Papa Francesco, disabili e sacramenti

Papa Francesco non smette mai di stupire. L’ultima novità, ma soltanto in ordine di tempo, riguarda l’apertura di tutti i sacramenti ai disabili. Il Pontefice ha parlato di come la diversità sia una sfida che ci fa crescere: occorre donarsi reciprocamente senza paura e in una comunità serve sviluppare la pastorale dell’ascolto e dell’accoglienza.Questo il sunto delle parole del Vescovo di Roma, dopo aver consegnato il discorso preparato, davanti a circa 650 partecipanti al Convegno per persone disabili promosso dalla Cei, in occasione dei 25 anni del Settore catechistico a loro dedicato.
E’ un colloquio fatto di domande e risposte, di canti e di gioia, quello del Papa con i partecipanti al Convegno. C’è anche un imprevisto quando prima una poi l’altra, due bimbe con la Sindrome di down si avvicinano da sole a Francesco che parla e lo abbracciano e poi restano ad ascoltarlo ai suoi piedi. ”Sono coraggiose loro”, è il commento del Papa, “capaci di rischiare, mai saranno discriminate…”.
E’ proprio questa la tematica che emerge dalle domande di due giovani e poi di un sacerdote al Pontefice: come affrontare senza paura la diversità e come evitare l’esclusione anche nelle comunità? “Tante volte abbiamo paura delle diversità’. Ci fanno paura. Perché? Perché andare incontro a una persona che ha una diversità non diciamo ‘forte’, ma ‘grande’, è una sfida e ogni sfida ci dà paura. E’ più comodo non muoversi, è più comodo ignorare le diversità e dire: ‘Ma, tutti siamo uguali e se c’è qualcuno che non è tanto ‘uguale’, ma, lasciamoli da parte, ma non andiamo all’incontro”. La sfida ci fa paura, ma la diversità è una ricchezza sempre, afferma il Papa: “Pensate come sarebbe noioso un mondo in cui tutti sono uguali”. Invece, le diversità insieme fanno “una cosa più bella e più grande”: “E’ vero che ci sono diversità che sono dolorose, ma tutti sappiamo, quelle che hanno radici in alcune malattie… ma anche quelle diversità ci aiutano, ci sfidano e ci arricchiscono. Per questo, non avere mai paura delle diversità: è proprio la strada per migliorare, per essere più belli e più ricchi”. Ma come farlo nel concreto? E’ un gesto, il segreto di cui parla Francesco. E’ “stringere la mano”, un gesto fatto in modo quasi “incoscientemente” ma “un gesto profondo” dice: “Quando io stringo la mano, metto in comune quello che io ho con te – se è uno stringere la mano sincero, no? Ti do la mano, ti do il mio e tu mi dai il tuo. E questo è una cosa che ci fa bene a tutti. Andare avanti con le diversità, perché le diversità sono una sfida ma ci fanno crescere”.
Davanti all’altra sfida che la giovane Serena, dalla sua carrozzella, pone al Papa – cioè la possibilità che una comunità ti emargini e ti escluda anche dai Sacramenti e dalle attività – Francesco scherza, ma lo fa con un tono diverso: “Serena ha parlato di una delle cose più brutte, più brutte che ci sono fra noi: la discriminazione. E’ una cosa bruttissima!”. Serve conversione per quella parrocchia. Serve, osserva il Papa, un lavoro da fare insieme, il prete con i laici e i catechisti ed è “aiutare tutti a capire la fede, l’amore”, a capire come essere amici, a capire le differenze: “Tutti abbiamo la stessa possibilità di crescere, di andare avanti, di amare il Signore, di fare cose buone, di capire la dottrina cristiana e tutti abbiamo la stessa possibilità di ricevere i sacramenti. Capito?” .
