Papa Francesco ed i nuovi profeti

Un richiamo alla necessità di nuovi profeti nella Chiesa giunge dall’omelia di Papa Francesco durante la Messa celebrata a Santa Marta.
«La Chiesa ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti», cioè «uomini di speranza», sempre «diretti» e mai «tiepidi», capaci di dire al popolo «parole forti quando vanno dette» e di piangere insieme se necessario. Ecco il profilo del profeta delineato da Papa Francesco nella messa celebrata martedì 17 aprile a Santa Marta. All’omelia il Pontefice ha proposto un vero e proprio «test» per riconoscere il profeta autentico. Che, ha spiegato, non è un annunciatore «di sventure» o «un giudice critico» e nemmeno «un rimproveratore per ufficio». Piuttosto è un cristiano che «rimprovera quando è necessario», sempre «spalancando le porte» e rischiando di persona anche «la pelle» per «la verità» e per «risanare le radici e l’appartenenza al popolo di Dio».
«Nella prima lettura c’è il racconto del martirio di Stefano» ha fatto subito presente il Papa riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (7,51 – 8,1). «È la fine di una lunga storia che prende due capitoli del libro» e «finisce così». Una storia, ha puntualizzato Francesco, che «incomincia quando alcuni della sinagoga dei liberti, vedendo le cose, i prodigi e la sapienza con la quale parlava Stefano, sono andati da lui per discutere; e lui discuteva con loro». Ma «loro non potevano tener testa alla sapienza e allo spirito con cui parlava, e invece di riconoscere le argomentazioni, combinarono alcune calunnie e portarono Stefano in tribunale».
«Lì in tribunale appena entrato, la gente che era lì vide il suo volto come quello di un angelo: trasparente, forte, luminoso». E così «Stefano incominciò a parlare loro, ma dall’inizio, e raccontò tutta la storia del popolo ebreo: Stefano non voleva discutere sull’oggi soltanto; voleva risanare le radici di quella gente che era chiusa, che aveva dimenticato la storia».
Per questa ragione «fa questa lunga spiegazione nel capitolo settimo di tutta la storia di Israele, ma alla fine si accorge che quella gente era chiusa, non voleva ascoltare». Infatti, ha insistito il Papa, «era chiusa nei suoi pensieri e Stefano rimprovera loro come anche Gesù aveva rimproverato il popolo e quasi con le stesse parole: “Testardi e incirconcisi nel cuore — cioè pagani perché avete dimenticato le radici — e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo». Come a dire: «Voi non siete coerenti con la vita che viene dalle vostre radici».
Stefano «racconta che anche i profeti sono stati perseguitati dai “vostri padri”, cioè da coloro che come voi avevano le radici secche». Il passo degli Atti fa notare che «all’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro: si sono arrabbiati al massimo e digrignavano i denti contro Stefano».
E questo atteggiamento, «fa vedere la passione scatenata: quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione, come si è scatenata, poi, dopo la morte di Stefano verso tutta la comunità di Gerusalemme».
Gli Atti raccontano anche la reazione di Stefano: «Pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”». Così, ha spiegato il Papa, «quel volto di angelo che aveva all’inizio si trasforma in contemplazione e vide Dio».
Ma gli Atti testimoniano che, ascoltate le parole di Stefano, i suoi interlocutori «gridando a gran voce si turarono le orecchie». Ed «era un gesto per dire; “questo non voglio ascoltarlo”. Un gesto molto significativo» per affermare; «non voglio ascoltare queste parole che sembrano una bestemmia, perché il mio cuore non vuole ascoltare, è chiuso all’ascolto della parola». E non finisce qui, riferiscono ancora gli Atti, perché «si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo: così finisce la vita di un profeta».
Del resto, ha proseguito il Pontefice, «i profeti sempre hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità, e la verità è scomoda, non è piacevole tante volte». Sempre «i profeti hanno incominciato a dire la verità con dolcezza, per convincere, come Stefano, ma alla fine non essendo ascoltati hanno parlato duro». E «anche Gesù ha detto quasi le stesse parole di Stefano: “ipocriti”».
«Qual è, per me, il test che un profeta quando parla forte dice la verità?» è stata allora la questione posta dal Papa. «È quando — ha risposto — questo profeta è capace non solo di dire, ma di piangere sul popolo che ha abbandonato la verità». E infatti «Gesù da una parte rimprovera con quelle parole dure — “generazione perversa e adultera” dice ad esempio — e dall’altra parte pianse su Gerusalemme». Proprio «questo è il test: un vero profeta è quello che è capace di piangere per il suo popolo e anche di dire le cose forti quando deve dirle. Non è tiepido, sempre è così, diretto».
