Paolo VI viene eletto Pontefice il 21 Giugno 1963

Paolo VI – Il 21 Giugno 1963  a Roma il cardinale Giovanni Battista Montini viene eletto Papa con il nome di Paolo VI

Il 21 Giugno 1963 è una data storica per la storia della Chiesa. I cardinali riuniti in conclave eleggono il cardinale Montini che prenderà il nome di Paolo VI.

Il breve ma intenso pontificato di Giovanni XXIII vide Montini attivamente coinvolto, soprattutto come membro della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II, aperto con una solenne celebrazione l’11 ottobre 1962. Il Concilio però si interruppe il 3 giugno 1963 per la morte di papa Roncalli, malato da qualche mese.

Dopo il decesso di papa Giovanni XXIII, Montini era visto generalmente come il suo più probabile successore per via dei suoi stretti legami coi due papi predecessori, per il suo background nell’attività pastorale e amministrativa, oltre che per la sua cultura e determinazione. Giovanni XXIII, che era giunto al Vaticano all’età di 76 anni, si era sentito sempre fuori posto negli ambienti professionali della Curia Romana del tempo; Montini al contrario conosceva bene i lavori interni all’amministrazione della curia stessa, per il fatto di avervi lavorato.

A differenza degli altri cardinali papabili, come Giacomo Lercaro di Bologna o Giuseppe Siri di Genova, egli non veniva identificato né come una personalità di sinistra né come una personalità di destra, né era visto come un riformatore radicale. Era percepito come la persona più adatta per continuare il Concilio Vaticano II i cui lavori erano già stati intrapresi sotto il pontificato di Giovanni XXIII.

Montini venne eletto papa al sesto ballottaggio del conclave, il 21 giugno, e scelse il nome di Paolo VI. Quando il decano del Collegio dei Cardinali Eugène Tisserant gli chiese se accettasse o meno la sua elezione, Montini disse “Accepto, in nomine Domini” (“Accetto, in nome del Signore”). Era l’epilogo di un travagliato conclave che aveva visto intervenire il cardinale Gustavo Testa, il quale (si racconta)  chiese energicamente agli oppositori di Montini di non cercare più di contrastare la sua imminente elezione.

Quando la fumata bianca emerse dal camino della Cappella Sistina alle 11:22, il cardinale Alfredo Ottaviani, nel ruolo di Protodiacono, annunciò l’elezione di Montini. Il nuovo papa apparve alla loggia centrale della Basilica di San Pietro, impartendo la tradizionale benedizione Urbi et Orbi. L’incoronazione si svolse in piazza San Pietro la sera di domenica 30 giugno.

Due giorni dopo la sua elezione a vescovo di Roma, ricevette la visita di John Fitzgerald Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, che stava effettuando un giro delle capitali europee, tra cui la famosa visita a Berlino.

Paolo VI incontrò subito i sacerdoti della sua nuova diocesi. Egli spiegò loro come a Milano egli avesse iniziato il dialogo con il mondo moderno e chiese loro di prendere contatto con tutte le persone che avessero incontrato nella loro vita. Sei giorni dopo la sua elezione egli annunciò per questo scopo la riapertura del concilio, prevista già per il 29 settembre 1963. In un messaggio radio al mondo, Paolo VI richiamò alcune delle virtù dei suoi predecessori, la forza di Pio XI, la saggezza e l’intelligenza di Pio XII nonché l’amore di Giovanni XXIII. Tra i suoi obiettivi per dialogare con il mondo pose anche la riforma del diritto canonico e il miglioramento della pace sociale e della giustizia nel mondo. L’unità della cristianità fu uno dei suoi principali impegni come pontefice.

Uomo mite e riservato, dotato di vasta erudizione e, allo stesso tempo, profondamente legato a un’intensa vita spirituale, seppe proseguire il percorso innovativo iniziato da Giovanni XXIII, consentendo una riuscita prosecuzione del Concilio Vaticano II.

