alban Ivanov. Era una scelta ovvia! Quando arriva tardi sul set perché non ha sentito “Azione”, bisognerebbe sempre filmarlo. Già solo quello è molto interessante.

Hai molte scene con Benjamin Lesieur (Joseph). Come le hai approcciate?

Stavamo giocando? O no? Abbiamo giocato. Anche se non saprei dire a cosa. Ero rassicurato dal fatto che si stesse divertendo anche lui. Che avesse trovato il suo ritmo. Rigirando le scene. Era emozionato di essere lì. Nel posto giusto. Felice. Certo, come attore ha alcune peculiarità, quindi gli parlavo in questo senso: “Sarebbe più facile se ti spostassi qui, ripeti con me, un’altra volta.” Éric e Olivier hanno due voci. Non si sovrappongono mai, ma a volte possono dare indicazioni differenti e ti devi adeguare. (Ride). A un certo punto gli ho detto:”Per favore, non parlategli. Ci sono io per questo. Come Bruno nel film”. Certo, ovviamente non funzionava sempre. Storicamente, Benjamin è il primo bambini autistico che Stéphane prende in cura. Se non vuole seguirti, sei praticamente inesistente. Ma se gli piaci, riesce a tirare fuori delle emozioni veramente potenti.

La scena del ballo è incredibilmente poetica…

Alcuni ballano. Altri suonano il piano. Altri si dimenano e non capisci sempre tutto ma… Wow! È veramente bello!
Poi ce ne sono altri che non fanno niente. Un giorno, in un laboratorio, ho visto uno dei ragazzi in una cabina con le luci che accendono per stimolare gli autistici. 15 anni fa, non si esprimeva perché non riusciva a parlare, ma l’intelligenza nei suoi occhi, gli occhi del Piccolo Principe… ti incantano. Cosa si nasconde dietro quegli occhi? Come funziona la sua mente?

Il film pone una domanda semplice: è giusto turbare la normalità? Puoi permetterti di pensare in modo diverso?

Nella società moderna, chiunque abbia qualcosa da offrire pensa in modo diverso. Stéphane Benhamou dà tutto per trovare soluzioni in un sistema fuori controllo. Disprezza i legislatori. E ispira quelli che potrebbero aiutare la situazione a evolversi. THE SPECIALS non è un film sull’autismo; parla dell’impegno e delle persone che tengono agli altri.

Come ti sei approcciato alla scena che ti lancia contro gli ispettori IGAS?

Abbiamo dovuto trovare un ritmo e un imperativo da rispettare: non trasformare la scena in una “sequenza emotiva”. Bruno è arrabbiato, ma sa quello che vuole. Il suo atteggiamento nasconde dell’astuzia? In Brasile, c’è un detto a riguardo: che devi sapere come piangere per ottenere quello che ti serve.

I supervisori con cui reciti mostrano una generazione impegnata…

Hanno trovato una ragione per vivere. Éric e Olivier non si avventurano nel dolore della città. Mostrano un gruppo di super eroi di 19-20 anni, che fanno un lavoro che tre quarti di noi non riuscirebbe a fare.

 




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