Papa Francesco ed i simboli del Natale

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Papa Francesco ed i simboli del Natale

Durante la catechesi dell’udienza generale in Aula Paolo VI, il Papa chiede di aprire il cuore per dire “sì” a Gesù e di camminare con la voglia di fare il bene proseguendo il ciclo di catechesi dedicate alla speranza cristiana, visibile anche nel presepe che Francesco invita a contemplare.
“Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Abbiamo da poco iniziato un cammino di catechesi sul tema della speranza, quanto mai adatto al tempo di Avvento. A guidarci è stato finora il profeta Isaia. Oggi, a pochi giorni dal Natale, vorrei riflettere in modo più specifico sul momento in cui, per così dire, la speranza è entrata nel mondo, con l’incarnazione del Figlio di Dio. Lo stesso Isaia aveva preannunciato la nascita del Messia in alcuni passi: «Ecco la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio, a lui sarà dato il nome di Emmanuele» (7,14); e anche «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (11,1). In questi brani traspare il senso del Natale: Dio adempie la promessa facendosi uomo; non abbandona il suo popolo, si avvicina fino a spogliarsi della sua divinità. In tal modo Dio dimostra la sua fedeltà e inaugura un Regno nuovo, che dona una nuova speranza all’umanità. E qual è questa speranza? La vita eterna.
Quando si parla di speranza, spesso ci si riferisce a ciò che non è in potere dell’uomo e che non è visibile. In effetti, ciò che speriamo va oltre le nostre forze e il nostro sguardo. Ma il Natale di Cristo, inaugurando la redenzione, ci parla di una speranza diversa, una speranza affidabile, visibile e comprensibile, perché fondata in Dio. Egli entra nel mondo e ci dona la forza di camminare con Lui: Dio cammina con noi in Gesù e camminare con Lui verso la pienezza della vita ci dà la forza di stare in maniera nuova nel presente, benché faticoso. Sperare allora per il cristiano significa la certezza di essere in cammino con Cristo verso il Padre che ci attende. La speranza mai è ferma, la speranza sempre è in cammino e ci fa camminare. Questa speranza, che il Bambino di Betlemme ci dona, offre una meta, un destino buono al presente, la salvezza all’umanità, la beatitudine a chi si affida a Dio misericordioso. San Paolo riassume tutto questo con l’espressione: «Nella speranza siamo stati salvati» (Rm 8,24). Cioè, camminando in questo mondo, con speranza, siamo salvi. E qui possiamo farci la domanda, ognuno di noi: io cammino con speranza o la mia vita interiore è ferma, chiusa? Il mio cuore è un cassetto chiuso o è un cassetto aperto alla speranza che mi fa camminare non da solo, con Gesù?
Nelle case dei cristiani, durante il tempo di Avvento, viene preparato il presepe, secondo la tradizione che risale a san Francesco d’Assisi. Nella sua semplicità, il presepe trasmette speranza; ognuno dei personaggi è immerso in questa atmosfera di speranza.
Prima di tutto notiamo il luogo in cui nacque Gesù: Betlemme. Piccolo borgo della Giudea dove mille anni prima era nato Davide, il pastorello eletto da Dio come re d’Israele. Betlemme non è una capitale, e per questo è preferita dalla provvidenza divina, che ama agire attraverso i piccoli e gli umili. In quel luogo nasce il “figlio di Davide” tanto atteso, Gesù, nel quale la speranza di Dio e la speranza dell’uomo si incontrano.
Poi guardiamo Maria, Madre della speranza. Con il suo “sì” ha aperto a Dio la porta del nostro mondo: il suo cuore di ragazza era pieno di speranza, tutta animata dalla fede; e così Dio l’ha prescelta e lei ha creduto alla sua parola. Colei che per nove mesi è stata l’arca della nuova ed eterna Alleanza, nella grotta contempla il Bambino e vede in Lui l’amore di Dio, che viene a salvare il suo popolo e l’intera umanità. Accanto a Maria c’è Giuseppe, discendente di Iesse e di Davide; anche lui ha creduto alle parole dell’angelo, e guardando Gesù nella mangiatoia, medita che quel Bambino viene dallo Spirito Santo, e che Dio stesso gli ha ordinato di chiamarlo così, “Gesù”. In quel nome c’è la speranza per ogni uomo, perché mediante quel figlio di donna, Dio salverà l’umanità dalla morte e dal peccato. Per questo è importante guardare il presepe!