Davanti a una realtà sociale che tendeva sempre più a separarsi dalla spiritualità, che andava progressivamente secolarizzandosi, di fronte a un difficile rapporto Chiesa-mondo, Paolo VI indicò le vie della fede e dell’umanità attraverso le quali è possibile avviare una solidale collaborazione verso il bene comune. A tal proposito, significativo fu il suo impegno in ambito umanitario: a soli venti giorni dall’elezione al Soglio pontificio, diede avvio, con la collaborazione di Adele Pignatelli e, in seguito, della beata Luisa Guidotti Mistrali, alla missione dell’Associazione Femminile Medico-Missionaria (la cui fondazione era stata da lui stesso incoraggiata) a Chirundu, in Africa. Un anno prima si era recato personalmente sul posto per stabilire la costruzione di un ospedale missionario, il quale oggi porta il suo nome.

Non fu facile mantenere l’unità della Chiesa cattolica, mentre da una parte gli ultratradizionalisti lo attaccavano accusandolo di aperture eccessive, se non addirittura di modernismo, e dall’altra parte i settori ecclesiastici più vicini alle idee socialiste lo accusavano d’immobilismo.

Il patriarca ortodosso Atenagora I incontrò Paolo VI nel 1964.

Di grande rilievo fu la sua scelta di rinunciare, nel 1964, all’uso della tiara papale, mettendola in vendita per aiutare, con il ricavato, i più bisognosi. Il cardinale Francis Joseph Spellmanarcivescovo di New York, la acquistò con una sottoscrizione che superò il milione di dollari, e da allora è conservata nella basilica dell’Immacolata Concezione di Washington.

Particolarmente significativo fu il suo primo viaggio, in Terrasanta nel gennaio 1964. Per la prima volta un pontefice viaggiava in aereo, e tornava nei luoghi della vita di Cristo. Durante il viaggio indossò la Croce pettorale di San Gregorio Magno, conservata nel Duomo di Monza.

In occasione di questa visita abbracciò il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora I, recatosi anch’egli in Palestina appositamente per questo incontro.

Il colloquioportò a un riavvicinamento tra le due chiese scismatiche, suggellato con la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa del 1965.

Paolo VI decise di continuare il Concilio Vaticano II (il diritto canonico infatti prevede la sospensione dei lavori di un concilio in caso di morte del papa) e lo portò a compimento nel 1965. Lo guidò con grande capacità di mediazione, garantendo la solidità dottrinale cattolica in un periodo di rivolgimenti ideologici e aprendo fortemente verso i temi del Terzo mondo e della pace. Confrontandosi con conflitti, interpretazioni e controversie, egli condusse personalmente i lavori e raggiunse diversi obiettivi.

Durante il Concilio Vaticano II, i padri conciliari e quanti seguirono le mosse del cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, ottennero il pieno supporto di Paolo VI nel tentativo di assicurare che il linguaggio del Concilio apparisse amichevole e sensibile anche ad altre confessioni religiose cristiane non cattoliche come i protestanti o gli ortodossi, che seguendo l’esempio di papa Giovanni XXIII invitò in rappresentanza ad ogni sessione. Bea venne inoltre direttamente coinvolto nel passaggio del Nostra aetate, che regolò le relazioni della Chiesa con la religione ebraica.

Con la riapertura del Concilio, il 29 settembre 1963 (seconda sessione), Paolo VI evidenziò quattro priorità chiave per i padri conciliari:

  • Una migliore comprensione della Chiesa cattolica;
  • Riforme della Chiesa;
  • Avanzamento nell’unità della cristianità;
  • Dialogo con il mondo.

Il Papa ricordò ai padri conciliari che solo alcuni anni prima Pio XII aveva emesso l’enciclica Mystici Corporis Christi sul corpo mistico di Cristo. Egli chiese dunque a loro non di ripetere o creare nuove definizioni dogmatiche, ma di spiegare in parole semplici come la Chiesa vede sé stessa. Ringraziò pubblicamente i rappresentanti delle altre comunità della Chiesa e domandò perdono per le divisioni che la Chiesa cattolica aveva creato nei secoli. Sottolineò anche come molti vescovi orientali non potessero prendere parte ai lavori del Concilio, perché non avevano ottenuto il permesso da parte dei loro governi.

Paolo VI aprì la terza sessione del Concilio il 14 settembre 1964 con un discorso ai padri conciliari ribadendo l’importanza del testo finale del Concilio come linea guida della chiesa stessa.

