Storia – Austria – Linz: i misteri del lager di Gusen

Storia – A pochi chilometri dalla cittadina austriaca di Linz, si estendeva un campo di concentramento segreto dove i nazisti avrebbero svolto esperimenti nucleari.

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Un campo di concentramento segreto, che si estendeva sotto terra, per decine e decine chilometri, nell’oscurità: nei tunnel lavoravano in condizioni disumane decine di migliaia di deportati, senza riuscire mai vedere la luce del sole. E al suo interno i nazisti cercarono di sviluppare armamenti segreti e condussero ricerche nucleari. L’ultimo grande mistero del Terzo Reich si trova nelle viscere dell’Alta Austria, a pochi chilometri dalla cittadina di Linz.

Come emerge da una serie di documenti inediti, ai quali l’Agi ha avuto accesso, la rete di tunnel che si sviluppavano sotto il lager nazista di Gusen – definito dagli stessi deportati “l’inferno degli inferni”, teoricamente un’estensione del campo di Mauthausen – era molto più ampia di quanto le autorità avessero finora ritenuto. O ammesso. Quando gli Alleati liberarono il campo, il 5 maggio 1945, trovarono “montagne di cadaveri” e qualche migliaio di sopravvissuti, “persone che oramai erano solo pelle e ossa”.

Ora le ricerche, che ormai procedono da svariati anni, del regista austriaco Andreas Sulzer e di un team della seconda emittente pubblica tedesca, la Zdf, hanno portato alla scoperta di una serie di carte e testimonianze che modificano la conoscenza finora acquista del lager di Gusen e dei suoi sotterranei: tra queste la relazione del capo dei servizi d’intelligence della Us Air Force, General McDonald, la testimonianza di Walter Chmielewski, figlio di un ex comandante del lager, ulteriori analisi geoelettriche del terreno, nonché documenti del ministero austriaco per la ricostruzione, che parlano di due strutture sotterraneo lunghe “tra i 16 e i 24 chilometri”, al posto degli 8 chilometri “ufficiali” di cui parlano le autorità austriache.

Un gigantesco sistema di tunnel

In realtà, il reticolato di tunnel – praticamente un’immensa fabbrica di guerra sotterranea – era forse ancora più lungo. Le strutture delle gallerie erano molte. Una aveva il nome in codice “Bergkristall” ed è quella già nota, dove venivano assemblati i famigerati caccia a reazione Messerschmitt. L’altra, rivela il film mandato in onda dalla Zdf, si chiamava “Kellerbau”. Analisi fotografiche realizzate nella primavera del 1945 dall’Air Force americana mostrano un sistema di tunnel gigantesco. Robert Zellerman, un esperto di strutture militari nonché ex ispettore Unscom in Iraq, ha analizzato in base alle foto aeree dell’epoca gli scavi compiuti sui terreni di Gusen e stima che l’estensione della rete dei tunnel arrivasse ad almeno 30-40 chilometri.

Non solo. Sono emerse altre fotografie secondo le quali alcune delle strutture sotterranee erano disposte su più piani, come verrebbe confermato, affermano Sulzer e la Zdf, da successive misurazioni geoelettriche. Pure il rapporto tecnico dell’Istituto di studi per l’energia atomica del 1968 parla di “gallerie disposte una sopra l’altra”. Non finisce qui.

Finora si era sempre ritenuto che i detenuti del lager fossero tutti sistemati nelle baracche sopra i tunnel, nei sottocampi chiamati Gusen I, Gusen II e Gusen III. Ma il professor Johannes Preuss, esperto presso l’Università di Mainz, ha condotto ricerche d’archivio dalle quali sono emerse carte dalle quali si deduce che fu pianificata una vasta sistemazione dentro i tunnel, questo anche per proteggere la produzione sotterranea – che evidentemente i vertici del Terzo Reich consideravano di importanza vitale – da eventuali bombardamenti nemici.

Sempre Zellermann afferma che nelle immagini aeree si possono riconoscere condotti d’aria. È d’accordo la geologa Birgit Kuehnast, che – in base ad ulteriori analisi geoelettriche – parla di strutture quadrate “lunghe 130 metri e larghe 150” certamente non di origine naturale. Analisi che coincidono con la testimonianza di Chmielewski, che riferiva di un “campo di concentramento sotterraneo” in cui trovarono spazio almeno 18 mila deportati.