Per questo, ha proseguito Francesco, «il vero profeta non è un “profeta di sventure” come diceva san Giovanni XXIII», ma «un profeta di speranza: aprire porte, risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti». Dunque «non è per ufficio un rimproveratore», anzi «è un uomo di speranza: rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza». Oltretutto «il vero profeta, se fa bene il suo mestiere, si gioca la pelle e lo vediamo qui, Stefano».
Gli Atti degli apostoli narrano che «alla fine i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo e questo Saulo approvava l’uccisione» di Stefano». In realtà «Saulo aveva dimenticato il significato della propria radice, conosceva la legge bene, ma qui — ha detto il Papa battendosi il petto a indicare il cuore — l’aveva dimenticata qui». Ed ecco che «poi il Signore tocca il cuore» di Saulo «e noi sappiamo cosa è successo dopo».
, ha rilanciato il Pontefice, che «ci fa ricordare una bella frase detta da uno dei primi padri della Chiesa: “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”». E «qui, con questo fine, muore Stefano, lapidato per essere coerente con la verità e l’appartenenza al suo popolo. E sembra dare la fiaccola» a Saulo, in quel momento «ancora nemico, che era lì ma al quale Signore parlerà e farà vedere la verità». E «questo è il seme: il seme di Stefano, il seme di un martire, il seme dei nuovi cristiani».
«La Chiesa ha bisogno dei profeti» ha affermato il Vescovo di Roma, aggiungendo: «Dirò di più, ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti: non critici, questa è un’altra cosa», perché non è certo un profeta che si erge sempre a «giudice critico, al quale non piace niente: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così…”». Invece «il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange — è capace di piangere sul popolo — ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità».
«Chiediamo al Signore che non manchi alla Chiesa questo servizio della profezia e che ci invii profeti come Stefano che aiutino a rinvigorire le nostre radici, la nostra appartenenza, per andare sempre avanti».
Ma analizziamo cosa vuol dire avere il dono della profezia ed essere profeti.
Il dono della profezia sembra essere stato un dono temporaneo dato da Cristo per stabilire la chiesa. I profeti erano alla base della chiesa (Efesini 2:20). Il profeta proclamava un messaggio del Signore ai primi credenti. Alcune volte il messaggio di un profeta era rivelatore (nuova rivelazione e verità di Dio), e a volte il messaggio di un profeta era premonitore (vedi Atti 11:28 e 21:10). I primi cristiani non possedevano la Bibbia completa, ed alcuni di loro non avevano accesso ad alcuno dei libri del Nuovo Testamento. I profeti del Nuovo Testamento “colmavano le lacune” proclamando il messaggio di Dio alle persone che altrimenti non ne avrebbero avuto accesso. L’ultimo libro del Nuovo Testamento (Apocalisse) fu completato solo alla fine del primo secolo, così il Signore ha mandato profeti per proclamare la Parola di Dio alla Sua gente.
Per aiutare il suo popolo, Dio manda i profeti, persone che parlano in suo nome e attraverso i quali Dio manifesta al popolo la propria volontà.
Loro compito principale è alimentare e sostenere la fede di Israele richiamando il popolo, che se ne è allontanato, alla obbedienza e all’amore verso Jahvè.
Nel canone della Bibbia si trovano i libri profetici, intitolati al profeta di cui raccolgono l’insegnamento, mentre la storia e le parole di altri profeti sono ricordate in alcuni libri storici. E’ questo il caso di grandi personaggi, quali Elia, Eliseo e Samuele, che sono all’origine del movimento profetico.
Dio sceglie e chiama chi vuole, non tenendo conto di differenze culturali o sociali, e affida al profeta un incarico temporaneo oppure, come nella maggioranza dei casi, permanente.
Per descrivere la chiamata da parte di Dio, la Sacra Scrittura usa i verbi parlare, apparire, vedere e parla spesso di visione profetica, che il profeta riceve attraverso sogni durante il sonno e, da sveglio, grazie a visioni e intuizioni.
Alla chiamata da parte di Dio il profeta non può resistere, anche se Dio gli comunica le difficoltà che egli incontrerà nel suo cammino; nonostante le umiliazioni, i maltrattamenti e l’incredulità cui va incontro, l’assoluta certezza che la missione intrapresa si fonda sulla Parola di Dio lo sostiene e lo rende sicuro circa le verità che annuncia.
Dopo aver risposto alla chiamata, e per essere credibile presso il popolo, il profeta deve dimostrare, con il proprio comportamento, una fede in Dio sicurissima; la sua maggiore preoccupazione è cercare la gloria di Jahvè, liberandosi da ogni avarizia e difendendo i poveri e i deboli ed aiutarli nel cammino di vita ricco di Fede e verso la Terra Promessa.




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