Quando il Concilio discusse del ruolo dei vescovi nel papato, Paolo VI inviò una Nota Praevia confermando il primato del papato sui vescovi, un passo che da alcuni venne giudicato come un’interferenza nei lavori del Concilio. I vescovi americani fecero pressione per la libertà religiosa, ma Paolo VI ribadì queste condizioni per un perfetto ecumenismo. Il papa concluse la sessione il 21 novembre 1964, con il pronunciamento formale di Maria come Madre della Chiesa.

Secondo Paolo VI, “il più importante e rappresentativo dei proponimenti del Concilio” era la chiamata universale alla santità: “tutti i fedeli in Cristo di qualsiasi rango o status, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità; con questo la santità è può essere promossa nella società della terra.”

Questo insegnamento è tra l’altro uno dei cardini della Lumen Gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa, promulgata dallo stesso Paolo VI il 21 novembre 1964.

Il 27 marzo 1965 Paolo VI, in presenza di monsignor Angelo Dell’Acqua, lesse il contenuto di una busta sigillata, che in seguito rinviò all’Archivio del Sant’Uffizio con la decisione di non pubblicare il contenuto. In questa lettera era scritto il Terzo segreto di Fátima.

“Anello del Concilio”, 6 dicembre 1965: Paolo VI offre un anello aureo semplice ai Padri conciliari: Cristo, Pietro e Paolo sotto la Croce

Durante tutto il suo pontificato, la tensione tra il primato papale e la collegialità episcopale rimase fonte di dissenso. Il 14 settembre 1965, anche per effetto dei risultati conciliari, Paolo VI annunciò la convocazione del Sinodo dei Vescovi, come istituzione permanente della chiesa e corpo consigliante del pontefice. Escluse però dall’ambito di questo nuovo organismo la trattazione di quei problemi riservati al papa, dei quali apprestò una ridefinizione. Vennero tenuti subito diversi incontri durante il suo pontificato, alcuni memorabili, come ad esempio il Sinodo dei Vescovi per l’evangelizzazione del mondo moderno, iniziato il 9 settembre 1974.

Tra la terza e la quarta sessione, il papa annunciò delle riforme imminenti nelle aree della curia romana, una revisione del diritto canonico, la regolamentazione dei matrimoni misti che coinvolgevano diverse fedi, il tema del controllo delle nascite. Aprì l’ultima sessione del concilio concelebrando con i vescovi provenienti da quei paesi dove la Chiesa era all’epoca ancora perseguitata.

Durante l’ultima fase del Concilio, Paolo VI annunciò l’apertura dei processi di canonizzazione dei suoi due immediati predecessori, papa Pio XII e papa Giovanni XXIII. il 7 dicembre 1965 fu letta, nell’ambito del Concilio Vaticano II, la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa che revocava le reciproche scomuniche tra le due confessioni, al fine di una riconciliazione tra la Chiesa romana e la Chiesa ortodossa. Il concilio venne concluso il giorno dopo, 8 dicembre 1965, festa dell’Immacolata Concezione.

Concluso il Concilio l’8 dicembre 1965, si aprì però un periodo difficilissimo per la Chiesa cattolica, che si trovò in un periodo storico e culturale di forte antagonismo tra i difensori di un cattolicesimo tradizionale che attaccavano gli innovatori accusandoli di diffusione di ideologie marxistelaiciste e anticlericali. La stessa società civile era attraversata da forti scontri e contrasti politici e sociali, che sfoceranno nel sessantotto in quasi tutto il mondo occidentale. Celebre la sua frase: «Aspettavamo la primavera, ed è venuta la tempesta».

Nel 1966, Paolo VI abolì, dopo quattro secoli, e non senza contestazioni da parte dei porporati più conservatori i proibiti. A Natale celebrò la Messa a Firenze, ancora scossa dall’alluvione del 4 novembre, definendo il Crocifisso di Cimabue «la vittima più illustre». Nel 1967 annunciò l’istituzione della Giornata mondiale della pace, che si celebrò la prima volta il 1º gennaio 1968.

Il tema del celibato sacerdotale, sottratto al dibattito della quarta sessione del concilio, divenne oggetto di una sua specifica enciclica, la Sacerdotalis Caelibatus del 24 giugno 1967, nella quale papa Montini riconfermò quanto decretato in merito dal Concilio di Trento. Paolo VI rivoluzionò le elezioni papali e fu il primo a stabilire il limite di 80 anni per la partecipazione ad un conclave.

