USA: una notte in cella per giudice e condannato

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Il giudice della corte distrettuale della contea di Cumberland, North Carolina, Lou Olivera è il primo a ammettere l’evidenza: «Sono un omone» e per questo motivo ma anche per il suo passato nelle Forze armate americane (ha combattuto nella prima Guerra del Golfo), commuoversi in pubblico lo imbarazzerebbe terribilmente. Ma faticava a non emozionarsi qualche giorno fa raccontando il motivo della decisione che lo ha fatto finire su tutti i media americani, lui che presiede una piccola corte di provincia.

Perché il giudice Olivera non poteva non condannare al carcere un reduce dall’Afghanistan che, avendo guidato in stato d’ebbrezza, gli aveva poi confessato di non essere rimasto sobrio come d’accordo con la Corte, e di non aver passato l’esame delle urine richiesto dal programma di recupero per veterani delle Forze armate. Olivera sapeva anche che a volte gli imputati meritano il carcere; ma qualche volta, hanno soltanto bisogno d’essere aiutati.
Così da buon giudice che non può non seguire la legge ha condannato a passare una notte in cella il sergente Joseph Serna, che ha combattuto per quasi vent’anni nelle forze speciali americane, nei Berretti Verdi, ed è stato ferito (e decorato) per tre volte in Afghanistan. Ma Olivera, sapendo che Serna è tornato dalla guerra insieme con tanti fantasmi, azzannato dallo stress post-traumatico che a volte lo fa bere troppo, ha accompagnato il condannato in carcere con la sua auto. Vedendolo molto scosso, è andato con lui fino alla cella. È entrato. Il secondino ha chiuso la porta, il giudice si è seduto sulla brandina. E così, il giudice e il condannato hanno cominciato a parlare.
Di cosa? «È stata una conversazione tra padre e figlio», ha tagliato corto il sergente il giorno dopo con i giornalisti che volevano capire di più, colpiti da una notizia della quale non si ricorda un precedente: il giudice che passa la notte in cella con il condannato. Perché la conversazione è andata avanti, il giudice Olivera ha chiesto ai secondini di lasciarlo dov’era. Lui e il sergente hanno parlato tutta notte, facendo un pisolino a turno sulla branda, con l’altro seduto per terra, come due commilitoni.
Serna ha portato a casa dalla guerra, oltre a tutti quei fantasmi, tre decorazioni. Ha visto morire tanti compagni. Almeno in un caso, sono morti per salvarlo. Nel 2008, il furgone su cui viaggiava si rovesciò finendo in un canale, e il sergente James Treber lo soccorse: «Sentii che qualcuno mi sganciava la cintura di sicurezza e mi toglieva il giubbetto antiproiettile», spiegò Serna. Era Treber, che annegò subito dopo averlo trascinato fino all’unica piccola tasca d’aria rimasta nel veicolo.Ha spiegato il giudice: «Ci sono ferite visibili sui corpi dei reduci, altre invisibili. Sono persone in difficoltà, nostri fratelli e sorelle che si sono persi per strada. E hanno soltanto bisogno di qualcuno che indichi loro la via». Belle storie, storie di vita vissuta!



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