Don Milani: il ricordo

Don Milani – A causa di una grave malattia, il morbo di Hodgkin, di cui soffre da anni, Don Lorenzo Milani, si spegne, a soli 44 anni. Era il 26 giugno del 1967.

Così come aveva chiesto, viene seppellito nel piccolo cimitero di Barbiana con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna. Le ultime parole del suo testamento sono ancora una volta per i suoi ragazzi:

Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.

La firma di questa ultima lettera solo il suo nome: Lorenzo.

Don Lorenzo, lascia, attraverso le opere sue e dei suoi collaboratori, testimonianza viva di una eccezionale esperienza umana, religiosa, educativa.

Ma rivisitiamone le sue preziose gesta.

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, questo il suo nome completo, nasce a Firenze il 27 maggio 1923. È il secondo dei tre figli di Albano Milani e Alice Weiss, (madre di origine ebrea). Lorenzo, fa parte di una laica e raffinata, ricca e colta famiglia fiorentina di scienziati e cattedratici; conosce bene il valore della cultura ed ha una passione: la pittura.

Ragazzo vivace e intelligente, Lorenzo Milani frequentò con scarso profitto il Liceo Ginnasio Giovanni Berchet di Milano, diplomandosi nel maggio del 1941. Appena diplomato, rifiutò di iscriversi all’università – cosa che i genitori avrebbero desiderato – e manifestò l’intenzione di dedicarsi all’attività di pittore.

A fine maggio 1941 iniziò a frequentare lo studio del pittore tedesco Hans-Joachim Staude a Firenze. Staude si rivelerà figura fondamentale non solo per la crescita artistica di Lorenzo, ma anche per il suo cammino verso la conversione. Secondo una fra i suoi biografi, Neera Fallaci, le regole artistiche apprese dal maestro – in un soggetto cercare sempre l’essenziale, vedere sempre i dettagli come parte di un tutto – saranno da Lorenzo applicate alla vita, così come più tardi dirà lui stesso al suo maestro.

Dunque, dopo la maturità classica, mentre sta affrescando una cappella sconsacrata, Lorenzo scopre la sua vocazione. Si converte così al cattolicesimo. Nel 1943 entra in seminario, la famiglia non approva la sua scelta religiosa infatti, alla cerimonia della tonsura, l’atto d’ingresso alla vita ecclesiastica, nessuno dei parenti sarà presente il 13 luglio 1947 viene ordinato sacerdote.

Nell’ottobre 1947 viene nominato cappellano nella parrocchia di S. Donato a Calenzano, alle porte di Firenze. Si trova ad operare, insieme al vecchio parroco Daniele Pugi, in una realtà rurale arretratissima: i suoi parrocchiani sono braccianti, pastori ed operai, perlopiù analfabeti.
Don Milani si convince che sia dovere della Chiesa occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli.

Maestro, dunque, prima ancora che prete: è l’intuizione di Don Milani. È qui che fonda la scuola popolare e che inizia il suo impegno: dare alla gente, di cui è spiritualmente responsabile, il massimo possibile di acculturazione nel senso di conoscenza, ma soprattutto di capacità critica. Don Milani decide di partire dalla lettura dei giornali in classe, analizzando i temi dell’attualità e soffermandosi a lungo sui termini difficili.
Egli è convinto che solo la cultura possa aiutare i contadini a superare la loro rassegnazione e che l’uso della parola equivalga a ricchezza e libertà. A S. Donato il sacerdote costruisce una comunità, dove ogni regola gerarchica viene sconvolta.

È un uomo scomodo, esigente, provocatore e, per questo suo carattere, viene isolato e nominato priore di Barbiana, un piccolo paesino sui monti del Mugello: 124 abitanti in tutto, una chiesa, una canonica, un cimitero e una manciata di case sparse sui monti. Un angolo sperduto molto lontano dall’Italia del boom economico.

Appena arrivato Don Milani fa un gesto simbolico: costruisce dal nulla e nel nulla la sua scuola popolare per giovani operai e contadini acquista un posto nel piccolo cimitero di montagna. È proprio a Barbiana che Don Milani fa la sua esperienza più forte: , per vari motivi emarginati dalla istituzione scolastica ufficiale. Si preoccupa di aiutarli a liberare la loro dignità e la loro cultura attraverso la parola per essere meglio in grado di affrontare le difficoltà della vita.

Per convincere i genitori a mandarvi i propri figli, il parroco utilizza ogni mezzo, persino lo sciopero della fame. Quella di Barbiana è una scuola all’avanguardia; si studiano le lingua straniere: l’inglese, il francese, il tedesco e persino l’arabo. Si organizzano viaggi di studio e lavoro all’estero. Egli spesso tiene lezioni di recitazione per far superare le timidezze dei più introversi e costruisce una piccola piscina per aiutare i montanari ad affrontare la paura dell’acqua.

