JAN PALACH PATRIOTA CECOSLOVACCO

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JAN PALACH – Il 19 gennaio 1969, muore lo studente Jan Palach, simbolo della Primavera di Praga. Tre giorni prima il giovane si diede fuoco in piazza San Venceslao.
Nella Repubblica Socialista Cecoslovacca – nota come CSSR, nata de facto nel 1948, dopo la Seconda Guerra Mondiale e de jure nel 1960, con la federazione tra Repubblica Socialista Ceca e Repubblica Socialista Slovacca – Piazza San Venceslao è stata essenziale teatro delle proteste del 1968, nate ai primi di gennaio di quell’anno in seguito ad un moto di ribellione studentesco (niente a che vedere con i capricci più o meno legittimi dei figli di papà parigini che in maggio avrebbero devastato la Ville Lumière).


Sostituito il fedele burocrate comunista Antonín Novotný ai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco (succursale del PCUS nelle terre boeme), il riformista Alexander Dubček – che voleva instaurare un «Socialismo dal volto umano», anche se già allora la Storia aveva attestato la brutalità e l’infattibilità di questo progetto – tentò una più profonda destalinizzazione del Paese: maggiori diritti ai cittadini, più democrazia a tutti i livelli della società, più decentramento della Pubblica Amministrazione.
Il progetto di maggiore libertà – che comunque non eliminava l’enorme peso del PCC dalla vita dei cecoslovacchi – non fu apprezzato a Mosca e dai membri del Patto di Varsavia, allineati come soldatini verso l’URSS, all’epoca Mecca del terrore per il mondo occidentale.
Manifestazioni in tutto il paese – anche a Piazza San Venceslao – diedero vita alla famosa Primavera di Praga, repressa nel sangue – una delle brutali specialità del regime sovietico – nell’agosto del ‘68 (quando Gustáv Husák, succeduto a Dubček, aveva già avviato la cosiddetta Normalizzazione da quattro mesi) dai carri armati comunisti e da circa mezzo milione di soldati.
In tutto questo però c’è qualcuno che non ci stette: serviva ben altro per piegare la volontà del singolo, dell’individuo, dell’unico.
La carneficina in Ungheria di dodici anni prima (acclamata in gran parte a squarciagola anche da molti membri dei partiti comunisti dei paesi dell’Occidente, Partito Comunista Italiano in testa) avrebbe visto la sua “continuazione” nella capitale cecoslovacca, ma questa volta qualcosa sarebbe stato diverso. E qui nasce la storia di Jan Palach!


Di confessione protestante, era iscritto alla Facoltà di filosofia dell’Università Carlo IV di Praga, assistette con interesse alla stagione riformista del suo paese, chiamata Primavera di Praga. Nel giro di pochi mesi, però, quest’esperienza fu repressa militarmente dalle truppe dell’Unione Sovietica e degli altri paesi che aderivano al Patto di Varsavia
Palach e alcuni suoi amici decisero di manifestare il loro dissenso attraverso una scelta estrema: immolare le proprie vite suicidandosi. Erano cinque e Palach fu il primo.
Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969 il giovane si recò in piazza San Venceslao, al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. A soccorrerlo fu un tranviere che spense le fiamme con un cappotto.
Il 20 gennaio si diede fuoco Josef Hlavaty, operaio ventiseienne, morendo cinque giorni dopo. Il 25 febbraio si autoimmolò Jan Zajíc, studente di diciannove anni. Il 4 aprile, in occasione del venerdì santo, fu la volta di Evžen Plocek, operaio trentanovenne.
Ai medici Palach disse d’aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam, tra i quali il caso di Thích Quảng Đức (11 giugno 1963).
Se il caso dei monaci buddisti attirò l’attenzione mondiale, esistono esempi più vicini nel tempo al gesto dei dissidenti céchi che potrebbero averli ispirati: l’8 settembre 1968 Ryszard Siwiec, un impiegato polacco di 59 anni, si cosparse di benzina e s’immolò nello Stadio di Varsavia per protesta contro l’intervento dell’esercito polacco al fianco dei sovietici in Cecoslovacchia.
Il 5 novembre successivo il dissidente ucraino Vasyl Makuch si diede fuoco in una strada del centro di Kiev contestando la repressione sovietica nel suo Paese e in Cecoslovacchia[
Jan Palach morì dopo tre giorni di agonia, il 19 gennaio 1969 alle ore 15,30, in ospedale in seguito alle complicazioni dovute alle ustioni riportate. Jaroslava Moserová, medico chirurgo plastico che lo operò, disse: “sapeva che stava per morire, e voleva che la gente capisse il motivo del suo gesto: scuotere le coscienze e mettere fine alla loro arrendevolezza verso un regime insopportabile“.
Al suo funerale, tenutosi il 25 gennaio, parteciparono 600 000 persone, provenienti da tutto il Paese.
Il feretro viene esposto nel cortile dell’Università Carolina. In tutta la città garriscono le bandiere nere.
Un picchetto d’onore staziona sotto la statua di San Venceslao, i giovani si danno il cambio nel reggere un drappo nero e la bandiera cecoslovacca. Centinaia di candele, copie della sua lettera e lumini ardono ai piedi della statua e nella piazza davanti al museo, nel punto in cui si è dato fuoco Palach.


