Bologna, Mihajlovic alla squadra: “Sono incazzato nero per il comportamento, io lotto tutti i giorni

Mihajlovic – Dopo essersi soffermato a lungo sulla sua malattia, Sinisa Mihajlovic ha parlato anche del momento del suo Bologna e ha fatto sapere di essere arrabbiato per i risultati della squadra. Nelle ultime quattro partite la squadra emiliana ha conquistato un solo punto: “Sapevo che avrei condizionato la squadra, i risultati, l’atteggiamento. Ma non vorrei mai che questo diventi una scusa: dalla squadra mi sarei aspettato di più, io ho lottato ogni giorno, anche con 40 di febbre ho provato a essere sempre presente. Tutti i giorni ho fatto sacrifici per arrivare a un certo obiettivo e speravo di vedere in campo un po’ di questa forza e di questo sacrificio che io ho fatto ogni giorno, ma non è sempre stato così. Io, nonostante tutto, devo dirvi che sono incazzato nero per i risultati e per il comportamento della squadra. Da adesso in poi si deve dare il 200%, dobbiamo riprendere a fare punti e non ci sono altre strade. Chi non lo fa avrà problemi con me, ora lavoriamo su questo e sono sicuro che il prima possibile usciremo da questa situazione. Solo così si tornerà a vedere il vero Bologna. Voglio usare una frase di Vasco Rossi: “Io sono ancora qua”. E io sarò ancora qua e ci sarò sempre, però non posso andare oltre le mie possibilità. Noi non abbiamo né Cristiano Ronaldo né Messi, giocherà adesso solo chi lo meriterà”.

 

Nella sala stampa dello stadio Renato Dall’Ara si è presentato Sinisa Mihajlovic, accompagnato dai medici dell’ospedale Sant’Orsola che l’hanno avuta in cura in questi mesi.

Inizia la conferenza stampa l’ad Claudio Fenucci: “Buongiorno a tutti. L’occasione è quella di ripercorrere il cammino del mister fatto fin qui e quello che c’è da fare. Per noi è solo una gioia averlo qui con noi, averlo rivisto in tuta è stata una grande emozione. Il rapporto con Sinisa era già forte prima, anche dal punto di vista personale: questa sua situazione non ha fatto altro che rafforzare l’eterna amicizia che ci lega a lui. Un piacere riaverlo qui con noi. Ringrazio il personale dell’Ospedale Sant’Orsola per la collaborazione e per la professionalità ma soprattutto per l’umanità mostrata. Penso che la vicenda di Sinisa abbia dato un aspetto diverso alla comunità del calcio: in ogni stadio c’è sempre stato un grande apprezzamento, calore e solidarietà. Bisogna continuare a dare visibilità a questi messaggi civili, è un impegno che ci dobbiamo prendere per restituire la passione e il calore dei tifosi”.

Entrano in sala stampa i giocatori del Bologna prima che prenda la parola Sinisa Mihajlovic: “Ringrazio tutti per essere venuti, anche i miei giocatori: fanno di tutto pur di non allenarsi”. Interrompe Blerim Dzemaili: “Dirti che ci sei mancato è poco. Siamo contentissimi che ti abbiamo ritrovato. Sappiamo che non sei molto contento di noi ma cercheremo di renderti di nuovo felice”.

Ancora Mihajlovic: “È un’altra dimostrazione di affetto e vicinanza nei miei confronti. L’ultima volta che ci siamo sentiti era il 13 luglio, ho pensato che fosse giusto ritrovarci insieme ai medici. In questi 4 mesi difficili ho conosciuto al Sant’Orsola medici straordinari, infermieri che mi hanno curato e sopportato: so che ho un carattere forte, difficile ma loro sono stati meravigliosi con me. Li ringrazio tutti di cuore, anche per la vicinanza alla mia famiglia (si interrompe per la commozione, ndr). Sono stati tutti fondamentali, senza di loro non avrei fatto quello che ho fatto. Passo la parola ai medici che devono tornare a salvare altre vite”.

