20 Novembre 1962 – La fine della crisi di Cuba

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Il 20 Novembre 1962  è una data molto importante per la storia, probabilmente determinante per la sopravvivenza stessa dell’umanità che rischio concretamente  il terzo conflitto mondiale. Quel giorno si mise fine alla Crisi dei missili di Cuba: in risposta alla decisione sovietica di rimuovere i suoi missili da Cuba, il presidente  statunitense John F. Kennedy cessa il blocco navale sulla nazione caraibica.

La crisi dei missili di Cuba, conosciuta anche come crisi di ottobre  fu un confronto tra Stati Uniti ed Unione Sovietica in merito al dispiegamento di missili balistici sovietici a Cuba in risposta a quelli statunitensi schierati in Turchia e in Italia, in vicinanza della frontiera con l’URSS. L’episodio, avvenuto durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy è stato considerato uno dei momenti più critici della Guerra fredda in cui si è arrivati più vicino a una guerra nucleare.

Come reazione alla fallita invasione della Baia dei Porci del 1961 e alla presenza di missili balistici americani Jupiter in Turchia, il leader sovietico Nikita Chruščёv decise di accettare la richiesta di Cuba di posizionare missili nucleari sull’isola al fine di scoraggiare una possibile futura invasione. L’accordo venne raggiunto durante un incontro segreto tra Chruščёv e Fidel Castro nel luglio 1962 e la realizzazione delle strutture di lancio dei missili venne avviata poco più tardi.

Anche se il Cremlino aveva negato la presenza di pericolosi missili sovietici a 90 miglia dalla Florida, i sospetti vennero confermati quando un aereo spia Lockheed U-2 dell’United States Air Force produsse evidenti prove fotografiche della presenza di missili balistici a medio raggio (R-12) e intermedi (R-14). Gli Stati Uniti allestirono un blocco militare per impedire che ulteriori missili potessero giungere a Cuba, annunciando che non avrebbero consentito nuove consegne di armi offensive a Cuba e chiedendo che i missili già presenti sull’isola fossero smantellati e restituiti all’Unione Sovietica.

Dopo un lungo periodo di stretti negoziati venne raggiunto un accordo tra il presidente americano John F. Kennedy e il presidente russo Nikita Chruščёv. Pubblicamente, i sovietici avrebbero smantellato le loro armi offensive a Cuba e le avrebbero riportate in patria, sotto verifica da parte delle Nazioni Unite e in cambio di una dichiarazione pubblica da parte statunitense di non tentare di invadere nuovamente Cuba. In segreto, gli Stati Uniti avrebbero anche acconsentito a smantellare tutti i PGM-19 Jupiter, di loro fabbricazione, schierati in Turchia e in Italia.

Quando tutti i missili offensivi e i bombardieri leggeri Ilyushin Il-28 vennero ritirati da Cuba, il blocco venne formalmente concluso il 21 novembre 1962. I negoziati tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica misero in evidenza la necessità di una rapida, chiara e diretta linea di comunicazione riservata e dedicata tra Washington e Mosca. Di conseguenza, venne realizzata la cosiddetta linea rossa Mosca-Washington. Una serie di ulteriori accordi ridusse le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per diversi anni.

Gli Stati Uniti erano preoccupati per un’espansione del comunismo a livello mondiale e il fatto che vi fosse un paese dell’America latina apertamente alleato con l’Unione Sovietica era considerato inaccettabile fin dall’inizio della guerra fredda e in applicazione della Dottrina Monroe.

Gli Stati Uniti erano stati umiliati pubblicamente dalla fallita invasione della Baia dei Porci tentata nell’aprile del 1961 e attuata dal presidente John F. Kennedy tramite la CIA sotto la spinta degli esuli cubani. In seguito, l’ex presidente Dwight Eisenhower disse a Kennedy che “il fallimento della Baia dei Porci incoraggerà i sovietici a fare qualcosa che altrimenti non avrebbero fatto”. La mancata invasione convinse il premier sovietico Nikita Chruščёv e i suoi consiglieri che Kennedy fosse indeciso e, come scrisse un consigliere sovietico, “troppo giovane, intellettuale, non preparato bene per il processo decisionale in situazioni di crisi… troppo intelligente e troppo debole”.

Inoltre, l’impressione di Chruščёv sulla debolezza di Kennedy, venne confermata dalla risposta del presidente durante la crisi di Berlino del 1961 e dalla costruzione del muro di Berlino. Parlando ai funzionari sovietici dopo la crisi, Chruščёv affermò, “so per certo che Kennedy non ha un forte seguito, né, generalmente, ha il coraggio di far fronte a una sfida seria”. Disse anche a suo figlio Sergei che su Cuba, Kennedy “farebbe un sorriso, farebbe anche di più un sorriso, e poi accetterebbe”.

