Papa Francesco e la domenica delle Palme

Papa – Una celebrazione emozionante e ricca di spunti quella che Papa Francesco don ai fedeli che lo  accompagnano nella celebrazione della Messa delle Palme.  Il Pontefice apre la Settimana Santa con l’invito a rivolgere lo sguardo al Crocifisso: Il momento difficile “che stiamo attraversando in questo tempo ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a riscoprire che la vita non serve se non si serve”. E ai giovani dice: non abbiate paura di spendere la vita per Dio e per gli altri

In questi giorni santi guardiamo Gesù servo, che ci serve dando la vita per noi, per sentire la consolazione di Dio nel dramma della pandemia e riscoprire che “la vita non serve se non si serve”. Papa Francesco, in una Basilica Vaticana che impressiona per i grandi spazi vuoti, un’immagine insolita che ci dovremo abituare a vedere, presiede la celebrazione della Domenica delle Palme (qui il testo integrale dell’omelia) e apre la Settimana Santa, ricordandoci che quello che stiamo vivendo, e che tiene oggi anche i giovani, nella loro 35 esima Giornata mondiale lontano da lui, “ci spinge a non perderci in cose di poco conto”.

Per questo a casa, in questi giorni, è il suo invito, stiamo davanti al Crocifisso, “e chiediamo la grazia di vivere per servire”. E ai giovani il Papa indica i veri eroi, quelli che in questi giorni stanno accanto ai malati di Covid-19, “quelli che danno sé stessi per servire gli altri”. Non abbiate paura di spendere la vita “per Dio e per gli altri, ci guadagnerete!”.

Davanti all’altare della Cattedra, Francesco guida tutte la parti di una celebrazione ricchissima, accompagnato solo dal maestro delle Celebrazioni liturgiche monsignor Guido Marini e dai suoi collaboratori. Nell’iniziale commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, percorre in una breve processione la navata centrale adorna di alcune piante d’ulivo in vaso, portando un “parmurelo” di foglie di palma intrecciate, donato dalla Liguria. Salendo all’altare, il Pontefice incensa l’immagine di Maria Salus Populi Romani, custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Alle spalle dell’altare, il crocifisso miracoloso di San Marcello al Corso, davanti al quale il Papa ha pregato il 27 marzo sul sagrato di San Pietro e continua a pregare in questi giorni.

Dopo la lettura a più voci del Vangelo della Passione secondo Matteo, il Pontefice introduce l’omelia, e tutta questa Settimana Santa, con le parole di san Paolo ai Filippesi, ascoltate nella seconda lettura. Gesù “svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo”, scrive l’apostolo delle genti, e tutta la Parola di Dio, in questi giorni santi, ricorda il Papa, mostra Gesù come servo. Giovedì santo è il servo che lava i piedi ai discepoli, e Venerdì, nella passione e morte, è presentato “come il servo sofferente e vittorioso”.

Dio ci ha salvato servendoci. In genere pensiamo di essere noi a servire Dio. No, è Lui che ci ha serviti gratuitamente, perché ci ha amati per primo. È difficile amare senza essere amati. Ed è ancora più difficile servire se non ci lasciamo servire da Dio.

Ma in che modo, si chiede Papa Francesco, il Signore ci ha servito? “Dando la sua vita per noi – ricorda – Gli siamo cari e gli siamo costati cari”. Il suo amore lo ha portato a sacrificarsi per noi, “a prendere su di sé tutto il nostro male”.

Dio ci ha salvati lasciando che il nostro male si accanisse su di Lui. Senza reagire, solo con l’umiltà, la pazienza e l’obbedienza del servo, esclusivamente con la forza dell’amore. E il Padre ha sostenuto il servizio di Gesù: non ha sbaragliato il male che si abbatteva su di Lui, ma ha sorretto la sua sofferenza, perché il nostro male fosse vinto solo con il bene, perché fosse attraversato fino in fondo dall’amore. Fino in fondo.

Per noi Cristo ha provato tradimento e abbandono. In questo suo servizio a noi, prosegue il Papa, il Signore è arrivato “fino a provare le situazioni più dolorose per chi ama: il tradimento e l’abbandono”. Gesù è stato tradito dal discepolo che l’ha venduto, Pietro, e da quello che lo ha rinnegato. Dalla gente che prima lo osannava e poi ha gridato “Sia crocifisso!”, dall’’istituzione religiosa, il Sinedrio, che l’ha condannato ingiustamente e dall’istituzione politica, il governatore Pilato, che si è lavata le mani. Non possiamo nemmeno immaginare, sottolinea Francesco, “come sia stato doloroso per Dio, che è amore”, venire tradito anche “da chi ha promesso” di essergli leale e vicino.

Il Pontefice invita a guardarci dentro, per vedere le nostre infedeltà, le nostre “falsità, ipocrisie e doppiezze”, le tante “buone intenzioni tradite”, le “promesse non mantenute”, i “propositi lasciati svanire”. Il Signore, ricorda, “conosce il nostro cuore meglio di noi, sa quanto siamo deboli e incostanti, quante volte cadiamo, quanta fatica facciamo a rialzarci e quant’è difficile guarire certe ferite”. E per servirci ci guarisce dalle nostre fedeltà, amandoci profondamente.

