Quando i social media si fanno censori

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Social media – Dunque è è scattata l’operazione censura su migliaia di account conservatori e di destra, tra cui quello di Donald Trump, su TwitterFacebook e Instagram (e molti altri social, come YouTube) che partendo dagli USA sta colpendo gli utenti anche in Europa.

Nello stesso momento, Play Store, l’app store di Google per i telefoni Android, rimuoveva Parler, uno dei social concorrenti di Twitter e Facebook, dal suo “negozio”. E il giorno successivo anche Apple Store assumeva la stessa decisione, dopo un ultimatum di 24 ore entro cui l’app avrebbe dovuto allinearsi alle politiche censorie dei suoi più noti concorrenti. Per inciso, Google e Apple controllano oltre il 90 per cento del mercato dei sistemi operativi su smartphone, quindi di fatto Parler non è più scaricabile su quasi tutti i telefoni. Infine anche, Amazon ha deciso di revocargli l’uso dei suoi server.

Una situazione annunciata.  Era infatti da mesi che era nei piani di Big Tech, e che quindi non si è trattato di una diretta conseguenza dell’assalto al Congresso.

Ultima di una lunga serie, il 7 gennaio era arrivata alle Big Tech la richiesta ufficiale niente di meno dell’ex first lady Michelle Obama, un’avversaria del presidente Trump, di “bannare in modo permanente quest’uomo” (Trump). Detto fatto: si è trattato dunque di un atto di obbedienza politica ai Democratici, sebbene fosse programmato da tempo: l’assalto al Congresso ha offerto solo il pretesto per anticipare di qualche giorno la purga.

E’ giusto ed importante sottolineare che a novembre, in una sua audizione al Congresso, il ceo di Twitter Jack Dorsey aveva spiegato che, una volta lasciato l’incarico, Trump non avrebbe più usufruito dell’”occhio di riguardo” concesso dalla piattaforma ai capi di stato e di governo, quindi dopo il terzo tweet “scorretto” sarebbe stato definitivamente bannato (“three strikes and you are out”). E dalla primavera scorsa Twitter aveva comunque deciso di censurare i suoi tweet ed etichettarli come disinformazione o incitamento alla violenza – un trattamento mai riservato ad altri leader mondiali dai cui account scorrono propaganda e incitamenti all’odio, alla violenza e persino al genocidio.

Dai primi giorni di novembre, i social media hanno messo in atto un’altra politica che era stata annunciata mesi prima delle elezioni presidenziali, ovvero quella di contrastare la disinformazione post-voto, in due sensi: ostacolando la circolazione sia delle dichiarazioni premature di vittoria, sia delle eventuali contestazioni della regolarità del voto. Ma l’operazione sarebbe scattata in ogni caso solo nei confronti di Trump. Non è stata infatti etichettata come “misleading” la dichiarazione di vittoria di Biden la notte del 3 novembre e nei giorni successivi, a conteggi ancora in corso. Nel caso di vittoria di misura di Trump, la Campagna Biden e il Comitato Democratico erano anch’essi ben pronti a contestare l’esito del voto, come prova la mobilitazione di 500 legali e il suggerimento di Hillary Clinton a Biden di “non concedere, in nessun caso”. Ma in quel caso, viceversa, la censura dei social media non si sarebbe abbattuta sulle contestazioni e le iniziative legali dei Democratici, ma sulle affermazioni di vittoria da parte del presidente.

Uno dei principali argomenti di chi approva o sottovaluta la censura sia negli USA che in Italia è che in fin dei conti Twitter e Facebook sono compagnie private: se non vi piace la loro policy, se censurano, potete sempre trasmigrare su piattaforme alternative, c’è il mercato. Peccato che in questi giorni una delle risposte del “mercato” su cui gli utenti stavano convergendo, Parler, sia stata espulsa dagli store Google e Apple, che controllano il 99 per cento del mercato delle app, e dai server Amazon: alle brutte, qualsiasi competitor si può espellere dagli app store e quindi rendere non scaricabile sui telefoni.

Bannando Trump o chiunque altro, ed etichettando i contenuti degli utenti, i social  media compiono scelte editoriali, implicitamente ammettendo di essere legalmente responsabili di ciò che non bannano. Se cancelli o etichetti un tweet perché “falso”, se ne deduce che quelli che non cancelli e non etichetti li ritieni veritieri o per lo meno affidabili, assumendotene la responsabilità.

Quindi sì, sono privati. Twitter e Facebook sono liberissimi di adottare le policies che ritengono opportune, bannare e censurare. Ma così facendo cambiano tipologia di business: da piattaforme a editori. E gli editori sono legalmente responsabili di ciò che pubblicano, mentre fino ad oggi, proprio per la loro neutralità, le piattaforme sono state tenute al riparo dalla responsabilità legale sui contenuti caricati dai loro utenti.

Senza questa “immunità” – che negli Stati Uniti è prevista dalla Section 230 della legge sulle comunicazioni – i social media non avrebbero potuto nemmeno svilupparsi, arrivando ad avere non dico miliardi ma nemmeno milioni di utenti, perché sarebbero stati esposti a innumerevoli cause per diffamazione.

