Pakistan: violenze ed arresti dopo la sentenza che scagiona Asia Bibi

Asia Bibi – Oltre centocinquanta persone sono state arrestate in Pakistan per le violenze commesse durante le manifestazioni di protesta dei giorni scorsi contro la sentenza di assoluzione per Asia Bibi, la donna cristiana imprigionata per otto anni e condannata a morte con l’accusa di blasfemia. I manifestanti, legati ai partiti islamisti più radicali, hanno bloccato strade e incendiato veicoli per tre giorni in tutto il Paese e hanno terminato le proteste solo dopo che il governo ha vietato ad Asia Bibi di lasciare il Pakistan fino a quando la Corte suprema non si pronuncerà sul ricorso già presentato dall’accusa.
Il marito di Asia Bibi, Ashiq Mash, ha lanciato un appello a Donald Trump, Theresa May e Justin Trudeau per chiedere asilo politico per lei e la sua famiglia negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada, Paesi dove la comunità pakistana è più numerosa.
Mentre sono ancora incerte le informazioni su dove si trovi ora Asia Bibi, a lasciare il Pakistan è stato ieri l’avvocato della donna, Saiful Malook. Il legale, che ora si trova in Europa, temeva per la sua vita e ha detto di voler continuare a portare avanti la battaglia legale per Asia.
Finalmente anche in occidente qualche voce sembra alzarsi in soccorso della difficile situazione che sta vivendo Asia Bibi in comnpagnia dei suoi familiari e di tutti coloro che hanno aiutato e fevorito la sua liberazione da un’accusa parsa sin dal primo momento labile e faziosa.
“Chiedo alle autorità del Pakistan di liberare Asia Bibi e di proteggere lei e la sua famiglia dalle minacce di fanatici religiosi”, ha ribadito il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. “La sua sola colpa”, ha aggiunto, “è di essere cristiana”.
Ora è necessario che dalle parole si passi ai fatti. In Europa sono entrate tante persone con requisiti inesistenti oppure inferiori a quelli di Asia Bibi e dei suoi familiari ed è proprio per questo motivo che è necessario dimostrare che anche i cristiani meritano l’aiuto e l’interesse che spesso, troppo spesso, a loro viene negato.




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