Migliaia di deportati dal destino ignoto

E qui si apre un ulteriore mistero nel mistero, un abisso drammatico che si apre alla lettura delle carte. La presidente del Comitato per il Memoriale di Gusen, Martha Gammer, è rimasta senza parole quando ha trovato presso l’archivio sulle vittime e i sopravvissuti del Terzo Reich di Bad Arolsen dei documenti che mostrano la “scomparsa” di quasi lo stesso numero di detenuti: 18.500. Svaniti nel nulla nell’aprile del 1945, ossia a pochi giorni dalla fine della guerra, stando ad una lista d’inventario della produzione di armi di Gusen: carte nelle quali, aggiunge Gammer, “era presente l’ordine che chi era a conoscenza dei segreti di questo campo non dovesse cadere nelle mani degli Alleati. Dove sono finite tutte queste persone?”.

La verità è che sul numero delle vittime non vi è mai stata chiarezza. Confrontando nel complesso i registri di Mauthausen e Gusen, a pochi giorni della liberazione risultavano circa presenti circa 90 mila detenuti viventi. All’arrivo degli Alleati, i sopravvissuti erano solo 40 mila. Alcune migliaia di detenuti erano stati portati sul Danubio e fucilati, altri 10 mila evacuati. “Ma gli altri dove sono finiti?”, si chiede il documentarista Sulzer, che della verità su Gusen ha fatto una missione di vita.

Il sospetto è che dopo la guerra le tracce di questo lager sottoterra siano state consapevolmente nascoste. “Nonostante le ricerche sempre più intense, non sono state ancora sufficientemente studiate molte parti dei programmi delle Ss per la realizzazione di armi segrete”, afferma lo storico Matthias Uhl, interpellato da Sulzer e dalla Zdf, “E questo soprattutto a causa del fatto che alcuni atti cruciali furono distrutti alla fine della guerra oppure risultano ancora top secret”. Perché?

“Una cosa è chiara”, afferma lo storico Stefan Karner, dell’Universita’ di Graz. “La storia di Gusen e del suo enorme complesso grazie ai nuovi indizi e alla scoperta di documenti in Austria, negli Usa e in Germania deve essere riscritta da capo”. Probabile che la risposta a queste domande stia nelle ricerche nucleari quasi certamente realizzate in questa immensa rete sotterranea, come testimoniato per esempio dalle spedizioni ferroviarie di materiale scientifico indirizzato direttamente al generale delle Ss Hans Kammler, l’architetto delle camere a gas dei lager nazisti, il responsabile delle “armi segrete” del Terzo Reich. Ebbene, il suo ultimo quartier generale si trovava qui, presso l’inferno sotterraneo di Gusen.

Dunque riassumendo: sono numerose le testimonianze secondo le quali vi era l’ordine di portare i detenuti nei tunnel e di sterminarli lì, prima che arrivassero gli alleati. Perché? Il sospetto è che qui, nei tunnel di Gusen, i nazisti conducessero vere e proprie ricerche nucleari. È un’ipotesi su cui molto si è dibattuto, sostenuta anche dallo storico tedesco Rainer Karlsch: in queste gallerie nel 2013 furono rilevati valori radioattivi “26 volte superiori alla norma, compatibili – come all’epoca disse il geologo Franz-Josef Maringer – con l’ipotesi che qui i nazisti avessero compiuto ricerche nucleari su vasta scala”. Sulzer, dal canto suo, ne è convinto: “È come minimo ragionevole pensare che qui siano stati mandati a morire coloro che sapevano”. Quelli che sapevano cosa? Che in queste gallerie erano in corso i progetti nucleari con i quali il nazismo in rotta sperava di capovolgere i destini della guerra. Progetti dei quali gli alleati in arrivo non dovevano assolutamente venire a conoscenza.

Oltre all’Università di Vienna e all’Università di Innsbruck, anche la Comunità ebraica austriaca e la Diocesi di Linz hanno deciso di partecipare alla ricerca della verità sul ritrovamento di Lungitz. “Dobbiamo almeno assicurare alle vittime una sepoltura dignitosa, dopo così tanti anni”, ha detto da parte sua la sottosegretaria austriaca agli Interni Karoline Edtstadler. I nomi di quei deportati, quelli probabilmente non li conosceremo mai. Molti a Vienna e a Linz continuano a sostenere che tutto sia già stato scritto sul destino dei morti di Gusen. Ma le ceneri di Lungitz raccontano un’altra storia.

Fonte : AGI




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