Papa Francesco – Santa Marta – No alla cultura dell’indifferenza

Papa Francesco – Nell’appuntamento del mattino con la Messa a Santa Marta, Papa Francesco è ritornato a parlare della cultura dell’indifferenza.
Oggi viviamo un tempo di scelte e di richiamo all’azione, temi che interpellano ciascuno di noi e che sono ricorrenti nell’enciclica Laudato Si’. È tempo di sottolineare l’importanza dell’assunzione di responsabilità, a ogni livello, a partire dal nostro, personale, per contrastare la cultura dell’indifferenza e dello scarto.

Dobbiamo raccogliere le sfide che vengono da un mondo che sta attraversando una crisi profondissima di valori oltre che finanziaria, economica, sociale. Dice chiaramente l’Enciclica: “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale” (LS 139). È dunque necessario che ci poniamo in un atteggiamento di ascolto e di riflessione, al fine di identificare i principi su cui basarci e le priorità da perseguire. Ma quale comunità internazionale è chiamata a queste sfide? È una comunità divisa, in preda alle tensioni ed ai conflitti, spinta spesso più dalla paura che dalla ricerca di una nuova e ampia prospettiva per il bene dell’umanità. È in questo scenario che irrompe la proposta di Papa Francesco, che spinto da una “una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta” (LS 19), ci ricorda il destino dei più poveri. Tutto è legato, afferma il Papa, e ci chiede, come comunità cristiana, di assumere un atteggiamento attivo e concreto, in unione con “tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale” (LS 13). Una prospettiva di mondialità, di inter-connessione dei fenomeni, di carità intelligente.

Il Papa parla, infatti, dell’indifferenza e afferma che essa se da una parte caratterizza sempre più le società di oggi, dall’altra appare una reale tentazione anche per i cristiani. Si tratta di un’attitudine egoistica, per cui ci dimentichiamo degli altri, non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono, che ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. È questa una delle sfide più urgenti! Per non cedere a questa malattia e non chiuderci in noi stessi si richiede da parte nostra l’impegno a vivere un tempo di rinnovamento.

