Vaticano – Papa – Conferenza internazionale sul tema: “Religioni e obiettivi di sviluppo sostenibile”

Papa Francesco – “Vi incoraggio a continuare a lottare per il cambiamento che le circostanze attuali richiedono, perché l’ingiustizia che fa piangere la terra e i poveri non è invincibile”. E’ questo il messaggio di speranza che Papa Francesco ha voluto lanciare ai circa 450 partecipanti alla Conferenza internazionale sul tema: “Religioni e obiettivi di sviluppo sostenibile”, ricevuti nella Sala Clementina.

“Quando parliamo di sostenibilità, non possiamo trascurare l’importanza dell’inclusione e dell’ascolto di tutte le voci, specialmente di quelle normalmente emarginate da questo tipo di discussioni, come quelle dei poveri, dei migranti, degli indigeni, dei giovani. Sono lieto di vedere una varietà di partecipanti a questa Conferenza, portatori di una molteplicità di voci, di opinioni e proposte, che possono contribuire a nuovi percorsi di sviluppo costruttivo. È importante che l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile segua la loro effettiva natura originaria che si vuole inclusiva e partecipativa.

L’Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, approvati da oltre 190 nazioni nel settembre 2015, sono stati un grande passo avanti per il dialogo globale, nel segno di una necessaria «nuova solidarietà universale» (Enc. Laudato si’, 14). Diverse tradizioni religiose, compresa quella cattolica, hanno accolto gli obiettivi di sviluppo sostenibile perché sono il risultato di processi partecipativi globali che, da un lato, riflettono i valori delle persone e, dall’altro, sono sostenuti da una visione integrale dello sviluppo” ha dichiarato Papa Francesco.

Tuttavia, proporre un dialogo su uno sviluppo inclusivo e sostenibile richiede anche di riconoscere che “sviluppo” è un concetto complesso, spesso strumentalizzato. Quando parliamo di sviluppo dobbiamo sempre chiarire: sviluppo di cosa? Sviluppo per chi? Per troppo tempo l’idea convenzionale di sviluppo è stata quasi interamente limitata alla crescita economica. Gli indicatori di sviluppo nazionale si sono basati sugli indici del prodotto interno lordo (PIL). Ciò ha guidato il sistema economico moderno su un sentiero pericoloso, che ha valutato il progresso solo in termini di crescita materiale, per il quale siamo quasi obbligati a sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani.

In realtà, come ha messo in risalto il mio predecessore San Paolo VI, parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone – non solo a pochi – e all’intera persona umana – non alla sola dimensione materiale – (cfr Enc. Populorum progressio, 14). Pertanto, una fruttuosa discussione sullo sviluppo dovrebbe offrire modelli praticabili di integrazione sociale e di conversione ecologica, perché non possiamo svilupparci come esseri umani fomentando crescenti disuguaglianze e il degrado dell’ambiente.

Le denunce di modelli negativi e le proposte di percorsi alternativi non valgono solo per gli altri, ma anche per noi. In effetti, dovremmo tutti impegnarci a promuovere e attuare gli obiettivi di sviluppo che sono sostenuti dai nostri valori religiosi ed etici più profondi. Lo sviluppo umano non è solo una questione economica o che riguarda solo gli esperti, ma è prima di tutto una vocazione, una chiamata che richiede una risposta libera e responsabile (cfr Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 16-17).

E le risposte sono ciò che auspico possa emergere in questa Conferenza: risposte concrete al grido della terra e al grido dei poveri. Impegni concreti per promuovere uno sviluppo reale in modo sostenibile attraverso processi aperti alla partecipazione delle persone. Proposte concrete per facilitare lo sviluppo di chi è nel bisogno, avvalendosi di quella che il Papa Benedetto XVI ha ravvisato come «la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto» (ibid., 42). Politiche economiche concrete che siano incentrate sulla persona e che possano promuovere un mercato ed una società più umani (cfr ibid., 45.47). Misure economiche concrete che prendano seriamente in considerazione la nostra casa comune. Impegni etici, civili e politici concreti per svilupparsi al fianco della nostra sorella terra, e non malgrado essa.

Mi rallegra anche sapere che i partecipanti a questa Conferenza sono disposti ad ascoltare le voci religiose quando discutono sull’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile. In effetti, tutti gli interlocutori di tale dialogo su questa complessa questione sono chiamati in qualche modo ad uscire dalla propria specializzazione per trovare risposte comuni al grido della terra e a quello dei poveri. Nel caso delle persone religiose, abbiamo bisogno di aprire i tesori delle nostre migliori tradizioni in ordine ad un dialogo vero e rispettoso sul modo in cui costruire il futuro del nostro pianeta. I racconti religiosi, sebbene antichi, sono normalmente densi di simbolismo e contengono «una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (Enc. Laudato si’, 70).