Nel gennaio 1962, il generale dell’esercito statunitense Edward Lansdale preparò piani per rovesciare il governo cubano in un rapporto segreto (parzialmente declassificato nel 1989) rivolto a Kennedy e ai funzionari coinvolti nell’operazione Mongoose. Agenti della CIA o “percettori” della Special Activities Division dovevano essere infiltrati in Cuba per effettuare sabotaggi e organizzare attività sovversive. Nel febbraio del 1962, gli Stati Uniti lanciarono un embargo contro Cuba e Lansdale presentò un calendario top-secret di 26 pagine per l’attuazione del rovesciamento del governo cubano, confidando in operazioni di guerriglia che sarebbero dovute incominciare tra agosto e settembre. Secondo i piani, “l’inizio della rivolta e il rovesciamento del regime comunista” sarebbero avvenuti nelle prime due settimane di ottobre.

Quando Kennedy nel 1960 corse per la presidenza, una delle sue principali questioni elettorali era un presunto “divario missilistico” in sfavore dei sovietici che, tuttavia, si presumeva avrebbe potuto assottigliarsi. Nel 1961, i sovietici possedevano solo quattro missili balistici intercontinentali R-7 Semyorka. Entro l’ottobre dell’anno successivo avrebbero potuto contare su di un arsenale di alcune dozzine, con alcune stime degli apparati di intelligence che parlavano di 75 missili.

D’altro canto, gli Stati Uniti avevano 170 ICBM e stavano rapidamente costruendone altri. Vantavano altresì una flotta di otto sottomarini lanciamissili balistici classe George Washington e classe Ethan Allen, con la possibilità di lanciare ciascuno fino a 16 missili UGM-27 Polaris, con una portata di 2.500 miglia nautiche (4600 km).

Chruščёv aumentò i timori negli statunitensi quando dichiarò che i sovietici stavano costruendo missili “come le salsicce”, ma in realtà i loro numeri e le loro capacità missilistiche non erano vicine alle sue affermazioni. L’Unione Sovietica disponeva di missili balistici a media portata, circa 700, ma erano molto inaffidabili e imprecisi. Gli Stati Uniti possedevano un considerevole vantaggio nel numero totale di testate nucleari (27.000 contro 3.600) e nella tecnologia richiesta per il loro impiego.

Gli Stati Uniti vantavano anche maggiori capacità missilistiche difensive, navali e aeree, tuttavia i sovietici possedevano un vantaggio di 2:1 nelle forze terrestri convenzionali, comprese le dotazioni di cannoni e carri armati, schierati in particolare nel teatro europeo.

Nel maggio 1962, il premier sovietico Nikita Chruščёv era persuaso dall’idea di contrastare il crescente potere degli Stati Uniti nello sviluppo e nella diffusione di missili strategici schierando missili nucleari sovietici a Cuba, nonostante i dubbi dell’ambasciatore sovietico a L’Avana, Alexandr Ivanovich Alexeyev, che sosteneva che Castro non avrebbe accettato questa situazione. Chruščёv si trova nel dover affrontare una situazione strategica in cui gli Stati Uniti erano considerati in grado di “sparare il primo colpo nucleare” mettendo così l’Unione Sovietica in un enorme svantaggio. Nel 1962, i sovietici avevano solo 20 ICBM in grado di colpire gli Stati Uniti con testate nucleari, il cui lancio doveva avvenire dall’interno dell’Unione Sovietica. La scarsa precisione e l’inaffidabilità dei missili sollevava, inoltre, seri dubbi sulla loro efficacia. Una nuova generazione più affidabile di ICBM diventerà operativa solo dopo il 1965.

Pertanto, la capacità nucleare sovietica nel 1962 fu meno concentrata sugli ICBM rispetto ai missili balistici a media gittata (MRBM e IRBM). Questi vettori erano in grado, dopo essere lanciati dal territorio sovietico, di colpire gli alleati statunitensi e la maggior parte dell’Alaska ma non tutto il resto degli Stati Uniti. Graham Allison, direttore del Belfer Center for Science and International Affairs dell’Università di Harvard, sottolinea che: “l’Unione Sovietica non poteva eliminare lo sbilanciamento nucleare mediante l’introduzione di nuovi ICBM sul proprio terreno. Per affrontare la minaccia aveva poche possibilità tra cui spostare le armi nucleari esistenti in luoghi in cui poteva raggiungere gli obiettivi statunitensi”.

Un secondo motivo per cui i missili sovietici furono dispiegati a Cuba fu perché Chruščёv voleva portare Berlino Ovest, in quel momento controllato da americani, inglesi e francesi, all’interno della Germania est comunista, appartenente all’orbita sovietica. I tedeschi orientali e i sovietici consideravano il controllo occidentale su una porzione di Berlino una grave minaccia per la Germania orientale. Chruščёv fece quindi di Berlino Ovest il campo di battaglia centrale della guerra fredda. Chruščёv credeva che se gli Stati Uniti non avessero fatto nulla per i missili presenti a Cuba, egli poteva annettere anche Berlino ovest usando detti missili come deterrente contro eventuali reazioni occidentali. Se gli Stati Uniti avessero tentato di affrontare i sovietici dopo aver saputo dei missili, Chruščёv avrebbe potuto chiedere di negoziarli in cambio di Berlino Ovest. Poiché Berlino era considerata strategicamente più importante di Cuba, tale compromesso avrebbe significato un successo per Chruščёv.