Nell’Ecclesiae Sanctae, il suo motu proprio del 6 agosto 1966, invitò tutti i vescovi a considerare la possibilità del pensionamento dopo il compimento del settantacinquesimo anno di età. Questa richiesta venne estesa anche a tutti i cardinali della Chiesa cattolica il 21 novembre 1970. Con queste due stipulazioni, il papa si assicurò un continuo ricambio generazionale di vescovi e cardinali oltre a una maggiore internazionalizzazione della curia romana alla luce di quanti erano costretti a ritirarsi per raggiunti limiti di età.

Paolo VI conosceva bene la curia romana, avendovi lavorato dal 1922 al 1954. Egli decise dunque di condurre le proprie riforme passo dopo passo, anziché di getto. Il 1º marzo 1968, promosse una regolamentazione della curia, processo già iniziato da Pio XII e continuato da Giovanni XXIII. Il 28 marzo, con la Pontificalis Domus, e con altre costituzioni apostoliche negli anni successivi, rinnovò l’intera curia, riducendo la burocrazia, introducendo anche rappresentanze non italiane al suo interno.

Nel 1968, col motu proprio Pontificalis Domus, abolì molte delle vecchie funzioni della nobiltà romana alla corte papale, ad eccezione dei ruoli dei principi assistenti al Soglio pontificio. Abolì inoltre la Guardia Palatina e la Guardia Nobile: la Guardia Svizzera restò l’unico corpo militare in Vaticano.

Una delle questioni più rilevanti, per la quale papa Montini stesso dichiarò di non aver mai sentito così pesanti gli oneri del suo alto ufficio, fu quella della contraccezione, con la quale si precludeva alla vita coniugale la finalità della procreazione.

Tali questioni furono trattate nella Humanae Vitae del 25 luglio 1968, la sua ultima enciclica. Il dibattito lacerante che si innestò nella società civile su queste posizioni, in un’epoca in cui il cattolicesimo vedeva sorgere fra i fedeli dei distinguo di laicismo, appannò la sua autorevolezza nei rapporti con il mondo laico.

Il Pontefice non poté mettere in disparte il problema, e per la sua gravità destinò al proprio personale giudizio lo studio di tutte le implicazioni di tipo morale legate a tale argomento.

Per avere un quadro completo, decise di avvalersi dell’ausilio di una Commissione di studio, istituita in precedenza da papa Giovanni XXIII, che egli ampliò.

La decisione era molto onerosa, soprattutto perché alcuni misero in dubbio la competenza della Chiesa su temi non strettamente legati alla dottrina religiosa. Tuttavia il Papa ribatté a queste critiche, che il Magistero ha facoltà d’intervento, oltre che sulla legge morale evangelica, anche su quella naturale: quindi la Chiesa doveva necessariamente prendere una posizione in merito.

Buona parte della Commissione di studio si mostrò a favore della “pillola cattolica” (come venne soprannominata), ma una parte di essa non condivise questa scelta, ritenendo che l’utilizzo degli anticoncezionali violasse la legge morale, poiché, attraverso il loro impiego, la coppia scindeva la dimensione unitiva da quella procreativa.

Paolo VI appoggiò questa posizione e, riconfermando quanto aveva già dichiarato papa Pio XI nell’enciclica Casti Connubii, decretò illecito per gli sposi cattolici l’utilizzo degli anticoncezionali di natura chimica o artificiale:

«Richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita. […] In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della Chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione.»
(Paolo VI, Humanae vitae)

Ma nella stessa, nel paragrafo Paternità responsabile, si dice:

«In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita. Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è vera interprete.»

