Vaticano-Catechesi sulle Beatitudini: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati (Mt 5,4)

Vaticano-Una preghiera al Signore perché ci renda uomini e donne di misericordia e compassione, aperti all’amore generoso, attraverso il “sorriso”, la “vicinanza”, il “servizio” e “anche” il pianto.

Papa Francesco all’udienza generale in Aula Paolo VI, prosegue la riflessione sulle Beatitudini. Il Pontefice si sofferma sulla seconda, “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”, e riflette sul “dolore interiore che apre ad una relazione con il Signore e con il prossimo”, una relazione “rinnovata”, perché si piange “da dentro”

 

“Cari fratelli e sorelle, buongiorno!” ha esordito con il consueto saluto il Pontefice: “Abbiamo intrapreso il viaggio nelle Beatitudini e oggi ci soffermiamo sulla seconda: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

 

Nella lingua greca in cui è scritto il Vangelo, questa beatitudine viene espressa con un verbo che non è al passivo – infatti i beati non subiscono questo pianto – ma all’attivo: “si affliggono”; piangono, ma da dentro. Si tratta di un atteggiamento che è diventato centrale nella spiritualità cristiana e che i padri del deserto, i primi monaci della storia, chiamavano “penthos”, cioè un dolore interiore che apre ad una relazione con il Signore e con il prossimo; a una rinnovata relazione con il Signore e con il prossimo.

 

Questo pianto, nelle Scritture, può avere due aspetti: il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. L’altro aspetto sono le lacrime per il peccato – per il proprio peccato – , quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo.

 

Si tratta quindi di voler bene all’altro in maniera tale da vincolarci a lui o lei fino a condividere il suo dolore. Ci sono persone che restano distanti, un passo indietro; invece è importante che gli altri facciano breccia nel nostro cuore.

 

Ho parlato spesso del dono delle lacrime, e di quanto sia prezioso.[1] Si può amare in maniera fredda? Si può amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare, ma talvolta ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere. C’è pure da risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui.

 

Il lutto, ad esempio, è una strada amara, ma può essere utile per aprire gli occhi sulla vita e sul valore sacro e insostituibile di ogni persona, e in quel momento ci si rende conto di quanto sia breve il tempo.

 

Vi è un secondo significato di questa paradossale beatitudine: piangere per il peccato.

 

Qui bisogna distinguere: c’è chi si adira perché ha sbagliato. Ma questo è orgoglio. Invece c’è chi piange per il male fatto, per il bene omesso, per il tradimento del rapporto con Dio. Questo è il pianto per non aver amato, che sgorga dall’avere a cuore la vita altrui. Qui si piange perché non si corrisponde al Signore che ci vuole tanto bene, e ci rattrista il pensiero del bene non fatto; questo è il senso del peccato. Costoro dicono: “Ho ferito colui che amo”, e questo li addolora fino alle lacrime. Dio sia benedetto se arrivano queste lacrime!

 

Questo è il tema dei propri errori da affrontare, difficile ma vitale. Pensiamo al pianto di san Pietro, che lo porterà a un amore nuovo e molto più vero: è un pianto che purifica, che rinnova. Pietro guardò Gesù e pianse: il suo cuore è stato rinnovato. A differenza di Giuda, che non accettò di aver sbagliato e, poveretto, si suicidò. Capire il peccato è un dono di Dio, è un’opera dello Spirito Santo. Noi, da soli, non possiamo capire il peccato. È una grazia che dobbiamo chiedere. Signore, che io capisca il male che ho fatto o che posso fare. Questo è un dono molto grande e dopo aver capito questo, viene il pianto del pentimento.

 

Uno dei primi monaci, Efrem il Siro dice che un viso lavato dalle lacrime è indicibilmente bello (cfr Discorso ascetico). La bellezza del pentimento, la bellezza del pianto, la bellezza della contrizione! Come sempre la vita cristiana ha nella misericordia la sua espressione migliore. Saggio e beato è colui che accoglie il dolore legato all’amore, perché riceverà la consolazione dello Spirito Santo che è la tenerezza di Dio che perdona e corregge. Dio sempre perdona: non dimentichiamoci di questo. Dio sempre perdona, anche i peccati più brutti, sempre. Il problema è in noi, che ci stanchiamo di chiedere perdono, ci chiudiamo in noi stessi e non chiediamo il perdono. Questo è il problema; ma Lui è lì per perdonare.