E nel presepe ci sono anche i pastori, che rappresentano gli umili e i poveri che aspettavano il Messia, il «conforto di Israele» (Lc 2,25) e la «redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38). In quel Bambino vedono la realizzazione delle promesse e sperano che la salvezza di Dio giunga finalmente per ognuno di loro. Chi confida nelle proprie sicurezze, soprattutto materiali, non attende la salvezza da Dio. Mettiamoci questo in testa: le nostre sicurezze non ci salveranno; l’unica sicurezza che ci salva è quella della speranza in Dio. Ci salva perché è forte e ci fa camminare nella vita con gioia, con la voglia di fare il bene, con la voglia di diventare felici per l’eternità. I piccoli, i pastori, invece confidano in Dio, sperano in Lui e gioiscono quando riconoscono in quel Bambino il segno indicato dagli angeli (cfr Lc 2,12).
E proprio il coro degli angeli annuncia dall’alto il grande disegno che quel Bambino realizza: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14). La speranza cristiana si esprime nella lode e nel ringraziamento a Dio, che ha inaugurato il suo Regno di amore, di giustizia e di pace.
Cari fratelli e sorelle, in questi giorni, contemplando il presepe, ci prepariamo al Natale del Signore. Sarà veramente una festa se accoglieremo Gesù, seme di speranza che Dio depone nei solchi della nostra storia personale e comunitaria. Ogni “sì” a Gesù che viene è un germoglio di speranza. Abbiamo fiducia in questo germoglio di speranza, in questo sì: “Sì, Gesù, tu puoi salvarmi, tu puoi salvarmi”. Buon Natale di speranza a tutti!
Alla luce di un recente incontro che ho avuto con il Presidente e il Vice-Presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo, rivolgo nuovamente un accorato appello a tutti i congolesi perché, in questo delicato momento della loro storia, siano artefici di riconciliazione e di pace. Coloro che hanno responsabilità politiche ascoltino la voce della propria coscienza, sappiano vedere le crudeli sofferenze dei loro connazionali e abbiano a cuore il bene comune. Nell’assicurare il mio sostegno e il mio affetto all’amato popolo di quel Paese, invito tutti a lasciarsi guidare dalla luce del Redentore del mondo e prego affinché il Natale del Signore apra cammini di speranza.
Nel clima di gioiosa attesa del Natale ormai vicino, mi è gradito salutare con affetto i fedeli di lingua italiana. Saluto l’Associazione Genitori di Stelle, con il Vescovo di Avezzano, Mons. Pietro Santoro; la delegazione del Comune di Bolsena e i membri dell’AssoPanificatori di Roma. Saluto gli scouts con la fiaccola della culla della Natività a Betlemme; la Comunità Oasi Mariana Betania di Alvìto e gli studenti, particolarmente quelli dell’Istituto Capriotti di San Benedetto del Tronto. Invito tutti alla preghiera e all’impegno nelle opere di misericordia perché il Natale sia un incontro personale con il Signore e susciti in noi propositi di bene e di solidarietà.
Un saluto speciale rivolgo infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani, preparatevi al mistero dell’Incarnazione con l’obbedienza di fede e l’umiltà che furono di Maria. Voi, cari ammalati, attingete da Lei quella forza e quell’ardore per Gesù che viene tra noi. E voi, cari sposi novelli, contemplate l’esempio della santa Famiglia di Nazaret, per praticare le stesse virtù nel vostro cammino di vita familiare”.
Non è la prima volta che il Papa ci parla di speranza legata ai simboli del Natale: nel dicembre del 2014 ci aveva detto: “Simboli per credenti e non credenti
Nel presepio e nell’albero, ha spiegato il Pontefice, ritroviamo segni cari e suggestivi per i cristiani , ma anche un messaggio valido per tutti. Parlando dell’albero e del presepe: “Essi richiamano il Mistero dell’incarnazione, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo per salvarci, e la luce che Gesù ha portato al mondo con la sua nascita. Ma il presepe e l’albero toccano il cuore di tutti, anche di coloro che non credono, perché parlano di fraternità, di intimità e di amicizia, chiamando gli uomini del nostro tempo a riscoprire la bellezza della semplicità, della condivisione e della solidarietà”
Dunque un invito all’unità, alla concordia e alla pace e a fare posto a Dio nella nostra vita
“Il quale non viene con arroganza ad imporre la sua potenza, ma ci offre il suo amore onnipotente attraverso la fragile figura di un Bimbo. Il presepe e l’albero portano quindi un messaggio di luce, di speranza e di amore”
“Seguiamo Lui, Luce vera per non smarrirci e per riflettere a nostra volta luce e calore su quanti attraversano momenti di difficoltà e di buio interiore”.