Le autorità però non consentiranno la sepoltura nel cimitero degli eroi nazionali, inoltre il 22 ottobre 1973 le autorità riescono a spostare la salma dal luogo di sepoltura che dal giorno della tumulazione era divenuta un luogo di pellegrinaggi, con il sepolcro invaso di fiori, biglietti, poesie e foto.
I resti di Palach vengono riesumati, cremati e le ceneri consegnate alla madre, solo nel 1974 viene concessa l’autorizzazione alla sepoltura nel cimitero di Všetaty con le sole iniziali J.P.
Resterà lì fino al 25 ottobre 1990 quando ormai caduto il muro di Berlino si svolgerà la solenne cerimonia di trasferimento delle ceneri al cimitero di Olšany.
Palach decise di non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri e i suoi ideali), che tenne in un sacco a tracolla molto distante dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa, copie della quale furono anche inviate da Palach a Ladislav Zizka, suo compagno di studi, Lubomír Holeček, leader studentesco della Facoltà di lettere e Filosofia e all’Unione degli scrittori cechi
«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa.
Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy.
Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»
Non si è mai saputo se davvero ci fosse un’organizzazione come quella descritta da Palach nella sua lettera ma è probabile.
È certo però che, grazie a questo gesto estremo, Palach venne considerato dagli antisovietici come un eroe e martire; in città e paesi di molte nazioni furono intitolate strade con il suo nome.
Anche il teologo cattolico Zverina lo difese, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita”.
Questo clima portò a drammatiche conseguenze: almeno altri sette studenti, tra cui l’amico Jan Zajíc, seguirono il suo esempio e si tolsero la vita, nel silenzio degli organi d’informazione, controllati dalle forze d’invasione. Palach riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga.
Jan Palach, il 16 gennaio 1969, in Piazza San Venceslao a Praga, scelse di darsi fuoco come estremo atto di protesta contro il fagocitante comunismo sovietico che invadeva la Cecoslovacchia – a suon di carri armati e soldati in assetto da guerra – impedendole di evolvere, di riunire la propria comunità in un socialismo moderno, dal “volto umano”.
La Primavera di Praga veniva fermata militarmente dalla Russia in un bagno di sangue negli anni in cui, come scrive Marcello Veneziani, «i sessantottini incendiavano il mondo pensando a sé stessi, mentre Palach incendiava sé stesso pensando al mondo». J
an Palach si mostra ora in un fumetto originalissimo nel tratto (che qua e là sembra appena abbozzato per poi prendere vigore, forza, materia) e nella sceneggiatura (un crescendo di veri e propri versi – leggeri, privi di retorica – che rapisce, che lascia attoniti, che commuove).
Il ricordo vivo di uno degli ultimi grandi, giovani europei. «Io non sono un suicida» disse Jan, «sono la luce che ha illuminato il buio che è sceso sulla Cecoslovacchia. Anche una piccola torcia, nel buio, può diventare un faro che illumina il mondo. I giovani cecoslovacchi sono disposti a morire per dare luce»




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