Gengis Khan il condottiero dei Mongol il condottiero dei Mongoli

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Gengis Khan (1162-1227 d.C.), fu il fondatore dell’impero mongolo e il suo primogenito stabilì la dinastia Yuan in Cina. In lingua mongola, Gengis significa ‘grande e potente’ e Khan significa ‘capo’ o ‘re’. Gengis Khan fu il titolo con cui venne chiamato dopo che unificò tutte le tribù della prateria mongola. Il suo vero nome era invece Temujin, che gli storici pensano significasse ‘acciaio fine’.
Temujin nacque nella famiglia di un capo tribù ilo 16 Aprile 1162. Suo padre, il capo, venne avvelenato dai Tartari quando Temujin era ancora un bambino. Perduto il capo famiglia, vennero abbandonati dalla loro tribù e vissero in povertà, attraversarono grandi difficoltà a causa dello stile di vita nomade e perché privi di protezione. Durante la sua infanzia, Temujin fu vittima di bullismo da parte di altre tribù, ma lottò sempre e a volte rischiò pure la sua stessa vita. Diventò un giovane deciso e di grande coraggio, ammirato per il suo fascino anche dalla gente di altre tribù.
Divenuto adulto, Temujin si unì a una grande tribù sotto Toghrul (chiamata Wang Khan in cinese) e chiese aiuto quando sua moglie, appena sposata, venne rapita da Merkit, una tribù rivale. Con l’aiuto di Toghrul, Temujin sconfisse Merkit e salvò sua moglie. In altre battaglie, Temujin conquistò rispetto e popolarità, accogliendo sempre le tribù conquistate nel suo gruppo, promuovendo le persone fedeli di tutte le tribù e dando ricompense in base alla resa in battaglia, indipendentemente dall’origine. La rapida crescita della sua tribù creò ripetute ostilità con le altre tribù e presto si scatenò una battaglia. Nel 1206 Temujin unificò tutte le tribù della prateria mongola, nasceva così la tribù nota al mondo con il nome di ‘Mongoli’ e lui stesso venne insignito del titolo di Gengis Khan.
Nelle tribù nomadi si veniva addestrati in tre discipline fondamentali: equitazione, lotta e tiro con l’arco. L’equitazione era utile per il pascolo e per le migrazioni, lottare serviva a mantenere un’ottima forma fisica e il tiro con l’arco era necessario per la caccia e la difesa. Queste competenze garantivano quindi la sopravvivenza in qualsiasi ambiente ostile.


Gengis Khan sviluppò una serie di tattiche per sfruttare appieno queste competenze militari: i soldati mongoli che eccellevano nelle attività equestri, avevano almeno due o tre cavalli ciascuno. Inoltre la cavalleria nella pianura mongola era veloce e poteva lanciare incursioni notturne a lunga distanza. Si dice che Gengis Khan una volta avesse lanciato un attacco a sorpresa e che la sua cavalleria avesse marciato per oltre 200 chilometri in 24 ore. Non c’era da meravigliarsi che la cavalleria mongola venisse descritta così: «Arrivano rapidamente come se scendessero dal cielo e spariscono rapidamente come il passaggio di un fulmine».