Natale e il presepe ci riportano a ciò che ciascuno di noi ha di più caro sulla Terra, la famiglia. Al centro della scena c’è la Santa Famiglia: Maria, Giuseppe e Gesù in fasce. La Madre di Dio è solitamente vestita di rosa e azzurro, due colori che rimandano a due appellativi della Vergine, “rosa mistica” e “madre celeste”. Maria ha un volto riflessivo, infatti “meditava queste cose nel suo cuore” (Lc 2,19). La meditazione della Madre di Dio è proprio l’atteggiamento che bisogna seguire davanti al presepe: “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani” dice la Parola (Dt 32,7) e ancora: “Rifletti sui precetti del Signore, medita sempre sui suoi comandamenti; egli renderà saldo il tuo cuore,e il tuo desiderio di sapienza sarà soddisfatto (Sir 6, 37). Nella tradizione napoletana Giuseppe ha invece una veste viola e un mantello giallo ocra, che indicano rispettivamente il suo stato coniugale e l’appartenenza al popolo ebraico. Al contrario di Maria che è spesso raffigurata in ginocchio, Giuseppe è in piedi, appoggiato al bastone che è immagine della saggezza ma anche della giustizia (Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza, Sal 22,4)[1]. Nella scrittura Giuseppe è il Giusto. Ha compreso davvero cosa sia la giustizia di Dio, contraria a quella degli uomini che avrebbero voluto che ripudiasse Maria. Ma Giuseppe si è appoggiato a quel bastone, ha cercato conforto in Dio che gli ha detto, come alla Vergine: “Non temere”). Sulla mangiatoia giace Gesù bambino. Anche la mangiatoia ha un significato ben preciso: secondo un’interpretazione non era soltanto un segno della miseria e umiltà che dovevano accompagnare la nascita di Cristo ma era soprattutto un simbolo profetico del suo futuro destino. La mangiatoia è fatta per contenere il cibo e Gesù sarà il cibo di quelli che crederanno in lui. Anche le fasce che avvolgono Gesù prefigurano la sua morte (Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei, Gv 19,40) e allo stesso tempo la sua resurrezione (Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto, Lc 24,12). La Santa Famiglia nel presepe è inoltre immagine della Trinità, è la rappresentazione terrena dell’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Un trionfo di amore, una corrispondenza di sguardi che diventa il punto di gravità di tutta la scena.
E poi i simboli del fiume, del pozzo, della fontana. Il fiume nel presepe è segno del fonte battesimale, ricorda il Giordano nelle cui acque sarà battezzato Gesù. L’irruenza del fiume che scorre attraverso il presepe è quella del Signore nella nostra vita. L’acqua di questo fiume è sempre alimentata, non finisce mai come dicono i profeti: “Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati” (Is 66,12). Anche il pozzo è bene sia presente in ogni presepe. Rappresenta infatti, come la grotta, i nostri peccati più profondi, tutto ciò di cui ci scandalizziamo. Non pensiamo ci possa essere dell’acqua tanto è profondo (Il quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso, Ap 9,1). E invece in questa santa notte Cristo scende negli abissi e fa sì che attingiamo a questa fonte di vita eterna (Gli disse la donna: Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Gv 4,11). La terza presenza dell’acqua nel presepe è la fontana, che nei secoli moderni molte tradizioni hanno “animato” attraverso meccanismi di vario tipo. Al contrario del fiume dove l’acqua scorre sempre, e del pozzo dov’è statica, nella fontana quest’acqua può essere aperta o chiusa: è il nostro amore per Dio che siamo liberi di aprire o chiudere. Dio ci ha dato questa libertà. Ma come lo sposo alla sposa freme perché noi ci apriamo a lui: “Giardino chiuso tu sei sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata (CdC 4,12). Tutti e tre gli elementi che hanno a che fare con l’acqua sono ricordati nella Scrittura: “Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano”.
Tutto può essere conosciuto ma non tutto può essere compreso: gli stessi misteri della fede ci spingono a indagare sulla loro ragionevolezza ma non possiamo esigere di comprenderli fino in fondo. L’approccio alla Verità non può ridursi alla dimensione intellettuale: Dio non ci giudicherà in base alla nostra conoscenza, quanto all’apertura del nostro cuore al mistero.




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