Papa Francesco: servono cristiani coraggiosi

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Papa – All’udienza generale in Aula Paolo VI, Francesco riprende le catechesi sulla preghiera dopo il ciclo sulla cura del Creato nel mondo ferito dalla pandemia.

Papa Francesco all’udienza generale in Aula Paolo VI, riprende le catechesi sulla preghiera ispirandosi all’esperienza di Elia.
“Abbiamo bisogno dello spirito di Elia”, uomo di vita contemplativa e allo stesso tempo attiva, “capace di scagliarsi contro il re e la regina, dopo che questi avevano fatto uccidere Nabot per impossessarsi della sua vigna”.
I cristiani sono, quindi, chiamati a non vivere “una dicotomia”. Bisogna stare davanti al Signore, sostiene, e anche andare incontro ai fratelli a cui ci invia. La preghiera non è un rinchiudersi con il Signore per truccarsi l’anima: no, questo non è preghiera. Questa è finta di preghiera. La preghiera è un confronto con Dio e un lasciarsi inviare a servire i fratelli. Il banco di prova della preghiera è l’amore concreto per il prossimo. E viceversa: i credenti agiscono nel mondo dopo aver prima taciuto e pregato; altrimenti la loro azione è impulsiva, è priva di discernimento, è un correre affannoso senza meta. E quando i credenti fanno così, fanno tante ingiustizie perché non sono andati prima dal Signore a pregare, a discernere cosa devono fare.

Con questa catechesi, Papa Francesco riprende dunque le riflessioni sulla preghiera interrotto a fine giugno per la pausa estiva e poi per il ciclo dedicato a come guarire il mondo dalla pandemia, iniziato il 5 agosto scorso.

La Scrittura – spiega il Papa – presenta Elia come “un uomo dalla fede cristallina”, un uomo integerrimo, “incapace di compromessi meschini”, che nonostante le prove, rimane fedele a Dio.

“Nel suo stesso nome che potrebbe significare ‘Jahvè è Dio’ è racchiuso il segreto della sua missione”, nota ancora Francesco, ricordando come il suo simbolo sia il fuoco e come Elia sia l’esempio di tutte le persone di fede che conoscono tentazioni e sofferenze, “ma non vengono meno all’ideale per cui son nate”.

La fede di Elia, prosgue il Papa, sembra conoscere un progresso fino a raggiungere il suo culmine nell’esperienza sul monte Oreb quando Dio si manifesta a lui non in una tempesta impetuosa o in un terremoto, ma “nel mormorio di un vento leggere”. “O meglio – aggiunge a braccio – una traduzione che riflette bene quell’esperienza: in un filo di silenzio sonoro”. Un segno umile, dunque, con cui Dio comunica con Elia che in quel momento è fuggiasco e pensava di aver fallito, facendo tornare la pace nel suo cuore: Questa è la vicenda di Elia, ma sembra scritta per tutti noi. In qualche sera possiamo sentirci inutili e soli. È allora che la preghiera verrà e busserà alla porta del nostro cuore. Un lembo del mantello di Elia lo possiamo raccogliere tutti noi, come ha raccolto la metà del mantello il suo discepolo Eliseo. E anche se avessimo sbagliato qualcosa, o ci sentissimo minacciati e impauriti, tornando davanti Dio con la preghiera, ritorneranno come per miracolo anche la serenità e la pace. Questo è quello che ci insegna l’esempio di Elia.

La preghiera, osserva ancora Papa Francesco, è “la linfa che alimenta la sua esistenza” tanto da farne uno dei personaggi più cari alla tradizione monastica e da farlo eleggere da alcuni come “padre spirituale della vita consacrata a Dio”. Elia è “l’uomo di Dio, che si erge a difensore del primato dell’Altissimo” ma – evidenzia il Papa – è anche costretto a fare i conti con le sue fragilità. “Nell’animo di chi prega, il senso della propria debolezza è più prezioso dei momenti di esaltazione”, spiega ancora Francesco, ricordando che ci sono “momenti di preghiera che noi sentiamo che ci tirano su, anche di entusiasmo, e momenti di preghiera di dolore, di aridità, di prove”. “La preghiera – ripete – è così: lasciarsi portare da Dio e lasciarsi anche bastonare da situazioni brutte e anche dalle tentazioni”.