Prende la parola il dottor Michele Cavo dell’Istituto di Ematologia Seragnoli dell’Ospedale Sant’Orsola:

“Buongiorno. È il primo giorno che parlo con la stampa e lo faccio per espresso desiderio di Sinisa. Il mio silenzio era legato alla necessità di essere totalmente cauti e prudenti nei confronti della malattia. La complessità della diagnosi e del percorso terapeutico è stata affrontata con il meglio della nostra professionalità e delle nostre conoscenze. Questo vuol dire che chi vi parla lo fa a nome di tutti i medici che ogni giorno danno il massimo. La storia che raccontiamo oggi, quella di Sinisa, si può declinare per tutti i pazienti dell’Istituto. Oggi riannodiamo la pellicola e torniamo indietro di 4 mesi, quando abbiamo dovuto fare una serie di accertamenti per ricalibrare esami sostenuti per altri motivi. La diagnosi ricevuta è quella di una leucemia acuta mieloide: vuol dire che un particolare tipo di globuli bianchi vanno incontro ad un processo di arresto della loro maturazione e proliferano senza controllo. Questo porta il midollo osseo a perdere la sua capacità di produrre globuli e piastrine. Questo è avvenuto pochissime ore dopo la prima visita ematologica e in quel momento avevamo una diagnosi astratta. Nell’arco di pochi giorni abbiamo effettuato una serie di accertamenti per identificare se queste cellule tumorali producessero proteine per tracciarne il loro identikit. Inoltre c’era da capire se c’erano alterazioni e se 30 geni, quelli più coinvolti di solito, avessero o meno delle mutazioni. Un evento che non è innescato da fattori esterni ma si realizza perché più eventi genetici trasformano il DNA del paziente. Fare tutto questo percorso è utile, perché ci dà delle conoscenze relative alla biologia della malattia e perché ci permette di scegliere terapie mirate.

Nel caso di Sinisa questo processo ci ha consentito sin dall’inizio di avere certezza che il suo percorso avrebbe previsto il trapianto se avessimo trovato un donatore compatibile. L’approccio è stato classico, fatto di farmaci chemioterapici in due cicli. Il primo ciclo è durato più di 30 giorni, il secondo è stato più breve. In tutto 43 giorni perché noi utilizziamo farmaci efficaci ma stupidi, che non riconoscono cosa è buono e cosa è cattivo. Questo vuol dire che per uccidere tutte le cellule tumorali abbiamo dovuto uccidere le cellule residue e così il midollo osseo era sospeso dalle sue funzioni. È una storia comune ad altri pazienti. Il risultato dopo il primo ciclo è stato molto positivo: l’obiettivo era di far sparire le cellule tumorali e stabilizzare il midollo osseo. Nel secondo ciclo abbiamo ripetuto la stessa storia ma più breve. Siamo partiti subito con la ricerca del donatore più compatibili, prima nell’ambito dei familiari e poi allargando il raggio d’azione nei registri dove poi l’abbiamo trovato. Esattamente un mese fa abbiamo effettuato il trapianto, necessario per consolidare la situazione. Sinisa mi ha detto di voler chiudere oggi un cerchio aperto quattro mesi fa e dal suo punto di vista è legittimo; dal nostro però quel cerchio non è ancora chiuso. Dalla stampa ho colto un affetto trasversale che sicuramente gli ha dato forza, ha sempre visto le cose in positivo ma a dispetto di un carattere robusto e vigoroso si è sempre fidato di noi”.

Francesca Bonifazi, dell’Istituto di Ematologia Seragnoli dell’Ospedale Sant’Orsola: “Per fare un trapianto occorre un donatore. La donazione ha tre caratteristiche: è volontaria, gratuita, anonima. Il trapianto non è un intervento chirurgico, ci tengo a sottolinearlo. Oggi possiamo dire che le cellule hanno attecchito ed è stato un passo fondamentale; inoltre ad oggi non ci sono complicanze cliniche. Il decorso post trapianto è stato regolare. Ma occorre cautela: i primi 100 giorni sono molto delicati, il sistema immunitario è ancora molto fragile. Il ritorno alla vita normale di Sinisa avverrà gradualmente, valuteremo di volta in volta se ci sarà la possibilità di essere presente. Non c’è una tempistica definibile per considerare passata la malattia: il bollino del guarito viene dato dopo 5 anni”.

