Il Papa alla curia: “Siamo servi inutili”

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Papa – Tempo di incontri prenatalizi per Papa Francesco con la curia e con alcuni rappresentanti dei dipendenti vaticani. “Non pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa. Anche il nostro tempo ha i suoi problemi, ma… il Signore non ha abbandonato il suo popolo” neppure nell’emergenza sanitaria che viviamo.

Tempo di incontri che portano al Natale quelli di Papa Francesco. Una “riflessione sulla crisi” provocata dalla pandemia, che “ci mette in guardia dal giudicare frettolosamente la Chiesa” con i suoi “scandali di ieri e di oggi”. Una raccomandazione a “non confondere la crisi con il conflitto”, perché la prima “generalmente ha un esito positivo”, mentre il secondo “crea sempre un contrasto”. Ed a seguire l’esortazione a trovare “l’umiltà di dire che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito”, perché “chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere”. Sono questi i tre principali elementi contenuti nel discorso pronunciato da Papa Francesco nell’Aula della Benedizione in occasione dell’annuale incontro svoltosi stamane per la presentazione degli auguri natalizi ai membri del Collegio cardinalizio e della Curia romana.
Il Natale di Gesù di Nazaret è il mistero di una nascita che ci ricorda che «gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per rincominciare» come osserva in maniera tanto folgorante quanto incisiva Hannah Arendt, la filosofa ebrea che rovescia il pensiero del suo maestro Heidegger, secondo cui l’uomo nasce per essere gettato nella morte. Sulle rovine dei totalitarismi del novecento, Arendt riconosce questa verità luminosa: «Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità. […] È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi”
Di conseguenza, ha spiegato Francesco, “troviamo il posto giusto solo se siamo disarmati, umili, essenziali”, realizzando “«nell’ambiente in cui viviamo il programma di vita suggerito da San Paolo” o immaginandoci “nella scena del presepe”, come chiede sant’Ignazio di Loyola. A maggior ragione, ha aggiunto il Pontefice, in questo “Natale della pandemia, della crisi sanitaria, economica sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero”, nel quale essa “ha smesso di essere un luogo comune dei discorsi e dell’establishment intellettuale per diventare una realtà condivisa da tutti. Questo flagello è stato un banco di prova non indifferente e, nello stesso tempo, una grande occasione per convertirci e recuperare autenticità”.
Dopo aver ricordato come anche la Bibbia sia “popolata di persone che sono state ‘passate al vaglio’, di ‘personaggi in crisi’ che però proprio attraverso di essa compiono la storia della salvezza”, il vescovo di Roma ha offerto gli esempi di Abramo, Mosè, Elia, Giovanni il Battista, Paolo di Tarso e dello stesso Gesù, che “inaugura la vita pubblica attraverso l’esperienza della crisi vissuta nelle tentazioni” per poi passare a quella del Getsemani: tutto ciò, ha chiarito Francesco, perché a “volte le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza”, mentre quest’ultima riesce a mettere in luce “ciò che i nostri sguardi miopi sono incapaci di percepire”. Del resto, ha assicurato, “Dio continua a far crescere i semi del suo Regno”, come dimostrano i molti che “nella Curia danno testimonianza con il loro lavoro umile, discreto, silenzioso, leale, professionale, onesto. Anche il nostro tempo ha i suoi problemi, ma… il Signore non ha abbandonato il suo popolo”, sebbene poi “i problemi vanno a finire subito sui giornali, invece i segni di speranza fanno notizia dopo molto tempo, e non sempre”.
Quindi il Papa ha osservato che la Chiesa se “letta” con le solite “categorie” – “destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti” – finisce con il frammentare, polarizzare, pervertire e tradire la propria natura: “Essa è un Corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti. Infatti, in questo modo diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito” le ha donato. E in proposito, ha avvertito il Pontefice, “tutte le resistenze che facciamo all’entrare in crisi lasciandoci condurre dallo Spirito nel tempo della prova ci condannano a rimanere soli e sterili”. Insomma, ha concluso, “sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento. Ma se vogliamo davvero un aggiornamento”, occorrono “una disponibilità a tutto tondo” e un impegno a non “pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa”. E’ un impegno e uno sforzo affinché, nonostante i tanti problemi, “la nostra fragilità non diventi ostacolo all’annuncio del Vangelo”.