 

Se teniamo sempre presente che Dio «non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Sal 103,10), viviamo nella misericordia e nella compassione, e appare in noi l’amore. Che il Signore ci conceda di amare in abbondanza, di amare con il sorriso, con la vicinanza, con il servizio e anche con il pianto”.

 

Durante i saluti ecco l’appello del Papa per la Siria: “Io vorrei che in questo momento tutti pregassimo per l’amata e martoriata Siria. Tante famiglie, tanti anziani, bambini, devono fuggire dalla guerra. La Siria sanguina da anni. Preghiamo per la Siria”.

Quindi ricordando il coronavirus: “Anche una preghiera per i nostri fratelli cinesi che soffrono questa malattia così crudele. Che trovino la strada della guarigione il più presto possibile”.

 

È tra le beatitudini che meglio esprimono il paradosso delle parole di Gesù: una situazione negativa, che procura afflizione, riconosciuta come motivo di apprezzamento, di rallegramento (“Beati…”), non a motivo di se stessa (del resto come le altre beatitudini), ma per l’intervento risolutore di un altro, in questo caso di Dio.

Nella tradizione biblica la condizione di afflizione, di dolore, è provocata da situazioni diverse: un lutto (cfr Gn 23,3; Dt 34,8; Sir 38,17; Ger 6,26), una catastrofe nazionale (cfr Ne 1,4; Est 4,3; Ger 14,2), la paura del castigo divino (cfr Ger 6,26; Am 5,16; Ap 18,7-19), un’ingiusta oppressione (1Mc 1,25-27; 2,14.39).

Gli afflitti appartengono al gruppo dei poveri che Dio promette di liberare (cfr Is 61,2). Nei vangeli sarà la morte del Messia a procurare l’afflizione ai discepoli (Mc 16,9-10: “Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette demoni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non cedettero”; Gv 16,20:

“In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia””; cfr. Mt 9,15). La consolazione (“saranno consolati”) per le persone afflitte, in pianto, arriva unicamente da Dio: Ap 21,3-4: Egli (Dio) abiterà con loro (gli uomini)… E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”. Nella parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro (cfr Lc16,19-31), il capovolgimento della sorte del mendicante (“ora in questo modo lui è consolato”) è il risultato dell’azione di Dio (“un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo”). Il profeta Isaia, quando descrive l’azione di Dio, parla di consolazione del popolo d’Israele (cfr capp. 40-55, il libro della consolazione).

Dunque la seconda beatitudine annuncia alle persone chi si trovano nell’afflizione la vera felicità, grazie all’azione di Dio che si rivela in Gesù.

Illuminante quanto scrisse il cardinal. Martini: “Nella vita andiamo avanti tra sofferenze e gioie, cercando un equilibrio tra le due esperienze, dal momento che la totalità di gioia non è pensabile e però non sarebbe sopportabile la totalità di sofferenze. L’atteggiamento di Paolo è ben diverso. Per lui non si tratta di cercare un equilibrio tra sofferenze e gioie, ma di vivere le sofferenze e le consolazioni nelle e dalle sofferenze. Si tratta, a mio parere, di un’intuizione formidabile: non sofferenze e gioie come elementi costitutivi del cammino umano, ma sofferenze e consolazioni che vengono dalle tribolazioni in cui si è entrati…Paolo legge nelle sue esperienze di prove personali e comunitari il mistero di morte e risurrezione: entrando nel mistero della morte abbonda in lui il mistero della risurrezione di Gesù, che è vissuto qui come conforto, come consolazione. Ho l’impressione che talora noi ci priviamo della forza che ci deriva dall’entrare nelle sofferenze di Cristo proprio perché, di fronte a esse, tratteniamo il fiato, chiudiamo gli occhi, andiamo avanti lo stesso, senza guardare in faccia in particolare nella preghiera, nel colloquio con Cristo. Così facendo, non le interiorizziamo e le prove rimangono come corpi estranei, non vengono integrate nel nostro cammino e non possono perciò essere trasformate in consolazione… E’ molto significativo parlare di sofferenze di Cristo in noi, perché il pensiero che non si tratta di mie debolezze, di miei insuccessi, di mie sconfitte personali, ma che si tratta delle sofferenze di Cristo in me, dà alle cose un altro aspetto. Comprendo che le sofferenze sono un modo con cui cristo opera in me, che è lui stesso a soffrire della mia debolezza che è condizionata e causata dalle circostanze difficili della mia esistenza cristiana”.

 




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