All’inizio dello stesso anno, un gruppo di esperti sovietici di costruzioni militari e di missili ha accompagnato una delegazione agricola all’Avana ottenendo anche un incontro con il leader cubano Fidel Castro. La leadership cubana temeva fortemente che gli Stati Uniti avrebbero tentato nuovamente di invadere Cuba e quindi approvarono con entusiasmo l’idea dei missili nucleari sulla loro isola. Tuttavia, secondo un’altra fonte, Castro si oppose a tutto ciò per via del timore che lo avrebbe fatto apparire come un burattino sovietico, ma venne persuaso dal fatto che i missili a Cuba avrebbero irritato gli Stati Uniti e aiutato gli interessi di tutto il movimento socialista. Inoltre, la fornitura avrebbe incluso anche armi tattiche a breve distanza (con una portata di 40 km, utilizzabili solo contro mezzi navali) che gli avrebbero fornito un “ombrello nucleare” a protezione dell’isola.

Tutta la pianificazione e la preparazione riguardo al trasporto e alla messa in funzione dei missili venne eseguita con la massima riservatezza e solo pochi conoscevano l’esatta natura della missione. Anche al personale militare dedicato alla missione vennero date volutamente informazioni erronee per sviare i sospetti, tanto che gli venne indicata una regione fredda come obbiettivo e vennero equipaggiate di scarponi da sci, pattini e altre attrezzature invernali. Il nome in codice era Operazione Anadyr, Анадырь in russo. Il fiume Anadyr entra nel Mare di Bering e Anadyr è anche la capitale del Distretto di Chukotsky e una base di bombardieri nella regione dell’estremo orientale. Tutte le misure erano destinate a nascondere il programma sia al pubblico interno sia all’esterno.

Il 7 settembre, l’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Anatolij Fëdorovič Dobrynin, assicurò l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Adlai Stevenson che l’Unione Sovietica stava fornendo a Cuba solo armi difensive. L’11 settembre, l’Agenzia russa di informazione telegrafica annunciò che l’Unione Sovietica non aveva alcuna necessità o intenzione di introdurre missili nucleari offensivi in Cuba. Il 13 ottobre Dobrynin negò che i sovietici avessero pianificato di schierare armi offensive a Cuba. Il 17 ottobre, il funzionario dell’ambasciata sovietica Georgy Bolshakov consegnò al presidente Kennedy un messaggio personale da parte di Chruščёv di rassicurazioni un quanto si asseriva che “in nessun caso potrebbero essere inviati missili superficiali a Cuba”.

Già dall’agosto del 1962, gli Stati Uniti sospettavano che i sovietici stessero schierando missili a Cuba. Durante quel mese i servizi di intelligence raccolsero informazioni sulla presenza nell’isola di aerei MiG-21 costruiti in Russia e di bombardieri leggeri Ilyushin Il-28. Gli aerei spia Lockheed U-2 dimostrarono che vi erano a Cuba otto siti equipaggiati con missili terra-aria S-75 Dvina. Ciò fece destare i sospetti in quanto il direttore della CIA John A. McCone rilevò che tali apparati “hanno senso solo se Mosca intendesse usarli per proteggere una base per missili balistici rivolti agli Stati Uniti”.Il 10 agosto scrisse una nota a Kennedy in cui predisse che i sovietici stavano preparandosi a schierare missili balistici a Cuba.

La prima fornitura di missili R-12 fece il suo arrivo sull’isola caraibica la notte dell’8 settembre, seguita da una seconda il 16 settembre. L’R-12 era un missile balistico a media portata, capace di trasportare una testa termonucleare. Si trattava di un missile vettore alimentato a propellenti liquidi da rifornire in una sola fase, trasportabile su strada e che poteva causare un’esplosione nucleare da un megatone.I sovietici stavano costruendo nove siti, sei per i missili a medio raggio R-12 con una gittata di 2.000 chilometri e tre per i missili balistici R-14 con una portata massima di 4.500 chilometri.

Nel 1959 il governo sovietico si rese conto che un’eventuale futura guerra sarebbe stata condotta con armi nucleari cosicché nello stesso anno furono costituite le “Forze Missilistiche Strategiche”; poco tempo dopo, in risposta al programma di riarmo di Kennedy (che aveva disposto missili nucleari a medio raggio Jupiter in Turchia), il governo sovietico, preoccupato per la chiara inferiorità delle sue forze strategiche, decise di installare alcune armi nucleari a Cuba, uno stato caraibico al largo della costa della Florida che a seguito della rivoluzione guidata da Fidel Castro aveva recentemente instaurato un governo comunista sull’isola. Il governo di Cuba, dal canto suo, cercò il supporto dell’Unione Sovietica dopo il collasso delle relazioni con gli Stati Uniti conseguente all’esproprio delle proprietà americane a Cuba e al successivo tentativo di invasione dell’isola da parte di esuli cubani e mercenari appoggiati dalla CIA, conosciuto come Invasione della baia dei Porci. La strategia sovietica teneva conto di due aspetti: il primo era di difendere questo nuovo stato comunista dagli USA o da un’invasione appoggiata da questi; il secondo invece mirava a riequilibrare la bilancia del potere nucleare, che pendeva dalla parte degli Stati Uniti.