Papa Francesco nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta commenta il Vangelo della moltiplicazione dei pani.
“Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore” viene da Dio, ricorda il Papa citando le parole di San Giovanni nella Prima lettura. E l’apostolo spiega “come si è manifestato l’amore di Dio in noi”: “Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi abbiamo la vita per mezzo di lui”. “Questo è il mistero dell’amore – chiarisce Francesco – Dio ci ha amati per primo. Lui ha fatto il primo passo”. Un passo “verso l’umanità che non sa amare”, che “ha bisogno delle carezze di Dio per amare”, della testimonianza di Dio. “E questo primo passo che ha fatto Dio è il suo Figlio: lo ha inviato per salvarci e dare un senso alla vita, per rinnovarci, per ricrearci”.
A seguire il Pontefice guarda al brano del Vangelo di Marco sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. “Perché Dio ha fatto questo? – si domanda – Per ‘compassione’”. Compassione della grande folla che vede scendendo dalla barca, sulle rive del lago di Tiberiade, perché erano soli, sottolinea Papa Francesco: “erano come pecore che non hanno pastore”.
Il cuore di Dio, il cuore di Gesù si commosse, e vede, vede quella gente, e non può restare indifferente. L’amore è inquieto. L’amore non tollera l’indifferenza. L’amore ha compassione. Ma compassione significa mettere il cuore in gioco; significa misericordia. Giocare il proprio cuore verso gli altri: è questo l’amore. L’amore è mettere il cuore in gioco per gli altri.
Quindi il Papa descrive la scena di Gesù che insegna “molte cose” alla gente e i discepoli, alla fine, si annoiano, “perché Gesù diceva sempre le stesse cose”. E mentre Gesù insegna “con amore e compassione”, forse cominciano “a parlare tra loro”. Alla fine guardano l’orologio: “Ma è tardi…”. E Francesco cita ancora l’evangelista Marco: “Ma Maestro, il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”. Praticamente dicono “che si arrangino” e che comprino loro il pane. “Ma noi stiamo sicuri loro sapevano di avere pane per loro, e volevano custodire quello. È l’indifferenza”.
Ai discepoli non interessava la gente: interessava Gesù, perché gli volevano bene. Non erano cattivi: erano indifferenti. Non sapevano cosa fosse amare. Non sapevano cosa fosse compassione. Non sapevano cosa fosse indifferenza. Hanno dovuto peccare, tradire il Maestro, abbandonare il Maestro, per capire il nocciolo della compassione e della misericordia. E Gesù, la risposta è tagliente: “Voi stessi date loro da mangiare”. Prenditi carico di loro. Questa è la lotta fra la compassione di Gesù e l’indifferenza, l’indifferenza che si ripete nella storia sempre, sempre… Tante gente che è buona, ma non capisce i bisogni altrui, non è capace di compassione. È gente buona, forse perché non è entrato l’amore di Dio nel loro cuore o non lo hanno lasciato entrare.
Il Papa descrive poi una foto che è sulle pareti dell’Elemosineria Apostolica: “uno scatto spontaneo che ha fatto un bravo ragazzo romano e lo ha offerto all’Elemosineria”. L’ha scattata Daniele Garofani, oggi fotografo de “L’Osservatore Romano”, di ritorno da un servizio di distribuzione pasti ai senzatetto con il cardinal Krajewski. E’ una notte di inverno “si vedeva per il modo di vestire della gente” spiega il Papa, che usciva “da un ristorante”. “Gente tutta ben coperta” e soddisfatta: “avevano mangiato, erano fra gli amici”. E lì, prosegue Francesco nella descrizione della foto, “c’era una senzatetto, sul pavimento, che fa così…” e mima il gesto della mano tesa a chiedere l’elemosina. Il fotografo, racconta ancora il Pontefice “è stato capace di scattare nel momento nel quale la gente guarda da un’altra parte, perché gli sguardi non si incrocino”. Questa, commenta Papa Francesco, “è la cultura dell’indifferenza. Questo è quello che hanno fatto gli Apostoli”. “Congedali, che vadano per le campagne, al buio, con la fame. Che si arrangino: è problema loro”. “Noi ne abbiamo: cinque pani e due pesci per noi”.
“L’amore di Dio sempre va per primo è amore di compassione, di misericordia”. È vero che l’opposto dell’amore è l’odio, ma in tanta gente non c’è “un odio cosciente”.
L’opposto più quotidiano all’amore di Dio, alla compassione di Dio, è l’indifferenza: l’indifferenza. “Io sono soddisfatto, non mi manca nulla. Ho tutto, ho assicurato questa vita, e anche l’eterna, perché vado a Messa tutte le domeniche, sono un buon cristiano”. “Ma, uscendo dal ristorante, guardo da un’altra parte”. Pensiamo: questo Dio che dà il primo passo, che ha la compassione, che ha misericordia e tante volte noi, il nostro atteggiamento è l’indifferenza. Preghiamo il Signore perché guarisca l’umanità, cominciando da noi: che il mio cuore guarisca da questa malattia che è la cultura dell’indifferenza.
Dunque il concetto è chiaro: siamo chiamato a partire dalla riscoperta dell’amore di Dio per noi e dalla consapevolezza che in Lui è possibile vivere il dono di una vita nuova siamo chiamati a darci da fare per impedire che quel dono, seminato in noi, abbia a soffocare. L’invito è, perciò, ad avere cura della vita di Dio in noi! Non possiamo sperperare la salvezza operata dal Signore! Troppe volte viviamo con superficialità; figli della cultura relativistica pensiamo che le nostre scelte siano indifferenti; non solo non lo sono, ma a volte possono determinare effetti non rimediabili anche per gli altri!
La cultura dell’indifferenza, pur essendo di fatto comoda, è avvilente e pian piano uccide l’anima. Quella della compassione allarga i cuori e li rende più capaci di amare!

Alla fine della celebrazione, Francesco invia un cordiale saluto a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, per il suo ottantesimo compleanno, e lo ringrazia “per lo zelo apostolico con il quale lavora nella Chiesa”.




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