Riprende la parola Mihajlovic: “Voglio ringraziare tutti quelli che hanno avuto un pensiero per me. Mi sono sentito molto protetto e voluto bene, sentendomi come parte di una famiglia. Poi volevo ringraziare tutti i tifosi e soprattutto i tifosi del Bologna che mi hanno fatto sentire come un fratello. Ringrazio anche la società in tutte le sue componenti perché sono stati unici, sin dal primo momento, non hanno mai messo in dubbio la mia permanenza qui. Grazie anche ai miei amici più stretti, uno particolare e più sentito alla mia famiglia. Mia moglie è stata tutti i giorni con me (ha la voce spezzata dal pianto, ndr) e mi ha dimostrato di essere fortunato: forse è l’unica persona al mondo che ha più palle di me. I miei figli sono la mia vita e quando c’era il problema di trovare un donatore hanno accettato di fare subito tutti gli esami del caso. Ho passato 4 mesi tosti, sono stato rinchiuso in una stanza d’ospedale da solo e il mio più grande desiderio era di prendere una boccata d’aria fresca.

Non mi sono mai sentito un eroe, solo un uomo sì forte, con carattere ma sempre un uomo con tutte le sue fragilità.

Voglio dire a tutti quelli che sono malati gravemente che non si devono sentire meno forti se non l’affrontano come me: non c’è da vergognarsi di aver paura, l’importante è non perdere mai la voglia di vivere. La leucemia è una malattia bastarda, ci vuole molta pazienza, bisogna ragionare giorno per giorno, per piccoli obiettivi. Non si deve mai perdere la voglia di combattere. Alla fine se sei forte e ci credi arriva il sole. Più il tempo passa più riprenderò le forze, ho perso tanti chili, prendo 19 pastiglie al giorno però li prendo perché bisogna farlo. Spero che dopo questa esperienza di uscire come un uomo migliore perché nella vita precedente la pazienza non era il mio forte ma oggi devo averla per forza. Guardo tutto in un’altra maniera, prendere una boccata d’aria diventa una cosa bellissima. Ora però non voglio parlare più di malattia ma di calcio. Sapevo che avrei condizionato la squadra, la classifica, l’atteggiamento, le partite giocate: è normale. Ma non volevo che questo diventasse una scusa. Giocatori e staff sanno quanto gli voglio bene ma mi aspettavo di più da loro. Ho cercato sempre di essere presente, in ogni modo possibile, facendo sacrifici, speravo di vedere in campo un po’ di forza e sacrificio ma non sempre è successo. Vi devo dire che sono incazzato nero per i risultati, per il gioco, per l’atteggiamento. Da adesso in poi bisogna dare il 200% e abbiamo già cominciato: dobbiamo riprendere la normalità e fare punti. Chi non si rimette in carreggiata avrà dei problemi con me. Sono convinto che presto rivedremo il Bologna che siamo abituati a vedere.

Un’altra cosa: quando sono uscito dall’ospedale mia moglie ha postato una foto con una frase di Ramazzotti ‘più bella cosa non c’è’ ed era molto azzeccata. Oggi voglio usare una frase di Vasco: ‘eh già, io sono ancora qua’. Andrò avanti per la mia strada”.

Già Dzemaili dopo il Parma aveva detto che non eri contento. Per il Napoli hai già visto qualcosa di diverso?
“Ci conosciamo a tal punto che lo sanno se sono contento o no. Anche se avessimo vinto non sarebbe cambiato nulla perché la prestazione non mi era piaciuta. Per il Napoli non saprei perché ho visto gli allenamenti sui video; in questi due giorni che sono stato con loro ho rivisto una squadra come la voglio io. Bisogna dare tutto senza guardare in faccia nessuno. Giocherà chi si merita, chi ha coraggio, chi fa quello che gli dico”.

Che effetto le ha fatto il mondo del calcio unirsi attorno a lei?
“L’ho sentito vicino. Prima della malattia dividevo la gente, con la malattia sono quasi riuscito ad unirla. Penso ai tifosi juventini che mi hanno applaudito ed è stato molto bello e commovente. Credo abbiano riconosciuto in me una persona che si è mostrata per quello che era, a Verona per esempio ero già debilitato ma avevo fatto una promessa alla squadra”.

Cosa vi siete detti con Ibrahimovic?
“Ci siamo sentiti un paio di volte. Ora vediamo quello che succede. Lui è interessato, se dovesse venire lo farebbe per l’amicizia con me ma capisco che ci siano altre ipotesi. Prima del 10 dicembre è difficile che accada”.

