Personaggi -Martin Luter King ed il suo discorso della montagna

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King – Il 3 aprile 1968, a Memphis, Martin Luther King ha pronunciato “I’ve Been to the Mountaintop”, il suo ultimo discorso pubblico. Il giorno successivo è stato assassinato. Incentrato principalmente sullo sciopero dei lavoratori della nettezza urbana di Memphis, il discorso è un richiamo all’unità, al boicottaggio e alla protesta non-violenta ma è allo stesso tempo una sfida agli Stati Uniti di vivere seguendo gli ideali che dice di perseguire. “Da qualche parte leggo della libertà di assemblea. Da qualche parte leggo della libertà di espressione. Da qualche parte leggo della libertà di stampa. Da qualche parte leggo che la grandezza dell’America è il diritto a protestare per i diritti”.

 

Il Reverendo conclude la sua orazione parlando di una morte prematura, paragonandosi al profeta Mosè. “Come chiunque, mi piacerebbe vivere una lunga vita; la longevità ha la sua importanza. Ma ora non mi preoccupo di questo. Voglio soltanto fare la volontà di Dio. E lui mi ha concesso di salire sul monte. E ho guardato in basso e ho visto la Terra Promessa. Potrei non raggiungerla insieme a voi. Ma voglio che sappiate questa sera che noi, in quanto popolo, ci andremo. Sono così contento, questa sera. Non sono preoccupato di nulla, non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore”. Non so cosa succederà ora. Il giorno dopo, sarebbe stato assassinato.

 

È il 4 aprile 1968, e King è al Lorraine Motel a Mulberry Street di Memphis. Nella sua stanza, la 306, assieme ai suoi collaboratori cerca di organizzare un nuovo corteo per uno dei giorni successivi. Doveva cenare a casa del reverendo Kyles, che alle 17 e 30 giunse al motel chiedendo al pastore di seguirlo. Salomon Jones, l’autista di King, gli consigliò, visto il freddo, di coprirsi con un cappotto. Alle 18 e un minuto King uscì sul balcone del secondo piano del motel, dove venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa; un singolo proiettile calibro 30-06 sparato da un Remington 760.

 

La forza del colpo strappò la sua cravatta. King cadde violentemente all’indietro sul balcone, incosciente. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, i medici constatarono un irreparabile danno cerebrale, e la sua morte venne annunciata alle 19 e 05.

 

Il presidente Johnson chiese al popolo di non cedere alla violenza, ma in più di cento città si scatenarono disordini. Stokely Carmichael, tra i fondatori del Black Panther, affermò che si trattava di una dichiarazione di guerra al popolo afroamericano e che intendevano vendicarlo e non piangerlo. Ci furono quarantasei morti, più di duemila feriti e più di ventimila arresti.

 

L’8 aprile, la città di Memphis, dopo un corteo di quarantamila persone, decise di accettare le richieste degli spazzini neri, che interruppero così lo sciopero.

King aveva vinto un’altra battaglia.

 

Ma la storia come ricorda questo personaggio che ha cercato di cambiare la società.

 

Martin Luther King era nato ad Atlanta, in Georgia, il 15 gennaio 1929, secondogenito di Martin Luther King Senior, reverendo della chiesa Battista, e anche il nonno materno di Martin era pastore.

 

A quindici anni riuscì a superare l’esame di ammissione al college di Atlanta, frequentato in precedenza da suo padre e da suo nonno – dove si laureò in sociologia nel giugno del 1948… Martin voleva diventare avvocato o medico, mentre il padre insisteva perché diventasse pastore battista come lui. Il 13 settembre 1951 iniziò a frequentare l’Università di Boston, dove conobbe Coretta Scott con cui si sposò il 18 giugno 1953 e conseguì il dottorato in Filosofia.

 

Nel 1954, ebbe diverse offerte, di cui una dalla chiesa battista di Dexter Avenue a Montgomery, in Alabama, che accettò volentieri. A venticinque anni Martin Luther King Jr. diventò così il pastore di una delle città nel profondo Sud degli Stati Uniti dove la situazione razziale era tra le più dure.

 

Entrò a far parte della sede locale del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) e diventò vicepresidente del Consiglio dell’Alabama per i rapporti umani.

È proprio a Montgomery, nel 1955, che scoppiò il boicottaggio dei bus deciso dalla comunità afroamericana.