Francesco ricorda il Papa Pio X e il suo voler dare la comunione ai bambini, che creò scandalo. Lui, spiega, “ha fatto di una diversità una uguaglianza perché lui sapeva che il bambino capisce in un altro modo. E quando ci sono diversità fra noi, si capisce in un altro modo. Ma anche a scuola, nel quartiere, ognuno ha la sua ricchezza”. Infine, rispondendo alla domanda di un sacerdote di Roma, sull’accoglienza necessaria in ogni parrocchia e diocesi, il Papa ribadisce che deve significare ricevere veramente tutti e ascoltare tutti e che questo dovrebbe diventare un vero apostolato: “Oggi credo che nella pastorale della Chiesa si fanno tante cose belle, tante cose buone. Nella catechesi, nella liturgia, nella Caritas con gli ammalati… Tante cose buone. Ma c’è una cosa che si deve fare di più, anche i sacerdoti, anche i laici, ma soprattutto i sacerdoti devono fare di più: l’apostolato dell’orecchio, ascoltare! ‘Ma, Padre, è noioso ascoltare, perché sempre sono le stesse storie, le stesse cose…’. ‘Ma non sono le stesse persone e il Signore è nel cuore di ognuna delle persone e tu devi avere la pazienza di ascoltare”.
Accogliere e ascoltare tutti, dunque, sono le parole che il Papa consegna a grandi e piccoli che lo circondano da tutte le diocesi d’Italia e da molte parti d’Europa.
Sull’argomento la Chiesa cattolica era già intervenuta nel 2014: “La Chiesa, sin dal dopo Concilio, ha sempre insistito sulla necessità di valorizzare il percorso di fede dei disabili, anche intellettivi”. Lo aveva sottolineato Sr. Veronica Donatello, responsabile del settore Catechesi per i disabili della Conferenza episcopale italiana, in margine a un convegno dell’Associazione italiana persone down. “Giovanni Paolo II ricordava che ciò deve avvenire anche quando i disabili non sono in grado di esprimere la propria fede”,”Benedetto XVI, al n. 58 della Sacramentum caritatis, invita a dare l’Eucaristia ai disabili mentali anche ‘nella fede della famiglia o della comunità che li accompagna’. Per la Chiesa, anche in Italia, è stato un percorso di ‘sdoganamento’ importante che ci ha fatto capire che non può esserci una misura del dare legata alla rispondenza a certi criteri intellettivi”. “Si è capito che i catechisti debbono collaborare con i genitori di un disabile che sanno come entrare in contatto con lui. Bisogna lavorare insieme dentro un progetto educativo di accompagnamento”. “La Chiesa non ha mai affermato che non bisogna dare i sacramenti ai disabili”, ha spiegato Sr. Veronica Donatello. “Io stessa, visitando 80 diocesi italiane, ho constato che in molte città, attraverso la ricchezza di laici, movimenti, congregazioni, si fa un grande lavoro di formazione per favorire l’accoglienza ed educare alla fede le persone disabili. La diocesi di Asti, per esempio, ha lavorato per due anni sui disabili intellittivi e su quelli gravi. In quella di Pesaro c’è un’attenzione particolare per la disabilità”. “In questo campo c’è molta creatività che però va trasformata in attività ordinaria, in una presenza di accompagnamento in tutte le fasi della vita”. “In questo ambito – lavoriamo sulla formazione. Sono utili lavoro di equipe ma anche “strumenti sussidiari, materiali che propongano l’uso di tutti e cinque i sensi per favorire la comunicazione, per esempio, con una persona sorda o cieca o con una pluridisabilità complessa. Bisogna sempre cercare l’accesso alla fede, le diverse possibilità di esprimerla, testimoniarla. E la sfida grande è insegnare ai compagni di un disabile, per esempio di un bimbo autistico, come potersi relazionare con lui. Chi riceve questa educazione cresce sapendo che il limite non è morte, non è un ostacolo, ma fa parte della vita. Bisogna imparare a considerare sempre i disabili, prima di tutto, come persone. La conversione pastorale a cui il Signore ci chiama, e a cui Papa Francesco ci invita, è la capacità di accogliere tutti, per creare una Chiesa dove tutti si sentano a casa”.