Agli inizi del XIII secolo gli eserciti mongoli guidati da Gengis Khan, furono protagonisti di una delle espansioni militari più importanti della storia. In poco più di vent’anni i mongoli conquistarono buona parte del nord della Cina, dove allora si estendevano il regno di Xi Xia e l’impero jurchen, e distrussero l’impero musulmano Corasmio, situato in Asia Centrale. I successori del condottiero mongolo proseguirono con le conquiste, e nel giro di pochi anni giunsero a minacciare Paesi molto distanti, come Ungheria, Egitto e Giappone.
L’espansione potè avvenire perchè i pastori nomadi erano guerrieri formidabili: il loro stile di vita li aveva trasformati in eccellenti cavalieri e arcieri, e un clima duro li aveva abituati a sopportare le lunghe privazioni della vita militare. Ma nessuno dei popoli nomadi che li aveva preceduti come conquistatori venuti dalle steppe aveva avuto un successo anche lontanamente paragonabile al loro.
Un elemento determinante per comprendere questo successo è proprio la figura di Gengis Khan. Fu uno dei migliori generali della sua epoca ed è considerato, a ragione, uno dei grandi conquistatori della storia. Nel 1206 Temujin fu eletto signore di tutti i nomadi della steppa e fu insignito del titolo di Gengis Khan, che significa “sovrano universale”.
Le imprese di Gengis Khan sono portentose e tra le sue conquiste si contano due degli Stati più potenti della sua epoca: l’impero jurchen e quello di Corasmia. Le sue battaglie campali condussero ad altrettante vittorie: contro il regno di Xi Xia a Keyimen (1209); contro gli Jurchen a Fuzhou (1211), a Xijiang (1212) e a Yizhou (1213), e contro i Corasmi (Kwarezm) sul fiume Indo (1221).
In quegli anni, inoltre, altri eserciti mongoli guidati da un gruppo di subordinati di talento, come Jebe, Subetei e Mujali, inflissero a questi stessi nemici altre schiaccianti sconfitte. E sono proprio questi uomini a ricordarci un’altra chiave del successo di Gengis Khan: l’instaurazione della meritocrazia nell’esercito o, in altre parole, la scelta degli uomini cui affidare ruoli di responsabilità basata sulle loro capacità e qualità personali e non sulla loro appartenenza all’aristocrazia mongola.
Gengis Khan, però, non ebbe a disposizione solo un folto gruppo di eccellenti sottoposti: costoro gli erano anche assolutamente fedeli, persino uomini come Jebe, che con una freccia aveva ucciso il cavallo di Gengis Khan durante una battaglia, uomini che erano stati suoi nemici ed egli aveva perdonato.
Fu il carisma del conquistatore mongolo a fargli guadagnare la lealtà incondizionata dei suoi soldati, come quella volta che, dopo una confusa battaglia contro i Tayichiut, una tribù mongola che rifiutava di riconoscerlo come khan, fu ferito gravemente al collo sul campo di battaglia e fu salvato da Jelme, uno dei suoi migliori guerrieri, che lo curò per tutta la notte e giunse a infiltrarsi nell’accampamento nemico per trovare il latte di cavalla da offrire al suo khan ferito e assetato.
Un altro pilastro dell’esercito di Gengis Khan fu l’instaurazione di una durissima disciplina. Nel 1202, prima di una spedizione per vendicarsi dei tatari, che avevano ucciso suo padre quarant’anni prima, il conquistatore mongolo impartì questo preciso ordine alle sue truppe: «Se vinciamo, che nessuno si impossessi del bottino, poiché sarà equamente ripartito più tardi; e se dobbiamo ritirarci, torniamo nel luogo da cui siamo partiti e, rimessici in formazione, attacchiamo di nuovo con impeto. Chiunque non torni in formazione sarà decapitato». In questo modo eliminò uno dei principali punti deboli degli eserciti nomadi: molte volte, dopo aver vinto una battaglia, i guerrieri saccheggiavano l’accampamento nemico, permettendo così ai vinti di mettersi in fuga.
Sovente, le punizioni erano collettive. Secondo Giovanni da Pian del Carpine – il missionario francescano che visitò l’impero mongolo 18 anni dopo la morte di Gengis Khan e che può considerarsi il primo europeo a stabilire relazioni diplomatiche con l’Oriente –, se qualche soldato di un’unità di dieci uomini (arban) fuggiva in battaglia, veniva giustiziato con i suoi compagni, e se era un’intera arban a fuggire, veniva giustiziata l’unità di cento soldati (yaghun) alla quale apparteneva.
I mongoli si distinsero anche per la loro grande capacità di adattamento, mostrando una notevole propensione per provare nuove strategie al momento di affrontare situazioni sconosciute. Forse l’ambito nel quale si notò maggiormente tale attitudine fu la guerra d’assedio. Durante il primo assedio di una grande città fortificata, Xingzhou, la capitale del regno di Xi Xia attaccata nel 1209, l’esercito di Gengis Khan, senza macchine d’assedio né conoscenze tecniche, cercò di demolire le mura della città deviando il corso di un fiume in modo che distruggesse le fondamenta. Le grandi piogge provocarono lo straripamento del fiume, che finì per inondare l’accampamento dei mongoli, ma la determinazione che questi ultimi avevano dimostrato convinse il re di Xi Xia ad arrendersi e consegnare loro la capitale del regno.
Durante la prima campagna, nel 1211, riuscirono a impossessarsi soltanto di città piccole o mal difese, principalmente grazie ad attacchi a sorpresa. Negli anni seguenti, però, svilupparono un potente sistema di assedio semplicemente reclutando migliaia di disertori cinesi, che apportarono le conoscenze tecniche e persino le macchine d’assedio che ai mongoli mancavano. In questo caso, la capacità di adattamento si unì alla meritocrazia, che non era applicata soltanto ai mongoli: chiunque poteva servire nell’esercito di Gengis Khan, che fosse un umile pastore della steppa con attitudine al comando o un disertore cinese con le giuste conoscenze nella guerra d’assedio.
La componente più controversa dello stile di guerra mongolo fu il terrore. Nelle sue conquiste di Stati stanziali, Gengis Khan attuò in modo premeditato una politica della paura, diffusa attraverso la violenza. Tale pratica, però, non era l’azione fuori controllo di “barbari” assetati di sangue, bensì uno strumento calcolato per facilitare le conquiste: quanto più una zona opponeva resistenza, tanto più crudele era la condotta dei mongoli, e i terrorizzati sopravvissuti alle rappresaglie – che talvolta gli stessi mongoli lasciavano fuggire – erano gli involontari latori del messaggio che qualsiasi resistenza contro il nemico era del tutto inutile.
Naturalmente, i mongoli non furono i primi a passare per le armi l’intera popolazione di una città, e non sarebbero stati gli ultimi, ma probabilmente nessuno prima l’aveva fatto su questa scala. Per quale motivo? In decisa inferiorità numerica rispetto alle popolazioni sottomesse, non potevano permettersi il lusso di lasciare ingenti guarnigioni a vigilare sulle zone problematiche, e per questo motivo sceglievano lo sterminio. Per le vittime, però, e per gli storici stanziali che ci hanno lasciato resoconti delle imprese mongole, per i quali l’obiettivo delle guerre era la conquista di popolazioni di lavoratori che erano la base della ricchezza, si trattava di un comportamento insensato. Non c’è dubbio, comunque, che le zone conquistate dagli eserciti di Gengis Khan, specialmente il nord della Cina e l’impero corasmio, persero una parte significativa della loro popolazione.
La grandezza di Gengis Khan non si limita tuttavia all’ambito militare. Il condottiero e sovrano mongolo gettò le fondamenta del nuovo impero, organizzando l’amministrazione e affidandola a consiglieri e funzionari provenienti dai territori conquistati (di nuovo la meritocrazia), dando continuità all’immenso Stato che aveva costituito. In questo modo, evitò che le sue conquiste fossero semplicemente una gigantesca operazione di saccheggio e riuscì a farne la base di quello che, nel giro di pochi decenni, sotto il governo del nipote Mongke Khan, divenne l’impero terrestre più esteso della storia.
Ritornando alla meritocrazia la sua fu una rivoluzione epocale: i bravi comandavano e gli incapaci obbedivano. Sembra addirittura che il figlio di un guardiano di bestiame sia diventato uno dei suoi più fidati comandanti.
Gengis Khan andava un po’ a naso e un po’ a caso. Oggi si direbbe per intuito personale, oppure per affidamento diretto. Il grande sovrano si arrovellò tutta la vita per cercare un sistema razionale e oggettivo per misurare il merito, ma non ci riuscì, perché la morte lo colse anzitempo.