Oltre ai siti missilistici Jupiter in Italia, gli USA avevano di recente incominciato a schierare missili in Turchia, che minacciavano direttamente le regioni occidentali dell’Unione Sovietica. La tecnologia sovietica era ben sviluppata nel campo dei missili balistici a medio raggio (MRBM), in confronto a quelli intercontinentali ICBM. I sovietici ritenevano che non sarebbero riusciti a raggiungere la parità negli ICBM prima del 1970, ma videro che un certo tipo di uguaglianza poteva essere raggiunta rapidamente, posizionando dei missili a Cuba. Gli MRBM sovietici a Cuba, con un raggio d’azione di circa 1.600 chilometri, potevano minacciare Washington e circa metà delle basi SAC statunitensi, con un tempo di volo inferiore ai venti minuti. In aggiunta, il sistema di difesa radar statunitense era orientato verso l’URSS, e avrebbe fornito scarso preavviso in caso di un lancio da Cuba.

Nikita Chruščëv aveva concepito il piano nel maggio 1962, e per la fine di luglio, oltre sessanta navi sovietiche erano in rotta verso Cuba, con alcune di esse che trasportavano materiale militare. John McCone, il direttore della CIA, avvertì Kennedy che alcune delle navi stavano probabilmente trasportando missili, ma a una riunione tra John e Robert Kennedy, Dean Rusk e Robert McNamara, prevalse l’idea che i sovietici non avrebbero tentato un’impresa simile.

Un U-2 in volo a fine agosto fotografò una nuova serie di postazioni SAM che venivano costruite, ma il 4 settembre Kennedy disse al Congresso che non c’erano missili “offensivi” a Cuba. Nella notte dell’8 settembre, la prima consegna di MRBM SS-4 Sandal venne scaricata a L’Avana e un secondo carico arrivò il 16 settembre. I sovietici stavano costruendo nove siti, sei per gli SS-4 e tre per gli SS-5 Skean a più lungo raggio (fino a 3.500 chilometri). L’arsenale pianificato era di quaranta rampe di lancio, con un incremento del 70% della capacità offensiva sovietica durante il primo colpo.

Un numero di problemi non legati alla vicenda fece sì che i missili non venissero scoperti fino al volo di un U-2 del 14 ottobre, che mostrava chiaramente la costruzione di una postazione per degli SS-4 vicino a San Cristóbal. Per il 19 ottobre, i voli degli U-2 (ora praticamente continui) mostrarono che quattro postazioni erano operative. Inizialmente, il governo statunitense tenne l’informazione segreta, rivelandola solo ai quattordici ufficiali chiave del comitato esecutivo. Il Regno Unito non venne informato fino alla sera del 21 ottobre. Il presidente Kennedy, in un appello televisivo del 22 ottobre, annunciò la scoperta delle installazioni e proclamò che ogni attacco di missili nucleari proveniente da Cuba sarebbe stato considerato come un attacco portato dall’Unione Sovietica e avrebbe ricevuto una risposta conseguente. Kennedy ordinò anche una quarantena navale su Cuba, per prevenire ulteriori consegne sovietiche di materiale militare.

Il termine quarantena fu preferito a quello di blocco navale in quanto quest’ultimo, secondo le consuetudini del diritto internazionale avrebbe potuto essere considerato come un atto di guerra e avrebbe comportato un’immediata risposta militare sovietica. Per tutta la durata della crisi, i responsabili dello Stato maggiore americano insistettero perché il riluttante presidente ordinasse un’immediata azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventassero operative.

A Cuba, durante i giorni della crisi, si trovavano 140 testate nucleari di provenienza sovietica, delle quali 90 erano “tattiche”. Robert McNamara, Segretario della Difesa durante il Governo Kennedy, dichiarò di avere appreso la notizia direttamente da Fidel Castro, anni dopo, e di come Castro avesse chiesto a Chruščëv di usare queste testate per attaccare gli Stati Uniti.

Il generale Curtis LeMay (Capo di stato maggiore dell’aviazione degli Stati Uniti), disse: Attacchiamo e distruggiamo completamente Cuba.
Gli ufficiali discussero le varie opzioni:

  • bombardamento immediato delle postazioni
  • appello alle Nazioni Unite per fermare l’installazione
  • blocco navale
  • invasione di Cuba.