 

Sui bus c’erano posti riservati ai bianchi e posti per i neri e poi c’erano i posti di mezzo, dove poteva sedere chiunque, ma se un bianco voleva sedersi e il posto era occupato da un nero, il nero si doveva alzare e cedergli il posto e restare in piedi. Funzionava così. Rosa Parks, l’1 dicembre 1955, si rifiutò di cedere il proprio posto. Fu arrestata e condannata a pagare una multa. E qui scattò il boicottaggio per il 5 dicembre. Gli attivisti neri prevedevano che il sessanta per cento della popolazione nera avrebbe aderito, ma la percentuale fu molto più alta. Durò trecentottantadue giorni, il boicottaggio. Si spostavano a piedi, o con auto di amici o con taxi di afroamericani che praticavano tariffe da bus. Ci furono sentenze e violenze, tante, da parte del Ku Klux Klan che arrivò a lanciare una bomba contro la casa di King. Ma alla fine vinsero: il 13 novembre 1956 la Corte Suprema dichiarò anticostituzionale la segregazione sui bus.

 

È in questo periodo che King fonda, in compagnia di altri attivisti per i diritti civili della comunità afroamericana, il Southern Christian Leadership Conference (Congresso dei leader cristiani degli stati del Sud) con l’obiettivo di dare un’autorità di riferimento al movimento per i diritti dei vari gruppi di neri che in precedenza si muovevano attorno le singole parrocchie della città. E è in questo periodo che scoppia la crisi di Little Rock. Nel 1954, negli Stati Uniti, si era deciso di porre fine alla segregazione razziale nelle scuole: prima di quell’anno bambini e ragazzi neri frequentavano scuole diverse da quelle dei loro coetanei bianchi, nonostante non esistesse alcun divieto ufficiale di creare classi miste. La situazione era molto dura soprattutto nel sud degli Stati Uniti.

 

Il 4 settembre 1957 a Little Rock, nell’Arkansas, era il primo giorno di scuola. Nove ragazzi neri – sei maschi e tre donne – erano stati selezionati per frequentare la principale scuola superiore cittadina, ma le truppe dell’Arkansas National Guard, che agivano per conto del governatore dello stato, impedirono loro l’accesso in aula. Pochi giorni dopo, il presidente Eisenhower commissariò l’Arkansas National Guard e inviò truppe federali a verificare che ai nove ragazzi neri fosse consentito l’ingresso a scuola e lo svolgimento dell’attività didattica. Nonostante la presenza dell’esercito, i nove studenti furono sottoposti a continue violenze e atti di discriminazione da parte dei loro compagni, sotto gli occhi dei docenti. L’estate successiva il governatore dell’Arkansas, pur di rinviare l’eliminazione graduale della segregazione, con la scusa delle continue violenze decise di sospendere le lezioni e tenere chiuse tutte le scuole. Il governo vietò l’apertura di scuole private per gli studenti bianchi, e l’anno successivo la scuola pubblica fu riaperta.

 

E furono ancora gli studenti ad agire. Il 31 gennaio 1960 Joseph Mcneill, uno studente nero di un college del Carolina del Nord si era visto rifiutato il servizio a una tavola calda perché afroamericano.

Il giorno dopo con alcuni amici vi era ritornato e nuovamente gli era stato rifiutato il servizio, e così iniziò un movimento che si diffuse fra tutti gli studenti dei paesi del Sud, in tre mesi in più di cinquanta città. Si riunivano davanti locali, magazzini, supermercati e manifestavano, venivano arrestati e riempivano le prigioni. Il dottor King era con loro, entrava e usciva di prigione, certe volte – pagavano le cauzioni – anche malvolentieri.

Ormai l’opposizione alle “leggi Jim Crow” – come veniva chiamato l’insieme della legislazione segregazionista – stava irrobustendosi. John Kennedy volle incontrare King, promettendo un impegno nella lotta per i diritti civili. Il settanta per cento della comunità afroamericana lo votò presidente. Fu anche grazie all’impegno della Casa bianca che la SCLC organizzò le campagne nel Sud per il diritto di voto, soprattutto in Mississippi e in Georgia.

È il movimento dei Free Riders, giovani studenti bianchi che partivano dal nord per andare negli Stati del Sud e aiutare le lotte dei neri per la registrazione negli elenchi dei votanti e per abolire le forme più odiose della discriminazione razziale, sugli autobus, nei ristoranti, nelle scuole.

Subivano agguati e pestaggi da razzisti del Ku klu Klan spesso con la faccia delle istituzioni.

Ci fecero un film, tanti anni fa, sull’uccisione di tre di quei ragazzi, i cui corpi poi erano stati trovati in un’ansa del fiume, Mississippi burning. Uno dei Free Riders fu Tom Hayden.