Questa decisione di papa Montini ricevette molte critiche. Tuttavia, Paolo VI non ritrattò mai il contenuto dell’enciclica, motivando in questi termini a Jean Guitton le proprie ragioni:

«Noi portiamo il peso dell’umanità presente e futura. Bisogna pur comprendere che, se l’uomo accetta di dissociare nell’amore il piacere dalla procreazione (e certamente oggi lo si può dissociare facilmente), se dunque si può prendere a parte il piacere, come si prende una tazza di caffè, se la donna sistemando un apparecchio o prendendo “una medicina” diventa per l’uomo un oggetto, uno strumento, al di fuori della spontaneità, delle tenerezze e delle delicatezze dell’amore, allora non si comprende perché questo modo di procedere (consentito nel matrimonio) sia proibito fuori dal matrimonio. La Chiesa di Cristo, che noi rappresentiamo su questa terra, se cessasse di subordinare il piacere all’amore e l’amore alla procreazione, favorirebbe una snaturazione erotica dell’umanità, che avrebbe per legge soltanto il piacere.»
(Jean Guitton, Paolo VI segreto)

Paolo VI non mancò di smentire quelle posizioni che volevano attribuire al suo operato un tono dubbioso, amletico o malinconico, asserendo che:

«è contrario al genio del cattolicesimo, al regno di Dio, indugiare nel dubbio e nell’incertezza circa la dottrina della fede»

La riforma della liturgia nel corso del XX secolo era stata uno dei punti cardine fortemente voluti già da Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei. Nel 1951 e nel 1955, i riti della Settimana Santa erano stati sottoposti a revisione. Durante il pontificato di Pio XII, fu permesso l’uso della lingua volgare nei battesimi, nei funerali e in altri eventi. Il Concilio Vaticano II, non apportò modifiche al Messale Romano, ma nella costituzione Sacrosanctum Concilium richiese una «riforma generale».

Nella suddetta costituzione, i padri tracciarono i principi generali della riforma: in essa si chiedeva che fossero tolte le duplicazioni presenti nei riti, fosse introdotto un numero maggiore di brani scritturali e una qualche forma di “preghiera dei fedeli” e che la lingua latina fosse conservata nei riti latini, pur concedendo un “certo spazio alla lingua nazionale” nelle letture e nelle monizioni; inoltre, riguardo alla musica liturgica, furono espressamente indicate come forme di canto privilegiate per il rito romano il gregoriano e, secondariamente, la polifonia.

La notte di Natale del 1968 Paolo VI si recò a Taranto e celebrò la messa di mezzanotte nelle acciaierie dell’Italsider: fu la prima volta che la messa di Natale venne celebrata in un impianto industriale (evento documentato dal breve filmato di Franco Morabito intitolato L’acciaio di Natale). Con questo gesto il pontefice volle rilanciare l’amicizia tra Chiesa e mondo del lavoro in tempi difficili.

Dopo il Concilio Vaticano, nell’aprile del 1969, Paolo VI approvò la “nuova messa”, promulgata nel 1970, in lingua nazionale a differenza della Messa Tridentina, celebrata quasi ovunque in latino. Lo spirito di questo cambiamento si riferiva proprio al punto chiave della costituzione Sacrosanctum Concilium, ovvero la maggiore comprensione della Chiesa cattolica e dei suoi riti, partendo dall’uso della lingua che per essere comprensibile perfettamente doveva essere la più vicina possibile al popolo, decretando che questo non era un distanziarsi da Dio, ma anzi ravvicinarne il popolo all’altare.

Un mutamento molto visibile e non previsto dalla costituzione Sacrosanctum Concilium fu la mutata posizione del sacerdote rivolto con il volto verso i fedeli (versus populum) e non più verso oriente (ad Deum), secondo l’antica tradizione, in cui celebrante e i fedeli mantengono la stessa direzione.

A questo fece seguito l’introduzione di musica folcloristica e moderna all’interno delle celebrazioni liturgiche, fatto che in passato era stato fortemente avversato da Pio X. Nel 2007, papa Benedetto XVI ha chiarito che la Messa tridentina nella versione approvata e revisionata da Giovanni XXIII nel 1962 e la Messa di Paolo VI del 1970 erano due forme dello stesso rito romano, il primo “mai giuridicamente abrogato” e oggi “forma straordinaria del Rito Romano”, mentre l’altro “ovviamente è la continuazione della forma normale – la cosiddetta “forma ordinaria” – della liturgia eucaristica”.

Il 27 novembre 1970, nel corso del viaggio nel Sud-est asiatico, appena atterrato all’aeroporto di Manila, capitale delle Filippine, il pontefice fu vittima di un attentato da parte del pittore boliviano Benjamín Mendoza y Amor Flores che, munito di un kriss, lo ferì al costato. Ulteriori danni furono evitati grazie al pronto intervento del segretario personale, Pasquale Macchi.