Il bombardamento immediato venne subito scartato, così come un appello alle Nazioni Unite, che avrebbe portato via molto tempo. La scelta venne ridotta a un blocco navale e un ultimatum, o a una invasione su vasta scala. Venne scelto infine il blocco, anche se ci fu un numero di falchi (soprattutto Paul Nitze, Clarence Douglas Dillon e Maxwell Taylor) che continuarono a spingere per un’azione più dura. L’invasione venne pianificata, e le truppe vennero radunate in Florida anche se con 40.000 soldati sovietici a Cuba, completi di armi nucleari tattiche, la forza di invasione non era certa del suo successo).

Ci furono diverse questioni legate al blocco navale. C’era il problema della legalità – come fece notare Fidel Castro, non c’era niente di illegale circa le installazioni dei missili; erano sicuramente una minaccia agli USA, ma missili simili, puntati verso l’URSS, erano posizionati in Gran Bretagna, Italia e Turchia. Quindi se i sovietici avessero provato a forzare il blocco, il conflitto avrebbe potuto esplodere a seguito di una escalation delle rappresaglie.

Kennedy parlò al popolo statunitense (e al governo sovietico), in un discorso televisivo del 22 ottobre. Egli confermò la presenza dei missili a Cuba e annunciò che era stata imposta una quarantena di 800 miglia attorno alla costa cubana, avvertendo che i militari “erano preparati per ogni eventualità”, e condannando la “segretezza e l’inganno” sovietici. Il caso venne definitivamente provato il 25 ottobre, in una sessione d’emergenza dell’ONU, durante la quale l’ambasciatore statunitense Adlai Stevenson mostrò le fotografie delle installazioni missilistiche sovietiche a Cuba, subito dopo che l’ambasciatore sovietico Zorin ne aveva negato l’esistenza. Chruščëv, infatti, aveva inviato delle lettere a Kennedy il 23 e 24 ottobre, sostenendo la natura deterrente dei missili a Cuba e le intenzioni pacifiche dell’Unione Sovietica.

Quando Kennedy pubblicizzò apertamente la crisi, il mondo intero entrò in uno stato di terrore. La gente incominciò a parlare e preoccuparsi apertamente di un’apocalisse nucleare, ed esercitazioni per una tale emergenza si tennero quasi quotidianamente in molte città.

Il 24 ottobre Papa Giovanni XXIII inviò un messaggio all’ambasciata sovietica a Roma da trasmettere al Cremlino in cui espresse la sua preoccupazione per la pace. In questo messaggio dichiarò: “Noi chiediamo a tutti i governi di non rimanere sordi a questo grido di umanità e di fare tutto quello che è nel loro potere per salvare la pace”.

Pur non essendo stati ancora pubblicati i documenti dell’Archivio Vaticano, è probabile che il messaggio del Papa fu affiancato da iniziative della diplomazia vaticana nei confronti del cattolico Kennedy e sull’Unione Sovietica, per tramite del governo italiano, presieduto dal democristiano Amintore Fanfani. I sovietici, infatti, fecero pervenire subito dopo due differenti proposte al Governo degli Stati Uniti. Il 26 ottobre offrirono di ritirare i missili da Cuba in cambio della garanzia che gli USA non avrebbero invaso Cuba, né appoggiato un’invasione. La seconda proposta venne trasmessa da una radio pubblica il 27 ottobre, chiedendo il ritiro delle testate atomiche americane dalla Turchia e dall’Italia (36ª Brigata aerea interdizione strategica). Poiché in quella stessa mattinata, nella capitale degli Stati Uniti, era presente Ettore Bernabei, uomo di fiducia di Fanfani, già con l’incarico di consegnare al Presidente Kennedy una nota del governo italiano con la quale si accettava il ritiro dei missili dalla base italiana, non è improbabile che la mediazione diplomatica sia stata abilmente concertata tra il Vaticano e Palazzo Chigi.

Llewellyn E. “Tommy” Thompson Jr., ex ambasciatore a Mosca, conosceva bene Kruscěv, riuscì a convincere Kennedy a patteggiare il ritiro dei missili russi da Cuba in cambio della promessa americana di non invadere mai più Cuba come avevano tentato con lo Sbarco nella Baia dei porci.

La crisi raggiunse l’apice il 27 ottobre, quando un Lockheed U-2 statunitense – per iniziativa di un ufficiale locale – venne abbattuto su Cuba e un altro che volava sulla Russia venne quasi intercettato. Il generale Thomas S. Power, a capo del Comando Aereo Strategico USA (SAC), mise le sue unità in stato di allerta DEFCON 2 preparandole per un’immediata azione senza consultare la Casa Bianca.

Allo stesso tempo, i mercantili sovietici si stavano avvicinando alla zona di quarantena; in un caso, si apprese quarant’anni dopo, su un sottomarino sovietico della loro scorta militare si valutò la possibilità di lanciare un missile con testata nucleare.