Ci ha guariti prendendo su di sé le nostre infedeltà, togliendoci i nostri tradimenti. Così che noi, anziché scoraggiarci per la paura di non farcela, possiamo alzare lo sguardo verso il Crocifisso, ricevere il suo abbraccio e dire: “Ecco, la mia infedeltà è lì, l’hai presa Tu, Gesù. Mi apri le braccia, mi servi col tuo amore, continui a sostenermi… Allora vado avanti!”.

Gesù è stato abbandonato, continua Papa Francesco, dai suoi, “che erano fuggiti”, ma sulla croce, si sente abbandonato anche dal Padre, e grida il “perché?” più lacerante: “Perché anche Tu mi hai abbandonato?”. Sono in realtà, ricorda il Papa le parole di un Salmo, e “ci dicono che Gesù ha portato in preghiera anche la desolazione estrema. Ma resta il fatto che l’ha provata: ha provato l’abbandono più grande”. E ancora una volta, lo ha fatto “per servirci”, perché “quando ci sentiamo con le spalle al muro”, “in un vicolo cieco, senza luce e via di uscita”, quando “sembra che perfino Dio non risponda, ci ricordiamo di non essere soli”. “Gesù ha provato l’abbandono totale, la situazione a Lui più estranea – sottolinea Francesco – per essere in tutto solidale con noi.

L’ha fatto per me, per te, per tutti noi. Per dirci: “Non temere, non sei solo. Ho provato tutta la tua desolazione per essere sempre al tuo fianco”. Ecco fin dove ci ha serviti Gesù, calandosi nell’abisso delle nostre sofferenze più atroci, fino al tradimento e all’abbandono.

“Oggi, nel dramma della pandemia, di fronte a tante certezze che si sgretolano, di fronte a tante aspettative tradite, nel senso di abbandono che ci stringe il cuore, Gesù dice a ciascuno: “Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene””

Alla fine il Pontefice si rivolge a tutti noi e spiega che davanti “a Dio che ci ha serviti fino a provare il tradimento e l’abbandono”, possiamo e dobbiamo “non tradire quello per cui siamo stati creati”. Siamo al mondo, ricorda, “per amare Lui e gli altri. Il resto passa, questo rimane”.

“Il dramma che stiamo attraversando in questo tempo ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve.”

Perché la vita si misura sull’amore. Allora, in questi giorni santi, a casa, stiamo davanti al Crocifisso – guardate, guardate il Crocifisso! -, che è misura dell’amore di Dio per noi. Davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo, guardando il Crocifisso, la grazia di vivere per servire. Cerchiamo di contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo solo a quello che ci manca, pensiamo al bene che possiamo fare.

Sarà il Padre, sottolinea Papa Francesco, “che ha sostenuto Gesù nella Passione”, a incoraggiare “anche noi nel servizio”. Perchè “amare, pregare, perdonare, prendersi cura degli altri, in famiglia come nella società, può costare. Può sembrare una via crucis. Ma la via del servizio è la via vincente, che ci ha salvati e che ci salva la vita”.

E il Papa, in conclusione, lo dice “specialmente ai giovani”, in questa Giornata Mondiale che da 35 anni, da quando san Giovanni Paolo II ebbe la profetica intuizione di istituirla, “è dedicata a loro”.

Cari amici, guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce: non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno sé stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita. Non abbiate paura di spenderla per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma. Come Gesù ha fatto per noi.

“Coltivare e testimoniare la speranza, la generosità, la solidarietà di cui tutti abbiamo bisogno in questo tempo difficile”. E’ questo il messaggio rivolto ai giovani con il quale il Papa apre la preghiera dell’Angelus dall’Altare della Cattedra in San Pietro dopo la celebrazione della Messa delle Palme. Giovani, dice, che “vivono in maniera inedita, a livello diocesano, l’odierna Giornata Mondiale della Gioventù”. Oggi “era previsto il passaggio della Croce dai giovani di Panamá a quelli di Lisbona”, ricorda Francesco, sottolineando che “questo gesto così suggestivo è rinviato alla domenica di Cristo Re, il 22 novembre prossimo”.

Ma l’orizzonte del cuore di Papa Francesco è quello della Pasqua: “Incamminiamoci con fede nella Settimana Santa – è il suo augurio – nella quale Gesù soffre, muore e risorge”. E poi parole che ancora una volta, in questi giorni difficili, racchiudono l’abbraccio del Papa:

“Stringiamoci spiritualmente ai malati, ai loro familiari e a quanti li curano con abnegazione; preghiamo per i defunti, nella luce della fede pasquale. Ciascuno è presente al nostro cuore, al nostro ricordo, alla nostra preghiera.”

Il suo incoraggiamento: “Le persone e le famiglie che non potranno partecipare alle celebrazioni liturgiche, sono invitate a raccogliersi in preghiera in casa, aiutate anche dai mezzi tecnologici”.

E un’indicazione preziosa: “Da Maria impariamo il silenzio interiore, lo sguardo del cuore, la fede amorosa per seguire Gesù sulla via della croce, che conduce alla gloria della Risurrezione. Lei cammina con noi e sostiene la nostra speranza.”

Nelle parole del Papa anche il pensiero alla Giornata Mondiale dello Sport per la Pace e lo Sviluppo, indetta dalle Nazioni Unite il 6 aprile di ogni anno:

“In questo periodo, tante manifestazioni sono sospese, ma vengono fuori i frutti migliori dello sport: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, il dare il meglio di sé… Dunque, rilanciamo lo sport per la pace e lo sviluppo”.




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