Papa Francesco e la drammatica vicenda di Noa Pothoven

Papa – Ennesima e durissima la presa di posizione di papa Francesco contro l’eutanasia ed il suicidio assistito. Di fronte alla drammatica vicenda di Noa Pothoven, il Papa afferma che la risposta non è abbandonare chi soffre. No, 17 anni, si è spenta domenica 2 giugno in casa, ad Arnhem. E’ morta chiedendo “l’assistenza medica specializzata” fornita da una clinica. La “dolce morte” nei Paesi Bassi è legale dall’età di 12 anni, purché vi sia il consenso medico.

Riguardo all’eutanasia e al suicidio assistito, ha detto Il Papa che “sono gravi minacce per le famiglie in tutto il mondo”. Mentre “la loro pratica è legale in molti Stati” – ha affermato – la Chiesa “contrasta fermamente queste prassi” e “sente il dovere di aiutare le famiglie che si prendono cura” dei loro cari sia malati sia anziani (Amoris laetitia, 48). Cultura della morte e cultura dello scarto non sono un segno di civiltà – sottolinea – ma un segno di abbandono che può mascherarsi anche di “falsa compassione”. Invece, è necessario assumere la fatica di affiancarsi e accompagnare chi soffre.

“Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte – afferma Papa Francesco – sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo” perché l’amore, quello che si fa vicino in modo concreto e che trova in Gesù risorto la pienezza del senso della vita, apre nuove prospettive e nuovi orizzonti anche a chi pensa di non farcela più.

Anni di sofferenze psichiche” per la ragazza olandese. Violentata tre volte: a 11 anni durante una festa di un’amica di scuola; ancora violenza poco tempo dopo ad un’altra festa di adolescenti e a 14 anni quando due orchi l’aggrediscono in strada e la stuprano. Lei stessa racconta l’orrore nell’autobiografia “Vincere o imparare” (Winnen of leren), in quelle pagine però non c’è solo dolore, ma anche voglia di respirare.

Noa era entrata nel tunnel della depressione, dell’anoressia. Aveva subito trattamenti invasivi come l’elettroshock. Parole slegate tra di loro se non si guarda alla persona, se non si accoglie l’altro, se non lo si prende sulle proprie spalle. Una società per dirsi civile, evoluta, dovrebbe fare proprio questo: proteggere, aiutare chi più debole, indifeso, fragile. Questo ovviamente ha un costo. Costa in termini di strategia, persone, investimenti, risorse, e in questo senso un’iniezione ha certamente un impatto inferiore. Noa era sfinita. Scriveva di una “sofferenza insopportabile”.

Una ragazza uccisa, calpestata, abbandonata e di fatto ignorata. Ha descritto nel suo libro la lotta per vivere, per sconfiggere mostri e putridume. Voleva aiutare altri ragazzi, chi è più fragile. Sosteneva che nel suo Paese non c’erano strutture in grado di farsi carico chi avesse subito ciò che aveva dovuto affrontare lei.

Sui social ha annunciato la sua decisione di morire, ha spiegato che non si sentiva più viva da “troppo tempo”, di percepire il suo corpo “ancora sporco” e di come la sua scelta fosse consapevole. Poi la faccina con un bacio e il suo saluto: “Con amore, Noa”.

La storia di Noa è un dramma nel dramma. Una ragazza colpita dalla violenza di una socirtà a volte malata che non è stata aiutata e non ha avuto la forza di uscire da un framma troppo grande per una ragazza sola. E lo stato cosa ha fatto per lei? Dapprima l’ha abbandonata poi, lavandosene le mani, l’ha aiutata a morire!

 

 




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