Kennedy rispose accettando pubblicamente la prima delle offerte sovietiche e inviando il fratello Robert all’ambasciata sovietica, per accettare la seconda in privato: i missili Jupiter con testata nucleare installati in Turchia e, soprattutto in Italia, sarebbero stati rimossi. Le navi sovietiche tornarono indietro e il 28 ottobre Chruščëv annunciò di aver ordinato la rimozione dei missili sovietici da Cuba.

Soddisfatto dalla rimozione dei missili sovietici, il Presidente Kennedy ordinò la fine della quarantena su Cuba il 20 novembre.

La crisi per i sovietici fu una vittoria tattica, ma una sconfitta strategica. Vennero visti indietreggiare e il tentativo di ottenere la parità strategica fallì, per la rabbia dei comandanti militari sovietici. La caduta dal potere di Chruščëv, pochi anni più tardi, può essere parzialmente collegata all’imbarazzo del Politburo, dovuto sia al passo indietro compiuto da Chruščëv davanti agli americani, sia anche alla sua decisione di installare i missili a Cuba in primo luogo.

Anche i comandanti militari statunitensi non furono contenti del risultato. Curtis LeMay disse al presidente che fu “la più grande sconfitta della nostra storia” e che avrebbero dovuto invadere Cuba quello stesso giorno. Alcuni dei sostenitori della tesi secondo cui il presidente Kennedy, assassinato a Dallas nel novembre dell’anno successivo, fu vittima di un complotto sostengono, pur in assenza di prove in tal senso, che il contrasto con i vertici militari emerso in occasione della crisi dei missili e proseguito in occasione della gestione della guerra del Vietnam da poco incominciata, ne fu una delle cause, e che in un certo senso l’assassinio di Kennedy fu un colpo di Stato mascherato.

Decenni dopo si apprese che Cuba aveva missili nucleari tattici disponibili, anche se il generale Anatolij Gribkov, parte dello staff sovietico responsabile dell’operazione, dichiarò che al locale comandante sovietico, generale Issa Pliyev, era proibito usarli anche se gli USA avessero messo in piedi una invasione su larga scala di Cuba.

IN QUESTA CRISI UN RUOLO IMPORTANTE LO GIOCARONO L’ITALIA ED IL VATICANO.

EVIDENTISSIMA l’importanza della crisi di Cuba sulle dinamiche politiche interne dell’Italia dei primi anni Sessanta. Le vicende dell’autunno 1962 andavano, infatti, a coincidere con un momento di profondo cambiamento del panorama politico italiano, culminato nella formazione del quarto gabinetto di Amintore Fanfani, esecutivo che aprì ai socialisti rompendo la precedente tradizione legata al “centrismo”, elemento dominante sin dalla fine degli anni Quaranta. Il coinvolgimento italiano nella crisi cubana derivava dalla presenza nella penisola di missili Jupiter, dislocati fra Puglia e Basilicata fin dal 1960. Essi, puntati verso est su richiesta della Casa Bianca, furono, insieme ai missili collocati in territorio turco, al centro del braccio di ferro ingaggiato da Kennedy e Chruščëv nell’ottobre 1962. La presenza dei missili all’interno del paese fece si che «il caso italiano fosse […] sempre presente [nelle trattative fra sovietici e statunitensi], direttamente o indirettamente, sin da quando venne ricercata e trovata la via di un compromesso pacifico»1. Soluzione alla crisi che sarà raggiunta anche grazie all’intenso lavoro diplomatico intrapreso dal governo di Roma e in particolare da Fanfani, che si attiverà a più riprese per convincere Kennedy a rinunciare allo scontro frontale.

In Italia, intanto, le elezioni del maggio 1958 erano state vinte dalla Democrazia cristiana con il 42,4% dei voti. Tale esito elettorale rese possibile la formazione di un esecutivo moderato (costituito dal partito cattolico insieme ai socialdemocratici e con l’appoggio esterno dei repubblicani) guidato da Amintore Fanfani, il quale ambiva a realizzare, oltre a una serie di riforme sociali e economiche, anche una politica estera “neo-atlantica”, in conformità della quale l’Italia avrebbe dovuto svolgere un ruolo più attivo ed autonomo nelle relazioni internazionali. Uno dei principali obiettivi del nuovo corso di Fanfani era aumentare l’influenza diplomatica di Roma nel Medio Oriente, attribuendole un ruolo di mediazione nei rapporti fra quest’area e gli Stati Uniti, come del resto la crisi di Suez aveva fatto sperare con la disfatta di Francia e Gran Bretagna. Per muoversi in tale direzione, tuttavia, era necessario innanzitutto rafforzare i rapporti con l’alleato principale e quindi manifestare a Washington una fedeltà politica e un appoggio diplomatico indiscussi

Se si accetta questa interpretazione, sembra plausibile ipotizzare che la disponibilità a ospitare i missili Jupiter con testate atomiche, non fosse quindi per l’Italia una scelta sostenuta semplicemente da motivi di sicurezza collettiva, ma bensì il risultato dell’applicazione di una politica che rispondeva soprattutto a una logica di tipo nazionale. Nell’accettare la proposta statunitense per il dispiegamento di quelle armi, l’Italia si metteva in una condizione di assoluto prestigio anche perché, essendo divenuta di conseguenza un bersaglio per eventuali attacchi sovietici, avrebbe potuto avere dalla Nato una più cospicua assistenza militare, senza così doversi sobbarcare un aumento delle spese riguardanti le armi convenzionali. Ciò si sposava perfettamente con la volontà statunitense di trovare alleati disponibili all’attuazione del programma.