Nella scuola di Don Milani si studia dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno. L’insegnamento religioso non ha nulla di ortodosso; si legge il Vangelo, ma senza mai il tentativo di indottrinare i ragazzi.

Nel 1963 arriva nella scuola una giovane professoressa, Adele Corradi, incuriosita dai metodi del parroco di Barbiana. Don Milani la invita a rimanere ad insegnare nella scuola e la professoressa accetta.

Il motto della scuola di Don Milani è: I care, ovvero mi riguarda, mi sta a cuore, mi prendo cura. Alle pareti è appeso un mosaico fatto dai ragazzi della scuola; raffigura un ragazzo con l’aureola intento a leggere un libro.

È il nuovo santo di Barbiana, il santo scolaro.
L’esperienza della scuola di Barbiana attira sull’Appennino toscano insegnanti italiani e stranieri, gente della cultura e personalità della politica.

Nel 1967 Don Lorenzo Milani scuote la Chiesa e tutta la società italiana con un altro libro: “Lettera a una professoressa”, scritto insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana.

Il libro denuncia l’arretratezza e la disuguaglianza presenti nella scuola italiana che, scoraggiando i più deboli e spingendo avanti i più forti, sembra essere ispirata da un principio classista e non di solidarietà; un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico.

È scritto in un italiano semplice; la prima stesura viene fatta leggere da un contadino che sottolinea le parole che non capisce affinché l’autore possa apportare al testo tutte le modifiche necessarie e renderlo accessibile a tutti.

Il libro, però, riceve un’accoglienza fredda. Un’unica eccezione illustre: Pier Paolo Pasolini. Soltanto dopo la morte del priore il libro diventa un caso letterario, diventando uno dei testi sacri del ’68 italiano. “Lettera a una professoressa” diviene così simbolo di cambiamento per una scuola veramente per tutti.

Don Lorenzo Milani insieme ad uno dei suoi alunni

Don Lorenzo Milani insieme ad uno dei suoi alunni

Della missione sacerdotale di don Milani, papa Francesco ha così delineato l’impegno educativo:

«La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che talvolta veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come un “ospedale da campo” per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati.
«Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.»

Per i suoi scritti (ad esempio L’obbedienza non è più una virtù), e per affermazioni come «Io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi» venne incluso nel novero dei cosiddetti cattocomunisti, definizione spesso denigratoria, attribuita allora a un prete scomodo, che al contrario si era sempre opposto con i suoi scritti e con le sue parole a qualsiasi tipo di dittatura e di totalitarismo, incluse le derive comuniste più note come ne fa testimonianza la Lettera a Pipetta:

«Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso.»

In seguito alla pubblicazione di un documento in cui i cappellani militari della Toscana dichiarano di considerare “un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”, Lorenzo Milani diffonde un suo scritto in difesa dell’obiezione di coscienza alle Forze Armate (pubblicato dal settimanale Rinascita il 6 marzo 1965). Denunciato da “un gruppo di ex combattenti” viene processato per apologia di reato e assolto in primo grado il 15 febbraio 1966. Muore prima della sentenza di appello del 28 ottobre 1967 che dichiara il reato estinto per morte del reo.

Oltre a Esperienze pastorali, che fu ritirato pochi mesi dopo la pubblicazione, scrisse nel campo dell’educazione i testi frutto dell’esperienza di Barbiana: L’obbedienza non è più una virtù (a cura di Carlo Galeotti, contiene documenti sul processo a Don Milani, 1965) e Lettera a una professoressa (1967), che sono stati scritti collettivamente insieme a tutti i ragazzi che frequentavano la scuola seguendo il “metodo” di don Milani:

«Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto… Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo…si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi… Qualche paragrafo sparisce, qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema…Comincia la gara a chi scopre parole da legare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola…Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.»
(Lettera a una professoressa, 1967)

Le carte originali di Don Milani sono custodite presso la Fondazione Giovanni XXIII (già Istituto per le scienze religiose) di Bologna, presso la Fondazione don Lorenzo Milani di Firenze e presso l’istituzione culturale “Centro documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana”, a Vicchio.