La maglietta insanguinata indossata dal Papa al momento dell’attentato è conservata in un reliquiario realizzato dalla scuola di arte sacra Beato Angelico di Milano ed è stata esposta durante la cerimonia della sua beatificazione.

Nella cattedrale di Manila è conservata la croce astile (opera dello scultore Felice Mina) dono di Sua Santità in segno di riconoscimento.

l 16 settembre del 1972 Paolo VI fece una breve visita pastorale a Venezia durante la quale incontrò l’allora patriarca Albino Luciani e celebrò la Messa in piazza San Marco; al termine della celebrazione papa Montini si tolse la stola papale, la mostrò alla folla e successivamente la mise sulle spalle del patriarca Luciani davanti alla piazza, facendolo imbarazzare visibilmente. Il gesto del Pontefice non fu ripreso dalle telecamere, che avevano già chiuso il collegamento, ma fu documentato da numerose fotografie. Quell’anno celebrò la messa di Natale a Ponzano tra i minatori rispondendo ad un invito del parroco.

Il 24 dicembre 1974 Paolo VI inaugurò l’Anno santo del 1975 che dedicò al “Rinnovamento e alla Riconciliazione”. La cerimonia di apertura della porta santa, trasmessa in diretta televisiva con la regia di Franco Zeffirelli, fu l’ultima a prevedere l’abbattimento fisico del muro di chiusura, simbolicamente praticato dal pontefice mediante un piccone; nel corso della manovra, dall’architrave si staccarono pesanti calcinacci, che caddero a poca distanza dal papa. A seguito di questo inconveniente, già nella cerimonia di chiusura venne eliminata la cerimonia della suggellatura con cazzuola, calce e mattoni: Paolo VI si limitò infatti a chiudere a chiave i due battenti. Paolo VI impresse un sigillo potente al Giubileo che andava a concludersi, baciando in segno di umiltà i piedi al metropolita ortodosso Melitone, capo della delegazione del patriarcato di Costantinopoli.

Paolo VI fu il papa che rimosse la maggior parte degli ornamenti che contraddistinguevano lo splendore di cui nei secoli si era rivestito il soglio pontificio. Nel 1975 con la costituzione apostolica Romano Pontifici Eligendo) in occasione dell’inaugurazione del ministero petrino, modificò sostanzialmente l’incoronazione papale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, la sostituì del tutto. Montini fu quindi l’ultimo papa ad essere incoronato di fronte ai fedeli.

Il 17 settembre 1977 Paolo VI si recò nella città di Pescara in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale. Fu una delle sue ultime visite fuori dal territorio romano, ma rimase impressa nel ricordo dei presenti per un curioso avvenimento. In un’intervista  rilasciata in occasione del XXX anniversario di quell’evento, mons. Antonio Iannucci, allora titolare dell’arcidiocesi di Pescara-Penne, così ricorda l’arrivo del Pontefice sul luogo previsto per le Celebrazioni Eucaristiche (la grande Rotonda in riva al mare):

«“Appena Pietro salì sulla barca il vento cessò” – racconta il Vangelo – e così avvenne anche a Pescara. Fino a qualche istante prima il cielo era piovoso, ma con l’arrivo del Papa alla Rotonda la pioggia cessò e apparve un meraviglioso arcobaleno.»

Il giornalista Giuseppe Montebello racconta l’accaduto con maggiore dovizia di particolari:

«Il Papa arrivò a Pescara sotto una pioggia battente, ma al Pontefice non mancò l’entusiasmo, l’esultanza e la commozione della gente. Alla Rotonda, poi, ci fu un’autentica esplosione di devozione e di affetto al Vicario di Cristo. Indossati i paramenti per la celebrazione della Messa, mentre il Papa stava per salire sull’altare, la pioggia cessò di cadere e, dietro il palco, gremito di autorità, cardinali, vescovi e sacerdoti, sbucò, nel mezzo del Mare Adriatico, uno stupendo arcobaleno nel cielo, all’improvviso, diventato azzurro!»