Un altro punto da mettere a fuoco, per meglio comprendere il senso della decisione italiana, sono le caratteristiche del tipo di arma in discussione, che la rendeva di per sé poco interessante agli occhi degli alleati: i missili Jupiter erano in posizione fissa, facilmente individuabili e difficili da nascondere al nemico. La nazione destinata a ospitarli assumeva perciò il rischio di divenire il primo e immediato obiettivo di un attacco, al quale forse non avrebbe potuto rispondere in tempo utile. In sostanza si trattava di armi che «avevano […] un valore politico molto più alto di quello militare. Esse costituivano il simbolo di una reazione immediata a un eventuale attacco dei sovietici, della costante presenza di Washington a difesa degli europei, del prestigio che conferivano al paese che le deteneva»

Gli accordi fra i due governi furono conclusi attraverso uno scambio di note che, differentemente da un vero e proprio trattato, avrebbe permesso di aggirare le eventuali difficoltà politiche che la sinistra avrebbe potuto frapporre in Parlamento al momento della ratifica Fu la necessità di evitare questa possibile reazione negativa a convincere Fanfani a procedere con la dovuta cautela, invitando gli Stati Uniti a condurre a termine la missione con il massimo riserbo, facendola apparire, non come un incremento dell’arsenale atomico già presente in Italia, ma come un’attività militare di normale attuazione.

Durante i negoziati, che si svolsero fra l’estate del 1958 e il marzo del 1959, il governo di Washington ebbe qualche esitazione a concedere a quello italiano margini decisionali sull’uso delle armi in questione. Preoccupazione americana era quella di evitare equivoci che avrebbero potuto consentire un’interpretazione allargata degli accordi anche riguardo l’utilizzo degli altri armamenti nucleari statunitensi, già presenti nel territorio italiano, ma sotto l’assoluta responsabilità della Casa Bianca. Come messo in luce da Leopoldo Nuti,

il dipartimento di Stato suggeriva di evitare che nelle proposte presentate formalmente agli italiani ci fosse qualche riferimento, da parte americana, alla formula sull’uso congiunto dei missili: una clausola del genere, infatti, poteva pregiudicare eventuali intese su altre armi nucleari che in quel momento si trovavano in Italia e che erano controllate dagli Stati Uniti; inoltre sarebbe stato desiderabile mantenere il più a lungo possibile il pieno controllo de facto degli Stati Uniti e del Saceur in merito all’impiego degli Irbm.

Il problema venne comunque sollevato da parte italiana e si risolse con l’adozione di una formula di compromesso che prevedeva la possibilità di un uso congiunto dei missili, previo ordine del Saceur e in base agli impegni reciproci assunti. Per quanto concerneva invece il lancio vero e proprio, esso sarebbe stato effettuato da una squadra costituita da tecnici italiani comandati dal loro ufficiale, «il quale avrebbe tenuto sempre appesa al collo, per motivi di sicurezza e prontezza, la chiave che avrebbe permesso l’avvio del conto alla rovescia. Un’altra chiave sarebbe stata tenuta da un ufficiale americano e sarebbe servita invece per effettuare l’ultimo passaggio del count down». Le testate nucleari, di cui tutti i missili erano forniti, sarebbero dovute rimanere in ogni caso sotto la custodia delle autorità statunitensi, collocate a parte e non montate stabilmente sui vettori. Il punto centrale degli accordi restava però per gli italiani la questione economica, poiché il governo precisò immediatamente che il proprio sostegno allo schieramento dei Jupiter non corrispondeva a un’analoga disponibilità ad assumersi l’intero costo dell’operazione. Roma chiese perciò che una quota degli investimenti fosse sostenuta da Washington e così avvenne, poiché le spese intraprese da parte italiana si limitarono sostanzialmente alla fornitura dei terreni e alla copertura dei costi per la realizzazione delle strutture. Il generale Lauris Norstad, comandante supremo delle forze Nato in Europa, in seguito a numerose consultazioni con i militari italiani, decise che il sito strategicamente migliore su cui collocare le rampe missilistiche fosse il sud della penisola, in particolare le zone della Puglia e della Basilicata. Fra queste due regioni vennero individuate dieci località, a bassa densità abitativa e abbastanza lontane dai centri più popolosi, nelle quali sarebbero sorte le postazioni di lancio, ognuna ospitante tre missili.