Ha un’idea su quando ritornerà operativo al 100%?
“Si ragiona giorno dopo giorno. Per ora posso andare a Casteldebole, non devo stare al chiuso con molta gente per troppo tempo, posso stare all’aperto ma senza prendere sole. Non posso andare allo stadio ma magari fra dieci giorni la situazione cambia. Io conto di esserci contro il Milan o contro l’Atalanta. Le trasferte posso farle solo in macchina ma naturalmente non quelle troppo lunghe”.

Per il Mihajlovic allenatore che percorso è stato?
“Inusuale e difficile. Però ho visto gli allenamenti in diretta, potevo parlare con i giocatori e con lo staff, ho fatto tutto però non ero presente e questo fa la differenza. Sapevo che all’inizio i giocatori avrebbero dato tutto poi però avrebbero avuto un calo. Adesso, tornando un po’ alla normalità, sono sicuro che si cominciano a fare le cose come si deve ogni giorno”.

Ha fatto l’allenatore di sé stesso in ospedale dandosi tabelle e obiettivi
“Mi è servito tanto perché passavo tante ore attaccato ai macchinari. Guardando gli allenamenti e parlando con i giocatori è stato utilissimo. Dopo la partita con la Samp ho parlato alla squadra dicendo che non sapevo quando ci saremmo potuti risentire visto che avevo il trapianto da affrontare”.

Del Mihajlovic cosa ha deciso di lasciar perdere?
“Mi ero ripromesso di incazzarmi di meno ma non ce la faccio (ride, ndr). Avrò più pazienza ma sarò più tosto di prima”.

Come viveva le partite del Bologna?
“Si sentivano urla da tutte le parti e le infermiere non entravano perché sentivano che ero arrabbiato ed era inutile fare i controlli. Non vedevo l’ora di seguire le partite perché speravo di vedere la squadra che giocava come piaceva a me, ma sapevo che sarebbe stato difficile senza un allenatore che gli sta sempre addosso. I momenti peggiori sono stati a luglio quando non c’erano partite da vedere”.

Che ne pensa delle polemiche sul VAR?
“Il VAR è utile ma ci sono situazioni che non capisco in pieno come per i tocchi di mano. Con il fuorigioco siamo sicuri che non si sbaglia ma sono comunque contento perché serve. Magari bisogna fare delle regole più chiare. Devo dire che in questi mesi ho avuto altro da pensare”.

Interviene Fenucci sul VAR: “Credo sia utile capire cosa vogliamo noi società dal mondo arbitrale. Se noi pretendiamo che il VAR sia la moviola in campo è un indirizzo sbagliato; credo piuttosto che debba correggere i gravi errori dell’arbitro. Dovremmo smetterci di lamentarci a caldo delle decisioni del VAR”.

Le chiedo un pensiero per Miroslav Tanjga
“Siamo amici da una vita, ci conosciamo da oltre 30 anni, è come mio fratello. È una persona che capisce di calcio ma soprattutto è uno che dice quello che pensa ed è quello che serve a me. Anche da lui mi aspettavo di più, ovviamente, come da tutti gli altri. Però ha lavorato bene e con passione, come tutto il resto dello staff”.

C’è stato un attestato di affetto che non pensava di ricevere e che le ha fatto piacere?
“No, nessuna più di altre. Tutti i messaggi sono stati piacevoli, dai bambini ai vip. Ho ricominciato a parlare con tante persone che non sentivo da tempo come Roberto Mancini. Ho un’età dove è difficile trovare nuove amicizie e allora bisogna tenere strette quelle che ho”

Il secondo tempo di Brescia rappresenta quello che vuoi vedere dalla tua squadra?
“Sicuramente è stata una bellissima sorpresa vedere i giocatori in ospedale dopo quella partita. Penso che se il Brescia non fosse rimasto in 10 non avremmo vinto. Sono stato contento ma allo stesso tempo guardavo le cose che non sono andate bene”

In molti vorrebbero darle la panchina d’oro
“Questo premio lo accetterei solo se è legato a quello che ho fatto in campo con il Bologna. Se me lo danno perché sono malato non mi serve, non lo voglio”.




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