Don Lorenzo Milani è un convertito che custodisce  nel cuore, fino all’ultimo istante della sua vita,  il fuoco della prima folgorazione. Una frase della Bibbia per cogliere la sua esperienza di fede, potrebbe essere il versetto della II ai Corinzi dell’apostolo Paolo:…”da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. (2 Cor. 8,9)  Don Lorenzo era cresciuto in una famiglia che rappresentava la cultura di Firenze al più alto livello. E’ questo mondo, questa cultura elitaria che lui lascia. Certe pagine hanno certamente valore autobiografico: “ Povero Pierino, mi fai quasi compassione. Il privilegio l’hai pagato caro. Deformato dalla specializzazione, dai libri, dal contatto con gente tutta eguale. Perché non vieni via? Lascia l’università, le cariche, i partiti. Mettiti subito a insegnare. La lingua solo e nient’altro. Fai strada ai poveri senza farti strada. Smetti di leggere, sparisci. E’ l’ultima missione della tua classe”.Sarebbe un errore pensare che la sua contestazione  alla Chiesa sia fatta in nome di una certa modernità. Don Lorenzo sembra non conoscere crisi di vocazione. E’ sicuro della sua consacrazione totale al Signore e del suo celibato. Scrive: “Neanche un attimo della mia vita da che son cristiano (venti anni) l’ho perso a desiderare una famiglia mia con cui sfogare il dispiacere dell’apostolato, o del cozzare degli ideali contro il muro della realtà”.

C’era in don Lorenzo un’attenzione rigorosa alla Parola di Dio. L’uso del Nuovo Testamento nell’edizione critica curata dal Merk con il Lexicon greco dello Zorell erano i libri che teneva sul banco durante la lezione del professore di Sacra Scrittura al Seminario Fiorentino, come segno di contestazione verso un insegnamento da lui considerato giustamente molto approssimativo e insufficiente. Ai suoi figlioli in regalo di nozze ha sempre dato la sinossi del P. Lagrange. E anche a Barbiana la scuola aveva alla fine questo scopo: rendere possibile l’ascolto della Parola. Scrive in Esperienze pastorali::«È tanto difficile che uno cerchi Dio se non ha sete di conoscere. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete e passione umana, per portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto. Saranno simili a noi, potranno vibrare di tutto ciò che fa noi vibrare. Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che quel che si ha. Ma quando si ha, il dare viene da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini la gente su un livello d’uomo cioè a dir poco un livello di Parola e non di gioco» Il cardinale Martini commenta questo brano dicendo: «Don Milani scrive Parola con la P maiuscola e in corsi­vo. In tal modo egli intendeva porre l’accento sulla necessità che il credente ha di rivolgere una Parola che impegni ed arricchisca, non una parola qualsiasi che non impegna chi la dice e non serve a chi l’ascolta, non una parola come riempitivo del tempo». E poi precisa che quando si hanno idee chiare, «di dignità è rivestita persino la parola che spiega un po’ di aritmetica».

             Ma in don Milani c’è anche una forte dimensione etica: il Gesù di don Lorenzo è in opposizione radicale a tutti i falsi valori del mondo. Scrive a don Ezio Palumbo: …pian piano andrai costruendo quell’immagine di prete più vera e degna di te… Chi è in basso deve vederti in alto…”Ponete in alto i vostri cuori e fate che sia come fiaccola che arda… Su questo punto non bisogna avere pietà, di nessuno. La mira altissima, addirittura disumana (perfetti come il Padre!) e la pietà, la mansuetudine, i compromessi paterni, la tolleranza illimitata solo per chi è caduto e se ne rende conto e chiede perdono e  vuole riprovare da capo a porre la mira altissima… Ecco dunque l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso ma chi mira basso… La gente viene a Dio solo se Dio ce la chiama. E se invece che Dio la chiama il prete (cioè l’uomo, il simpatico, il ping pong) allora la gente viene all’uomo e non a Dio”[4] . Qui si colloca la contestazione di don Lorenzo nei confronti di una pastorale che ha puntato sui mezzi, sulle tecniche col fine preciso di occupare un posto secondo i criteri del mondo. C’è stata una assimilazione al mondo.

3-  Possedere la parola. E’ la lingua che fa eguali.

La lingua, il possesso della lingua è un elemento fondamentale per arrivare all’eguaglianza degli uomini.

            Perché  è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli. (L.P. pag.96)

La cultura vera, quella che ancora non ha posseduta nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola.” (L. P. 105)

Guido Crainz in Autobiografia di una repubblica scrive che la Lettera ad una professoressa è il più importante testo di culto della contestazione studentesca del 1968. Certo è difficile trovare operazioni culturali così rigorose e incisive come quella di Barbiana che fa della lingua e del suo possesso l’elemento fondamentale dell’uguaglianza umana.

Non si tratta solo di denunciare la dispersione scolastica di cui è colpevole un processo educativo che prescinde da quelle che sono le condizioni di partenza degli alunni. La tesi di Barbiana è molto più profonda: è guidata da due convinzioni di fondo: la forza della parola e la fiducia nell’uomo, di ogni uomo che ha in sé ricchezze infinite e deve esser messo in condizione di esprimerle. La parola alla quale fa riferimento la Lettera ad una professoressa  è  prima di tutto quella che Dio stesso ha pronunciato nel cuore dell’uomo, di ogni uomo,  e che non può esser ridotta al silenzio. Non valorizzare al meglio il fattore umano è spreco della  risorsa più importante.