Elia, “uno dei personaggi più avvincenti di tutta la Sacra Scrittura”, travalica poi i confini di ogni epoca, tanto che, ricorda il pontefice, lo troviamo anche nel Vangelo quando compare al fianco di Gesù, assieme a Mosè, nella Trasfigurazione conclude il Papa.

Elia è il profeta del Dio vivente: il suo nome stesso, che significa: “Jhwh è Dio”, è il vero programma della sua vita. È davvero uno dei più grandi uomini dell’Antico Testamento: l’uomo che sta alla Presenza del suo Dio. Lo zelo (cioè l’ardore) è il tratto essenziale della sua fisionomia e il suo simbolo il fuoco (Sir 48, 1). Il racconto biblico lo fa apparire, più di una volta, quasi all’improvviso, come una folgore, per trasmettere la parola di Dio.

Nativo di Tisbe, Dio lo aveva mandato al Re di Samaria, Acab, che si era reso gravemente colpevole, istigato dalla perversa moglie Gezabele, per aver servito l’idolo Baal, e per essersi prostrato dinanzi a lui. Gli aveva eretto anche un altare e un palo sacro, irritando così il Signore Dio d’Israele, più di tutti i suoi predecessori. Per questo l’ira del Signore si era scatenata su di lui facendo risuonare la parola punitrice del profeta: “Per la vita di Jhwh, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto: in questi anni non ci sarà né rugiada, né pioggia, fino a quando io lo dirò” (I Re, 17, 1ss).

Perseguitato per questo da Acab, Elia, sempre per volere di Dio, rimane nascosto presso il torrente Cherit, nel folto verdeggiante e nelle grotte che si trovavano sul pendio, mentre i corvi gli portavano da mangiare. Egli beveva al torrente, che presto però si prosciugò; seguendo sempre la voce del Signore Elia cercò rifugio a Sarepta, a sud di Sidone, recandosi da una vedova, per avere un po’ di cibo. Così questa donna, che praticava la grande virtù orientale dell’ospitalità, gli offrì il poco cibo che le rimaneva, vedendo con gioia la moltiplicazione della farina e dell’olio nella giara; vide anche con stupore che il suo unico figlioletto morto, per la preghiera di intercessione del profeta, era ritornato in vita. Gezabele, la malvagia moglie di Acab, aveva meditato la sua vendetta contro Elia. Ella che era figlia del Re di Tiro e sacerdote di Astarte, vedeva nella sua religione un mezzo per civilizzare tutta la Samaria. Ordinò dunque un giorno un massacro generale dei profeti di Jhwh, a cui poterono sfuggire solo un centinaio di persone, per la protezione di Abdia, maestro di palazzo, che seguiva il vero Dio, Jhwh. Elia trascorse a Sarepta tre lunghi anni, quando Dio stesso gli si rivolse ancora, per mandarlo ad Acab e far cessare la tremenda siccità. Lo scontro fra i due personaggi è forte e tagliente. Elia ordina allora ad Acab di convocare sul Carmelo il popolo d’Israele e la comunità dei 450 profeti di Baal, sostenuti dalla regina Gezabele. Vengono così a confronto due visioni religiose: quella del Dio vivente e quella di Baal di Tiro. La scena è davvero drammatica. Elia, che si proclama l’unico profeta rimasto fedele a Jhwh, lancia la sfida inesorabile, rimproverando il popolo per la sua incoerenza: si tratta di decidere chi è Dio. Se lo è Jhwh, Baal non solo è superato, ma neppure esiste. L’evento è pieno di umorismo, nelle parole di Elia ai profeti e nei suoi stessi gesti (I Re 18, 19).

Ed ecco che la voce dei profeti di Baal, che gridano e danzano, ebbri fino al delirio, intorno all’altare posto al centro, invocando il loro Dio, rimane inascoltata: Elia, dopo averli espressamente derisi, “prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe. Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto… dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: “Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulle pietre”. Lo fece fare per tre volte. La risposta di Dio alla voce di Elia che gli si era rivolto per essere esaudito nella sua richiesta è bellissima e quanto mai incisiva: “Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tale vista tutti, prostrandosi a terra dissero: “Il Signore è Dio, il Signore è Dio!”. Immediatamente Elia ordina alla folla di afferrare i profeti di Baal per ucciderli. L’idolatria è vinta!




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