Da tempo hanno cominciato a compiere scelte editoriali. Etichettano i contenuti come “falsi” o “fuorvianti”, anche quando si tratta di libere opinioni e tesi. Sospendono e chiudono account sulla base di policies che vanno ben al di là dei requisiti di legge, e sulla base di valutazioni di tutta evidenza politicamente orientate. Esempi? Non si chiudono gli account di estremisti islamici, non vengono cancellati o etichettati i tweet che celebrano gli attentati, i tweet propagandistici degli account ufficiali del regime di Pechino, per non parlare delle offese di stampo religioso o il caso della censura, in piena campagna elettorale, dell’inchiesta giornalistica del New o  York Post su Hunter Biden, il figlio del nuovo presidente, al centro anche di una indagine federale.

Basti pensare all’uso indisturbato dei social da parte di Antifa e Black Lives Matter, ai tweet di giustificazione e anche incitamento alle rivolte.  Altro esempio: Kathy Griffin, “comica” della Cnn, ha ripubblicato la sua famigerata foto con la testa mozzata e insanguinata di Trump ritwittando un tweet del presidente. Ebbene, il tweet di Trump non è più disponibile, ma la foto è ancora lì, evidentemente ritenuta un modello di satira…

Anche il dissidente russo Alexey Navalny, feroce critico del presidente Trump ha tuonato senza mezzi termini: “Non ditemi che Trump ha violato le regole di Twitter. Ricevo da anni minacce di morte ogni giorno e Twitter non ha mai bannato nessuno”.

C’è affinità ideologica, certo, tra Big Tech e la sinistra, ma Twitter e Facebook hanno ceduto alle richieste dei Democratici di bannare Trump quando è stata certificata la vittoria di Biden e i Repubblicani hanno perso la maggioranza al Senato.

Molti in queste ore sono sorpresi di vedere i giornalisti degli old media esultare per la censura di Trump e degli account trumpiani. Non dovrebbero essere per definizione contrari alla censura? Ma a causa dei social, il loro potere si è ridotto. I politici possono raggiungere il pubblico e comunicare direttamente con esso, saltando l’intermediazione giornalistica. Se i social cominciano a censurare e bannare, i leader politici saranno costretti a tornare dagli old media, accettando l’intermediazione giornalistica, per comunicare con gli elettori.

Daniele Capezzone ha espresso con queste chiare parole il suo commento sull’accaduto: “la censura è la grande storia d’amore della sinistra. Ieri, di quella comunista. Oggi, di quella politicamente corretta. Gli altri (liberali, destra, conservatori) scelgano: sbagliato sottomettersi e sbagliato fare autogol. Ma ancora più sbagliato illudersi d’essere accettati“.

E’ inutile nasconderlo, la situazione è estremamente grave anche in Italia. Andando a guardare inm casa nostra, “di dispetti” contro il Popolo della Famiglia ne sono stati fatti molti, sia contro i leader che contro i simpatizzanti,  ed anche chi si occupa di comunicazione viene costantemente intralciato. Chi vi scrive ha avuto il le pagine “nascoste e censurate” da facebook che, non pago dei risultati minimi ottenuti con tale intervento ha oscurato definitivamente il mio profilo da facebook già 5 volte (ma tranquilli non ci si arrende mai alle palesi ingiustizie!).

Il rumore procurato dal caso Trump ha smosso i cervelli di alcuni ma il pericolo viene sempre dal lassismo e l’omertà soprattutto dei  “moderati” divisi tra l’opportunismo di salvaguardare “amicizie potenti”, e la solita bugia che viene loro raccontata che si tratti di polemiche pretestuose dei populisti per attirare voti.

E’ una situazione grave e la dimostrazione viene dagli stessi social dove “il popolo dei democratici e delle sinistre” applaude agli interventi social perchè in grado di fermare la svolta italiana verso il centro-destra che per loro va arginata anche con quella censura che a loro in questi casi piace!

Quanto ai social restano aperti MeWe, Gab e Rumble (definiti dai “democratici” social di ultradestra!). “Nessuna pubblicità, nessun targeting, nessun riconoscimento facciale e nessuna manipolazione del flusso di notizie”: è quello che promette MeWe, che si autodefinisce il social newtwork del futuro e l’anti-Facebook perché, a suo dire, tiene d’occhio la privacy.

Gli utenti possono vedere i post delle loro connessioni in tempo reale, chattare, fare video live e post vocali. La piattaforma creata nel 2011 ha oltre 5 milioni di utenti, non è nata per la destra, ma molti utenti di questo fronte politico hanno iniziato a iscriversi dopo che Facebook ha colpito le fake news sul vaccino.

Gab è un altro sito diventato popolare tra gli utenti che vogliono continuare ad esprimersi in libertà, con intenzioni prevalentemente politiche. Fondato da Andrew Torba nel 2016, ha un aspetto simile a Twitter e dichiara di avere 3,7 milioni di visitatori mensili nel mondo, con migliaia di utenti che si stanno aggiungendo nelle ultime ore.

Infine c’è Rumble. E’ un social incentrato sui video abbastanza simile a YouTube e TikTok che spiega che gli utenti “non verranno mai censurati per contenuti politici o scientifici”.




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