Nel suo auspicio finale, Francesco ha osservato come “sarebbe bello se smettessimo di vivere in conflitto e tornassimo invece a sentirci in cammino”, giacché il conflitto “è un finto cammino, è un girovagare senza scopo e finalità, è rimanere nel labirinto” è uno “spreco di energie” che come “primo male” porta al “pettegolezzo”. Nel ringraziare ancora la Curia per il suo servizio, il Papa ha invitato a conservare la “piena consapevolezza” del fatto che “che tutti noi, io per primo, siamo solo ‘servi inutili’ ai quali il Signore ha usato misericordia”
Il Papa ha poi incontrato i dipendenti vaticani e con loro il pontefice prende spunto proprio dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, non nascondendo le fatiche per le famiglie e per la Santa Sede ma esortando a superare insieme il momento difficile. La strada è quella di camminare accanto.
Il Papa sottolinea gli sforzi che il Governatorato e la Segreteria di Stato stanno facendo per non lasciare indietro nessuno perchè “nessuno va licenziato, nessuno deve soffrire l’effetto brutto economico di questa pandemia”. Non c’è una formula magica, dice, ma l’impegno comune a continuare nel reciproco aiuto:
Ma tutti, tutti insieme dobbiamo lavorare di più per aiutarci a risolvere questo problema che non è facile, perché voi sapete: qui, sia nel Governatorato, sia nella Segreteria di Stato, non c’è Mandrake… non c’è la bacchetta magica, e dobbiamo cercare le vie per risolvere questo e con buona volontà, tutti insieme, lo risolveremo. Aiutatemi in questo e io aiuto voi, e tutti insieme ad andare avanti, come una stessa famiglia. Il Papa richiama la figura dei pastori che andarono verso Gesù, un percorso che anche noi siamo chiamati a compiere. Dobbiamo andare anche noi a Gesù: scuoterci dal nostro torpore, dalla noia, dall’apatia, dal disinteresse e dalla paura, specialmente in questo tempo di emergenza sanitaria, nel quale si fa fatica a ritrovare l’entusiasmo della vita e della fede.
Sono proprio i pastori a suggerire a Francesco tre atteggiamenti da imitare. Il primo è quello di riscoprire la nascita del Figlio di Dio, “il più grande avvenimento della storia”, di cui ancora oggi si parla perché Lui è vivo, anche se “maltrattato” e “sporcato” dalla vita di tanti cristiani.
Il secondo atteggiamento è quello della contemplazione di Gesù. Il Papa ricorda Maria che “conservava nel cuore, meditava” ed è meditando che si incontra la misericordia, “un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo”, come scriveva San Paolo. Una bontà che ha il volto di un bambino, da contemplare nel presepe, perché guardandolo si scopre la misericordia di Dio.
In Gesù Bambino Dio si mostra amabile, pieno di bontà, di mansuetudine. Chi non si sente mosso da tenerezza di fronte a un piccolo bambino? Veramente un Dio così possiamo amarlo con tutto il cuore. Dio manifesta la sua bontà per salvarci. E che cosa significa essere salvati? Significa entrare nella vita stessa di Dio, divenire figli adottivi di Dio mediante il battesimo. Questo è il grande significato del Natale: Dio si fa uomo perché noi possiamo diventare figli di Dio.
I pastori tornarono indietro, “glorificando e lodando Dio”. L’incontro con Gesù cambia e per questo il Papa ricorda che “il Natale passa” ma è necessario “tornare alla vita in famiglia, al lavoro, trasformati, portare il lieto annunzio al mondo” con la Parola e la testimonianza, “soprattutto con la gioia e la serenità che ci viene dalla fede e dall’amore: gioia e serenità nonostante tutto, al di sopra di tutto”. “Le difficoltà e le sofferenze – spiega il Papa – non possono oscurare la luce del Natale, che suscita una gioia intima che nulla e nessuno può toglierci”.




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