A Barbiana è anche  esaltata  la conoscenza delle lingue straniere come estensione evidente della conoscenza della parola.  Si approfittava di ogni occasione per confrontarsi con persone di madrelingua ed era cercata in ogni modo l’opportunità di andare all’estero non solo per imparare le lingue ma per conoscere ed avvicinare una cultura diversa.

Si può obbiettare che certe espressioni della scuola di Barbiana, pur  importanti e sorprendenti,  risalgono agli anni ’60, ma il mutamento che è  intervenuto con la diffusione dei media, dei social network e con la omologazione della lingua ha solo in apparenza ridimensionato il problema.  Già oggi emerge il problema del divario digitale cioè la distinzione fra quella parte di mondo che conosce ed è in grado di utilizzare  gli strumenti della comunicazione ed elaborazione informatica e quella parte di umanità che alla rivoluzione digitale non è in grado di accedere. Per questo il richiamo al riscatto degli ultimi come diritto affermato dalla Costituzione a  tutela e promozione di una dignità umana altrimenti negata,  è divenuto, con il processo di globalizzazione e la competizione fra territori, un elemento essenziale per un paese che se non riesce a valorizzare al massimo il proprio fattore umano incorre nello spreco della risorsa più preziosa e  rischia di farne pagare il prezzo alle generazioni successive.

4. Bisogna che ognuno si senta l’unico responsabile di tutto.

 La vera cultura non è solo possedere la parola, esser messi in condizione di potersi esprimere, di poter mettere a disposizione di tutti quello che noi abbiamo ricevuto: è anche  appartenere alla massa ed essere consapevoli di questa appartenenza. E appartenenza significa anche farsi carico di tutti. Scrive don Lorenzo in una lettera a Francuccio: “La cultura è una cosa meravigliosa come il mangiare ma chi mangia da solo è una bestia, bisogna mangiare insieme alle persone che amiamo e così bisogna coltivarsi insieme alle persone che amiamo.”[5] Quindi mai una cultura elitaria: nella scuola di Barbiana tutti vanno a scuola e tutti fanno scuola: educazione partecipata a tutti e partecipata da tutti. Già la vita di relazione è luogo educativo fondamentale. Ma essa deve diventare partecipazione attiva alla vita di tutti: nella scuola, nella vita pubblica, nella politica, nel sindacato. L’ I care è  il motto di Barbiana.  La risposta polemica ai cappellani militari della regione toscana sull’obbiezione di coscienza e la successiva lettera ai giudici in occasione del processo intentato contro di lui ( e contro P. Balducci) per apologia di reato sono due parti di un unico messaggio che va sotto il titolo: L’obbedienza non è più una virtù.: “…I nostri nomi – scrive P. Balducci sul suo diario al 26 giugno 1967, quello stesso della data di morte di don Milani – erano intrecciati nel­l’esecrazione o nel plauso, imputati ambedue per l’apologia dell’obiezione di coscienza. Era toccato a lui condurre la causa comune fino ai vertici della lucidità e della passione morale, con la Lettera ai giudici, straordinario capolavoro di realismo cristiano”.  E Clara Urquhart, da Londra, in data 22 luglio 1966,  a nome di Eric Fromm gli scrive: Eric Fromm mi ha letto, in tedesco, la vostra lettera ai giudici. Eravamo ambedue profondamente scossi e lui la paragonava all’apologia pro vita sua di Socrate…” Certamente il testo per il quale don Lorenzo fu condannato nel secondo grado di processo, quando egli era già morto, è un documento di grande tensione morale: fortissima l’affermazione del primato della coscienza individuale. Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”. Questa dunque è la risorsa unica che rimane all’uomo per affermare la sua dignità e per sottrarsi all’egemonia di poteri sempre più subdoli e invasivi. Quando don Lorenzo scrive la lettera  ai giudici le contrapposizioni ideologiche nella società sono molto forti. Certamente la Scuola di Barbiana non è un luogo asettico: queste contrapposizioni si avvertono. Vi viene spesso richiamato il ruolo del  sindacato, dei partiti, c’è anche nella lettera ai cappellani militari l’indicazione esplicita dei due tentativi considerati i più nobili per ricercare la libertà e la giustizia nel mondo, cioè il sistema democratico e il sistema socialista. Ma nella Lettera ad una professoressa c’è anche una singolare efficacissima definizione della politica dai significati assolutamente post ideologici e laici: ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è l’avarizia.




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