Anche il catechismo della Chiesa cattolica è chiaro sul rapporto tra Chiesa e disabilità . Disabili 1023 , 1072-1073.
[1023] Nella prospettiva di un rispetto incondizionato per la persona e di una valorizzazione della stessa sofferenza si collocano alcune particolari attenzioni. I disabili devono essere accolti e inseriti il più possibile nel vivo delle relazioni familiari, ecclesiali e sociali. Gli anziani vanno apprezzati per la loro esperienza e aiutati con un’adeguata assistenza e con iniziative capaci di suscitare il loro interesse. Meritano grande considerazione le professioni degli operatori sanitari, compiute in spirito di servizio, l’impegno per umanizzare le istituzioni, la generosa attività del volontariato, ogni presenza amica accanto a chi soffre.
[1072] La famiglia cristiana evangelizza con la sua stessa esistenza; è essa stessa un vangelo vivente, una buona notizia che suscita speranza. I genitori trasmettono la fede ai figli nella semplicità e concretezza della vita quotidiana e i figli edificano i genitori. Insieme tutti i familiari testimoniano la salvezza di Cristo nei rapporti con le altre persone, a cominciare dai parenti e dai vicini. Possono inoltre partecipare a specifiche iniziative pastorali. La coppia come tale può assumere compiti nella comunità ecclesiale, in particolare di catechesi dei ragazzi e degli adulti; può partecipare ad associazioni con finalità di apostolato.

La famiglia cristiana offre a Dio il culto spirituale con la preghiera comune e l’offerta del proprio stare insieme, nella fatica e nel riposo, nella sofferenza e nella gioia. Nella casa si collocano segni religiosi, come il crocifisso e altre immagini sacre, la Bibbia e i ricordi dei sacramenti ricevuti, creando possibilmente un angolo della preghiera. Si trova il momento più adatto per pregare insieme nei giorni feriali. Si partecipa alla celebrazione eucaristica e si compie qualche gesto significativo per celebrare la festa. I genitori accompagnano i figli nel cammino dell’iniziazione cristiana, risvegliando in se stessi la grazia dei sacramenti. Inoltre possono partecipare a gruppi e movimenti di spiritualità coniugale.La famiglia cristiana testimonia la carità con modalità proprie, quali il servizio reciproco nelle cose di ogni giorno, la cura premurosa dei membri più deboli, come gli anziani, i malati e i disabili, la pratica cordiale e generosa dell’ospitalità, l’affidamento o l’adozione di bambini senza famiglia, l’attenzione alle famiglie in difficoltà. Può inoltre partecipare ad associazioni di famiglie a scopo sociale e culturale.
[1073] Da parte sua la Chiesa sostiene la famiglia offrendole un ambiente vitale e anche un aiuto specifico. La pastorale familiare, dimensione importante della pastorale ordinaria, annuncia, celebra e serve il vangelo del matrimonio e della famiglia. Ricerca teologica, predicazione e catechesi approfondiscono e diffondono la visione cristiana della famiglia; aiutano gli sposi a riscoprire il dono meraviglioso che hanno ricevuto, perché insieme possano avanzare in un cammino di santità. La comunità ecclesiale si riunisce a pregare per e con la famiglia nella celebrazione del matrimonio, negli anniversari, nella festa della famiglia, in altre particolari circostanze. La programmazione pastorale crea strutture di sostegno e di promozione, come ad esempio i consultori familiari d’ispirazione cristiana; attua iniziative per tutte le tappe del cammino familiare; fa sorgere piccole comunità di famiglie; rivolge un’attenzione particolare alle coppie giovani, alle coppie di migranti, alle coppie con figli disabili o disadattati. Sebbene nella prassi vi siano molte carenze, questo profilo ideale della pastorale familiare sta a indicare quanto la Chiesa sia convinta della centralità della famiglia per la sua stessa vita e missione.
Raffaele Dicembrino




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