Gli successe suo figlio Ogodei perché, nell’inventare la Meritocrazia, Gengis Khan si era dimenticato di dire che essa andava applicata anche alla successione al trono.
A Ogodei si deve un’altra invenzione che ha segnato la Storia dell’Umanità: quella della Burocrazia. Egli infatti diede all’Impero Mongolo un sistema burocratico organizzato, affrontando con puntigliosa determinazione anche il problema lasciato aperto dal padre: ovvero la valutazione obiettiva delle capacità e del merito.
Per questo Ogodei Khan istituì subito un ente ministeriale che si chiamava ANVUM (Agenzia Nazionale di Valutazione Unica dei Mongoli), che a sua volta reclutò degli arcieri scelti che si chiamavano MEV (Mongoli Esperti in Valutazione).
I MEV definivano per ogni settore militare-disciplinare un sistema di soglie a punteggio, basato sui racconti del numero di nemici uccisi da parte di ciascun componente dell’armata mongola.
Non erano previste verifiche sul campo, bastavano le citazioni tramandate oralmente, perché Ogodei non fu folle a tal punto da inventare il CINECA.
Per il reclutamento di nuovi cavalieri e le progressioni di carriera, Ogodei mise a punto un colossale marchingegno che si chiamava ASM (Abilitazione alla Società Mongola).
Gruppi di arcieri sorteggiati si ergevano a giudici dei loro commilitoni, applicando meccanicamente le soglie numeriche dei MEV, aggiungendovi tuttavia degli astrusi criteri aggiuntivi: come ad esempio l’aver combattuto in eserciti stranieri o aver fatto parte di collegi o di circoli degli ufficiali.
In ogni caso restava ferma l’autonomia delle singole unità combattenti decentrate, le quali potevano procedere al reclutamento o alla promozione degli abilitati nazionali, rigorosamente attraverso un concorso locale emanato con bando pubblico anche se essendo le distanze all’interno dell’Impero immense, succedeva invariabilmente che il candidato locale fosse enormemente avvantaggiato. Proprio per questo motivo gli esclusi, stremati dagli inutili e lunghissimi viaggi a cavallo, ricorrevano rabbiosamente al TAK, il potentissimo Tribunale Amministrativo del Khagan.L’intero apparato presto si rivelò iniquo e ingestibile. Il malumore cresceva in tutta la popolazione mongola. Una parte cospicua delle armate del grande impero mongolo, in segno di protesta, posticipò di 15 giorni gli assedi programmati da Ogodei. Alcuni membri dei MEV e qualche commissario dell’ASM vennero inseguiti dagli arcieri a cavallo inferociti fino a disperdersi per sempre nella steppa. Ogodei per la delusione divenne depresso e dipendente da dosi sempre più massicce di ajrag.
Morì proprio a causa dell’abuso di ajrag mentre cercava invano di capire qualcosa nelle tabelle dense di numeri incomprensibili dell’ultimo esercizio VQM: la temuta Valutazione della Qualità dei Mongoli.
L’Impero si dissolse quindi in poco tempo e con esso sparirono la Meritocrazia e la Burocrazia che in molti Stati ancor oggi fanno fatica ad assolvere.




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