 

Nel 1962 aveva scritto la bozza del manifesto di Port Huron – l’SdS, l’associazione degli studenti democratici, si era riunito in una sede dell’associazione dei lavoratori dell’industria automobilistica. Il manifesto affrontava «le questioni fondamentali della società americana basandosi su una visione radicale per un futuro migliore». Parlava delle questioni dell’ambiente, propugnava una partecipazione democratica, credeva nella disobbedienza civile non-violenta, voleva che si smettesse il ricorso alla guerra e chiedeva una riforma del Partito democratico. Anni dopo, Tom Hayden fu uno dei Sette di Chicago. I Sette erano accusati di conspiracy.

Un complotto. Cospirazione contro lo Stato, perché il 28 agosto 1968 al Grant Park c’era una manifestazione contro la guerra e poi erano partiti i gas lacrimogeni e fu proprio Tom Hayden a incitare i manifestanti a spostarsi e i giovani arrivano all’Hilton Hotel, proprio dove si stava tenendo la Convention democratica. E le cariche non si fermarono. Mazze, bastoni. I ragazzi gridano: «Kill. Kill, kill». E tutto accade sotto gli occhi delle televisioni. Diciassette minuti durano le riprese televisive. Il mondo guardava attonito. La città era in fiamme. L’America era in fiamme. Ecco perché poi li trascinarono in processo, i Sette. Poi, l’accusa di cospirazione cadde, e al processo di appello andarono tutti assolti.

 

Ma è nel 1963 che King acquista vera dimensione di leader. Durante la campagna in Alabama, che era diventata simbolica del segregazionismo, soprattutto per la durezza del suo governatore George Wallace.

 

L’11 giugno 1963, con i suoi sostenitori, Wallace si presentò davanti all’Università dell’Alabama per impedire la desegregazione dell’istituto e l’entrata ai corsi dei primi due studenti neri, Vivian Malone e James Hood, che erano scortati e protetti dalla Guardia Nazionale, dal marshall federale e dal procuratore dello Stato. I due allievi sarebbero entrati comunque nell’università tra le urla della folla. Un analogo tentativo di Wallace di impedire l’iscrizione di quattro studenti neri in quattro diverse scuole elementari a Huntsville nel settembre 1963 fu bloccato dall’intervento di un tribunale federale di Birmingham, consentendo ai quattro bambini di entrare, per la prima volta in Alabama, in una scuola integrata. In quello stesso anno un attentato mortale colpì una chiesa battista di Birmingham, uccidendo quattro bambine nere. Wallace fu ritenuto responsabile dell’atmosfera di odio che regnava nello Stato e King lo chiamò in causa personalmente, accusandolo di avere le mani sporche del sangue di quelle innocenti.

È anche l’anno in cui il presidente Kennedy presenta al Congresso un provvedimento per sancire pari diritti tra bianchi e neri, e è l’anno della marcia su Washington, per il lavoro e la libertà, quando duecentocinquantamila persone arrivano al Lincoln Memorial – bianchi e neri – e ascoltano il dottor King fare il suo più celebre discorso: I Have a dream.

 

E poi ci fu Selma. Nel 1964 c’era anche stato un Civil Right, ma dovevate vederli gli impiegati dell’Alabama o di qualche altro Stato del Sud come interpretavano la legge per votare, e serve questo e quest’altro, e questo non basta, e qui dice così, che ti passava la voglia e dovevi avere la pazienza di Giobbe e tutte le sere andare in qualche chiesa battista a batterti il petto e cantare qualche gospel a squarciagola – Oh! Lord, oh! my Lord – per lasciar correre.

 

Così avevano invitato il pastore a dare man forte. Il pastore era il dottor Martin Luther King jr. Decisero di fare delle marce di protesta. Tra gennaio e febbraio furono arrestati in tremila. Poi a Marion era rimasto ucciso Jimmy Lee Jackson, colpito da numerose pallottole sparate dalla truppa di Stato. È a quel punto che si pensò di organizzare una lunga marcia da Selma a Montgomery, la capitale. Sono cinquantaquattro miglia. Ottantasette chilometri. Cinquantaquattro miglia di vergogna. Cinquantaquattro miglia di gloria.

 

La prima marcia fu il 7 marzo. Era domenica. Appena i seicento superarono il confine della contea, che era proprio il ponte Edmund Pettus, la polizia di Stato attaccò. Fu un massacro. Donne, bambini, preti, attivisti, tutti caricati senza pietà. Fu Bloody Sunday, domenica di sangue.

Poi ci fu una seconda marcia, due giorni dopo, con in testa Luther King, il percorso era stato appena iniziato. E anche stavolta ci furono cariche, dopo pochi chilometri, e i manifestanti furono dispersi.

 

E poi ci fu una terza marcia, il 21 marzo.

