Sport ai tempi del Coronavirus

Sport – Con il Decreto Legge emanato dal presidente Conte l’8 marzo tutti gli italiani sono obbligati a stare a casa, evitando di uscire tranne che per motivi giustificati. La conseguenza di questa decisione, ovviamente motivata dalla necessità di ridurre il più possibile il rischio di contagio, è stato il drastico calo di avventori nelle attività commerciali, alle quali è stata successivamente imposta la chiusura (ad eccezione dei negozi di alimentari e di farmacie).

 

In questo scenario, il mondo dello sport fa i conti con l’annullamento di tutte le manifestazioni sportive sul territorio nazionale, una decisione che ha causato la sospensione di praticamente tutti i campionati. Per quanto riguarda il calcio, le categorie minori sono state le prime a fermarsi, mentre la Serie A, dove gli interessi economici sono maggiori, ha cercato inizialmente delle soluzioni alternative alla sospensione, come le partite a porte chiuse, una scelta che non ha mancato di creare delle polemiche. In ogni caso, anche il massimo campionato nazionale ha dovuto arrendersi nel momento dell’entrata in vigore del decreto presidenziale.

 

Il risultato è che tutte le partite sono sospese a tempo indeterminato e tutti gli allenamenti delle squadre sono interdetti, anche perché tra i calciatori di Serie A non mancano i casi di positività al Coronavirus.

 

Per per il calcio le conseguenze di questa emergenza sanitaria vanno ben oltre i disagi relativi alla riprogrammazione dei campionati, che potrebbero prolungarsi fino ad estate inoltrata (ad eccezione della Serie A, sulla quale incombe l’inizio del Campionato Euro 2020). Le perdite economiche per le squadre potrebbero essere molto consistenti alla fine dell’emergenza.

 

Come sappiamo, il calcio è sì un gioco e una passione per milioni di italiani, ma è anche un business milionario. Proprio i forti interessi economici hanno portato al ritardo nella sospensione della Serie A, con forti polemiche da più parti. La Lega Serie A è stata infatti criticata per aver anteposto gli interessi economici del sistema calcio alla salute dei giocatori, dei tifosi e in generale della cittadinanza.

 

Il sistema calcio è un’industria nella quale ad avere un ruolo importante non sono solo le squadre, anche se queste ovviamente sono quelle che effettivamente scendono in campo. Le emittenti televisive, ad esempio, hanno una parte fondamentale perché permettono la fruizione dei match ad un pubblico molto più ampio rispetto a quello che va allo stadio e gli investimenti che fanno sono rilevanti. Di conseguenza in questo momento le perdite potrebbero essere altrettanto importanti. Basti pensare che per i diritti televisivi Sky ha investito ben 780 milioni di euro, mentre Perform Group che controlla Dazn ha impegnato 193,3 milioni di euro.

 

Gli stessi club, oltre ad essere delle società sportive, sono delle vere e proprie aziende. La Juventus, ad esempio, nella scorsa stagione ha raggiunto un fatturato di oltre 459 milioni di euro e l’Inter 364 milioni. Non è difficile immaginare che l’interruzione del campionato avrà conseguenze economiche pesantissime.

 

Al momento non abbiamo a disposizione dati certi, ma soltato delle stime. Se non fosse possibile far ripartire il campionato, per la Serie A si ipotizza una perdita di ben 430 milioni di euro per i diritti televisivi, pari a circa il 30% del fatturato dell’intera Lega Serie A. Una situazione simile è prevista per la Liga in Spagna.

 

A causa del mancato incasso dei biglietti, per le 20 squadre è stimata una perdita complessiva di circa 28 milioni di euro. Tra i team a perdere di più sarebbe la Juventus, con una perdita di circa 12 milioni di euro, seguita dal Milan con 3,4 milioni e dall’Inter con 2,7 milioni. Ma secondo una stima più pessimistica la sola Juventus potrebbe arrivare a perdere ben 110 milioni di euro.

 

 

C’è da dire, però, che in un momento di difficoltà come questo, il calcio non ha mandato di mostrare il suo lato solidale: sono state diverse, infatti, le donazioni da parte delle squadre e singoli calciatori. L’Inter ha fatto una donazione da 100.000 euro a favore dell’ospedale Sacco di Milano, metre la Figc ha donato lo stesso importo allo Spallanzani di Roma.

 

 

L’ipotesi di considerare un taglio agli stipendi dei calciatori quale possibile strumento per contenere il danno economico causato dallo stravolgimento dei calendari per l’emergenza Coronavirus si sta facendo sempre più largo

 

l rapporto tra i calciatori professionisti e le società è regolato sia dal punto di vista del diritto ordinario, sia da quello del diritto dello sport.

 

Per quanto attiene a questo secondo profilo, i principali riferimenti sono da rintracciarsi nelle “Carte Federali”, cioè il compendio di tutte le norme e i regolamenti prodotti dalla Federazione, e negli “Accordi Collettivi” sottoscritti dalle parti interessate. In particolare, in Italia abbiamo tre differenti Accordi Collettivi conclusi dalla FIGC, dalla Associazione Italiana Calciatori come rappresentante della categoria e, rispettivamente, dalla Lega Serie A, dalla Lega Serie B e dalla Lega Pro.

 

Come principio generale, possiamo sostenere che le questioni relative ai rapporti tra il calciatore e il datore di lavoro debbano essere risolte tenendo come primo riferimento la normativa regolamentare sportiva e i citati Accordi Collettivi e, solo nel caso in cui queste fonti non fossero in grado di fornire gli strumenti giuridici necessari, la legislazione giuslavoristica ordinaria.

 

Nel caso di specie, tuttavia, possiamo affermare che né gli Accordi Collettivi né le Carte Federali forniscono strumenti idonei a gestire una situazione complessa come quella attuale. Infatti, tra le poche disposizioni applicabili, c’è l’art. 18 dell’Accordo Collettivo per la Serie A (“riposo settimanale e ferie”), che si limita a prevedere che le società di calcio possano decidere quale sia il periodo di godimento delle 4 settimane di ferie che spettano al calciatore.

 

Laddove le parti non fossero in grado di trovare un accordo, anche in deroga alle disposizioni e ai contratti vigenti, sarà allora necessario fare riferimento alla legislazione ordinaria.

 

In tale caso, sul piano puramente teorico e come extrema ratio, non si potrebbe escludere a priori l’applicabilità del c.d. factum principis quale causa di impossibilità incolpevole della prestazione da parte del datore di lavoro/club, con ricadute sul piano della continuità del rapporto e del conseguente obbligo retributivo. Si tratterebbe in ogni caso di uno scenario particolarmente grave e da scongiurare con l’intervento delle istituzioni competenti.




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