Le basi rimasero attive per tre anni, dal gennaio 1960 all’aprile 1963, quando vennero smantellate in seguito agli accordi intervenuti fra Stati Uniti ed Unione Sovietica dopo la crisi di Cuba. Il ritiro dei Jupiter italiani fu una conseguenza diretta dell’intesa informale fra Kennedy e Chruščëv, in base alla quale Mosca avrebbe rinunciato alle sue basi missilistiche sul territorio caraibico in cambio della rimozione dei vettori nucleari collocati in Turchia (le rampe turche, infatti, più vicine di quelle italiane al territorio sovietico, costituivano per il Cremlino una minaccia particolarmente concreta). I missili italiani vennero in seguito sostituiti, tra la primavera e l’estate del 1963, con sistemi più moderni ed efficaci installati su sommergibili, i cosiddetti missili Polaris. Essi, collocati su basi mobili e forniti di propellente solido, divenivano un obiettivo molto più difficile da colpire e quindi anche più sicuro. Inoltre, a differenza dei Jupiter, i Polaris non erano soggetti al controllo congiunto dei due governi, ma erano posti esclusivamente sotto la custodia degli Stati Uniti. Il presidente Kennedy, infatti, aveva gradualmente mutato la strategia nucleare di Washington, fino ad attuare una politica molto diversa da quella voluta dal suo predecessore Eisenhower: fra gli scopi della nuova teoria della flexible response, vi era anche quello di tenere maggiormente sotto controllo l’arsenale atomico in Europa, cercando di incoraggiare gli alleati a partecipare sempre più attivamente alle spese convenzionali per la propria difesa. Ciò provocò una certa apprensione fra i governi europei che iniziarono a temere che la Casa Bianca cominciasse a propendere per un disimpegno nella difesa del continente, soprattutto per quanto potesse concernere l’aspetto specificamente finanziario. In realtà, dal punto di vista di Kennedy, l’opzione di Eisenhower, secondo il quale era auspicabile che anche la Germania federale potesse avere accesso all’arsenale nucleare dell’Alleanza (sviluppando così un potenziale che facesse da contrappeso alla potenza sovietica in Europa), permettendo agli statunitensi di ridurre il loro impegno nella difesa europea, era assolutamente irrealizzabile. Il nuovo presidente propendeva per il mantenimento dello status quo, aumentando il controllo degli Stati Uniti sulle armi atomiche collocate nei territori degli alleati europei, e mirando a raggiungere un dialogo sempre più efficace con i sovietici.

Ad ogni modo, durante la crisi di Cuba, le perplessità italiane circa il ricorso di Washington alla quarantena e il costante riferimento alle Nazioni Unite quale foro competente per il negoziato si conciliavano, di fatto, con le manovre politiche interne. Tuttavia è necessario sottolineare come esse rispondessero altresì ad alcuni basilari obiettivi di politica estera, svincolati dalle considerazioni relative alle alleanze domestiche. L’Italia fu, infatti, costantemente una tenace sostenitrice del ruolo dell’Onu per attutire la tensione est-ovest e per gestire le crisi bipolari.

Se dal punto di vista interno la crisi di Cuba rappresentò in Italia un momento di coesione tra le forze che promuovevano il centro-sinistra e di dissenso con i gruppi che, sia a destra che a sinistra, vi si opponevano, dal punto di vista delle relazioni internazionali costituì un momento di non minore importanza. Gli Stati Uniti, infatti, dopo lunghi mesi di progressivo avvicinamento e maturazione di una disposizione favorevole, si decisero ad appoggiare più apertamente l’esperimento dell’apertura ai socialisti, constatando che la coalizione che si veniva a formare in Italia aveva dimostrato di reggere alla prova dell’atlantismo ed aveva assicurato il totale sostegno alle decisioni della Casa Bianca. Testimonianza di ciò risiede nel fatto che quando Fanfani, nel gennaio 1963, si recò negli Stati Uniti, fu accolto a Washington con grande cordialità, per una visita durante la quale «furono verosimilmente discusse sia le questioni riguardanti lo smantellamento dei Jupiter sia le scelte politiche che avrebbero successivamente governato l’Italia»

Importantissima anche la voce del Vaticano con Papa Giovanni XXIII che il 25 ottobre 1962, alla Radio Vaticana, rivolse «a tutti gli uomini di buona volontà» un messaggio in lingua francese, che era stato già inviato agli ambasciatori degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica: «Alla Chiesa sta a cuore più d’ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni» e proseguiva:  «A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell’umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze». «Continuino a trattare» – esortava Papa Roncalli- «Sì, questa disposizione leale e aperta ha grande valore di testimonianza per la coscienza di ciascuno e in faccia alla storiaPromuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra».

Questo messaggio  convinse il leader sovietico Nikita Kruscev a far invertire la rotta alle navi. In data 15 dicembre 1962, infatti, pervenne al Papa un biglietto di ringraziamento da parte di Kruscev che recitava: «In occasione delle sante feste di Natale La prego di accettare gli auguri e le congratulazioni… per la sua costante lotta per la pace e la felicità e il benessere».




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