 

E stavolta ce la fecero. Solo in trecento riuscirono a percorrere tutte e cinquantaquattro le miglia. Ma quando arrivarono allo State Capitol Building, il palazzo governativo, erano in venticinquemila. Era il 25 marzo. Ci avevano messo quattro giorni per coprire quelle cinquantaquattro miglia. E lì, davanti all’edificio della prepotenza e dell’arroganza bianca, il dottor King parlò.

 

How long will justice be crucified? Per quanto ancora la giustizia verrà crocifissa? How long will prejudice blind the visions of men, darken their understanding? Per quanto ancora il pregiudizio renderà ciechi gli uomini, oscurerà la loro comprensione? How long? Not long. Non ci vorrà molto. No lie can live forever. Nessuna menzogna può sopravvivere per sempre. È così che passò il Voting Rights Act di Lyndon Johnson.

 

A seguire ci fu la dura opposizione alla guerra del Vietnam – e qui si ampliarono le differenze con Malcom X e con Stokely Carmichael – e poi e poi. Fino a quel giorno a Memphis, al Lorraine Motel, cinquant’anni fa.

Famoso il suo discorso durante la marcia a Washington “I have a dream..” influenzato dal pensiero di Ghandi sulla resistenza passiva:

 

“Noi sfidiamo la vostra capacità di farci soffrire con la nostra capacità di sopportare le sofferenze.metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nell’ ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello alla vostra coscienza e al vostro cuore che alla fine conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà piena”.

 

Per concludere una tesi che non va sottovalutata. C’era un legame tra le idee di King e quelle di Lutero?

Che Martin Luther King  portasse il nome di Martin Lutero è l’evidenza di un collegamento tra loro.

Ma l’influenza del riformatore tedesco sul leader americano dei diritti civili era più profonda di quel solo nome.

Quando Martin Luther King Jr. portò la sua campagna per i diritti civili a Chicago, la seconda città più grande degli Stati Uniti, nell’estate del 1966, come il suo omonimo tedesco affisse le sue giuste richieste alla porta di Municipio. L’episodio è uno dei pochi casi in cui lo stesso Martin Luther King evocò direttamente Martin Lutero, che si dice abbia pubblicato le sue 95 tesi che sfidarono la dottrina cattolica alla porta della chiesa del castello di Wittenberg nel 1517. Ci sono diversi resoconti sul fatto che suo padre, che era nato Michael King, scelse di rinominare se stesso e poi suo figlio Michael Jr, al suo ritorno da una conferenza battista a Berlino negli anni ’30, dove era stato colpito dal riformatore tedesco.

 

Un altro caso in cui invocò deliberatamente il suo omonimo fu la sua lettera da un carcere di Birmingham. In questa viene citato il celebre detto di Lutero: “Sono qui, non posso fare altrimenti, quindi aiutami Dio”, accanto a riferimenti ad altre figure storiche come Abraham Lincoln e Thomas Jefferson.

 

Altrimenti, però, il pastore della Georgia raramente citava il tedesco, come più volte ha espresso Richard Lischer, professore emerito di predicazione alla Duke University e autore di “Il re predicatore: Martin Luther King Jr.” e la “Parola che ha spostato l’America”. Tuttavia, l’influenza del riformatore tedesco su King, anche se non era uno studioso di luteranesimo, fu profonda, disse Lischer. “Penso che ciò che ha assorbito da Lutero fosse un senso di coraggio e la libertà di sfidare l’autorità, dove Lutero sfidava naturalmente l’autorità religiosa, lui sfidava le autorità culturali e politiche”. Per Mark Noll, professore emerito di storia alla Notre Dame University e noto studioso di cristianesimo negli Stati Uniti, il fatidico viaggio di Lutero a Worms per difendersi dalle accuse di eresia influenzò la sua posizione contro il razzismo negli anni ’50 e ’60, al punto tale che, come Lutero, ha rischiato tutto per combattere per le proprie convinzioni.

 

.Entrambi i predicatori erano anche collegati attraverso una profonda conoscenza delle Scritture e la convinzione che la loro battaglia contro le autorità doveva essere condotta pacificamente.

 

Ma mentre Lutero e King condividevano alcuni tratti essenziali – come la loro disponibilità a confrontarsi con l’autorità per seguire ciò che loro credevano fosse la volontà di Dio, a un livello teologico più dettagliato, c’erano chiare differenze. Per Lutero il momento redentore è prima di tutto nella croce di Gesù per King è più corporativo e trova Dio che lavora attraverso l’esodo dall’Egitto e la liberazione di tutte le persone dalla prigionia.




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