Paolo VI legge il suo discorso in occasione del rito funebre in memoria di Aldo Moro

Paolo VI all’uscita dall’udienza generale del 29 giugno 1978, un mese prima della morte

Durante il Sequestro Moro, il 16 aprile 1978 Paolo VI implorò personalmente e pubblicamente, con una lettera diffusa su tutti i quotidiani nazionali il 21 aprile, la liberazione “senza condizioni” dello statista e caro amico Aldo Moro, rapito dagli “uomini delle Brigate Rosse” alcune settimane prima.

Ma a nulla valsero le sue parole: il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio 1978, nel bagagliaio di una Renault color amaranto, in via Caetani a Roma, a pochi metri dalle sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.

La salma di Moro fu portata dalla famiglia a Torrita Tiberina per un funerale riservatissimo; ma il 13 maggio, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, alla presenza di tutte le autorità politiche, si celebrò un rito funebre in suffragio dell’onorevole, al quale prese parte anche il Pontefice. Ci fu chi eccepì, soprattutto nella Curia, che non rientra nella tradizione che un papa partecipi a una messa esequiale, soprattutto se di un uomo politico (si cita, a proposito, il caso di Alessandro VI che non partecipò nemmeno ai funerali del figlio Giovanni), ma Paolo VI non mostrò interesse verso queste critiche; provato dall’evento, recitò un’omelia ritenuta da alcuni una delle più alte nell’omiletica della Chiesa moderna. Questa omelia inizia con un profondo rammarico, ma prosegue affidandosi nuovamente alla misericordia del Padre:

«Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis“, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui. Signore, ascoltaci!»

Paolo VI sorridente.

La salma di papa Paolo VI

La tomba di Paolo VI, situata nelle Grotte Vaticane prima della beatificazione

La nuova tomba di Paolo VI nelle Grotte Vaticane dopo la canonizzazione

Da una parte, Paolo VI appoggiò l'”aggiornamento” e la modernizzazione della Chiesa, ma dall’altra, come tenne a sottolineare il 29 giugno 1978, in un bilancio a poche settimane dalla morte, la sua azione pontificale aveva tenuto quali punti fermi la “tutela della fede” e la “difesa della vita umana”.

Il suo stato di salute da allora si deteriorò progressivamente e tre mesi dopo, alle 21:40 del 6 agosto 1978, Paolo VI si spense nella residenza di Castel Gandolfo a causa di un edema polmonare.

Lasciò un testamento, scritto il 30 giugno 1965, salvo due successive lievi aggiunte; esso fu reso noto cinque giorni dopo la morte, l’11 agosto. In esso egli confida le sue paure, la sua esperienza di vita, le sue debolezze, ma anche le proprie gioie per una vita donata al servizio di Cristo e della Chiesa.

«Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara. […] Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? […] E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore […] ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore»
(Paolo VI, Testamento)

Nelle sue ultime disposizioni, Paolo VI dispose l’abbandono dei tradizionali fasti delle esequie pontificali:

«[…] i funerali: siano pii e semplici […] La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.»
(Paolo VI, Testamento)

La salma, rivestita senza sfarzo (una semplice casula rossa, pallio, mitra e camice bianchi, mocassini rossi), dopo un primo omaggio riservato agli intimi e alle autorità, venne ricondotta in Vaticano il 9 agosto ed esposta per tre giorni all’omaggio dei fedeli dinnanzi al baldacchino di San Pietro: sempre su indicazioni testamentarie, l’ostensione non avvenne su di un alto catafalco (come da prassi secolare), ma su un basso cataletto.

Innovativa e sobria fu anche la messa esequiale, celebrata il 12 agosto, per la prima volta non nella basilica petrina, ma in Piazza San Pietro: la salma venne ricomposta in una bara semplicissima, di legno chiaro, che fu deposta a terra sul sagrato; sopra di essa venne posto un Vangelo aperto. Terminata la cerimonia, la cassa, inserita in altre due casse di zinco e legno, fu inumata nelle Grotte Vaticane.

Fu la prima volta da secoli che il funerale di un pontefice romano si svolse con un rito così sobrio: i suoi due successori, che non mancheranno di richiamarsi a Paolo VI e di citarlo come loro guida spirituale, si conformeranno a tali novità.




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