In questo senso, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite propone di integrare tutti gli obiettivi attraverso le cinque P : persone, pianeta, prosperità, pace e partnership. So che questa conferenza è anch’essa articolata attorno a queste cinque P.

Accolgo con favore questa impostazione integrata degli obiettivi; essa può servire anche a preservare da una concezione della prosperità basata sul mito della crescita e del consumo illimitati (cfr Enc. Laudato si’, 106), per la cui sostenibilità dipenderemmo solo dal progresso tecnologico. Possiamo ancora trovare alcuni che sostengono ostinatamente questo mito, e dicono che i problemi sociali ed ecologici si risolvono semplicemente con l’applicazione di nuove tecnologie e senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo (cfr ibid., 60).

Un approccio integrale ci insegna che questo non è vero. Se è certamente necessario puntare a una serie di obiettivi di sviluppo, questo non è però sufficiente per un ordine mondiale equo e sostenibile. Gli obiettivi economici e politici devono essere sostenuti da obiettivi etici, che presuppongono un cambiamento di atteggiamento, la Bibbia direbbe un cambiamento di cuore (cfr ibid., 2). Già San Giovanni Paolo II parlò della necessità di «incoraggiare e sostenere una conversione ecologica» (Catechesi, 17 gennaio 2001). Questa è parola forte: conversione ecologica. Qui le religioni hanno un ruolo chiave da svolgere. Per una corretta transizione verso un futuro sostenibile, occorre riconoscere «i propri errori, peccati, vizi o negligenze», occorre «pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro», per essere riconciliati con gli altri, con la creazione e con il Creatore (cfr Enc. Laudato si’, 218).

Se vogliamo dare basi solide al lavoro dell’Agenda 2030, dobbiamo respingere la tentazione di cercare una risposta semplicemente tecnocratica alle sfide – questo non va -; essere disposti ad affrontare le cause profonde e le conseguenze a lungo termine.

Il principio cardine di tutte le religioni è l’amore per i nostri simili e la cura per il creato. Vorrei evidenziare un gruppo speciale di persone religiose, quello delle popolazioni indigene. Sebbene rappresentino solo il 5% della popolazione mondiale, esse si prendono cura di quasi il 22% della superficie terrestre. Vivendo in aree quali l’Amazzonia e l’Artico, aiutano a proteggere circa l’80% della biodiversità del pianeta. Secondo l’UNESCO: «Le popolazioni indigene sono custodi e specialisti di culture e relazioni uniche con l’ambiente naturale. Rappresentano una vasta gamma di diversità linguistiche e culturali nel cuore della nostra comune umanità». Aggiungerei che, in un mondo fortemente secolarizzato, tali popolazioni ricordano a tutti la sacralità della nostra terra. Per questi motivi, la loro voce e le loro preoccupazioni dovrebbero essere al centro dell’attuazione dell’Agenda 2030 e al centro della ricerca di nuove strade per un futuro sostenibile. Ne discuterò anche con i miei fratelli Vescovi al Sinodo della Regione Panamazzonica, alla fine di ottobre di quest’anno.

Cari fratelli e sorelle, oggi, dopo tre anni e mezzo dall’adozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, dobbiamo renderci conto ancora più chiaramente dell’importanza di accelerare e adattare le nostre azioni per rispondere adeguatamente sia al grido della terra sia al grido dei poveri (cfr Enc. Laudato si’, 49): sono collegati.

Le sfide sono complesse e hanno molteplici cause; la risposta pertanto non può che essere a sua volta complessa e articolata, rispettosa delle diverse ricchezze culturali dei popoli. Se siamo veramente preoccupati di sviluppare un’ecologia capace di rimediare al danno che abbiamo fatto, nessuna branca delle scienze e nessuna forma di saggezza dovrebbero essere tralasciate, e ciò include le religioni e i linguaggi ad esse peculiari (cfr ibid., 63). Le religioni possono aiutarci a camminare sulla via di un reale sviluppo integrale, che è il nuovo nome della pace (cfr Paolo VI, Enc. Populorum progressio, 76-77).

Esprimo il mio sentito apprezzamento per i vostri sforzi nella cura per la nostra casa comune, al servizio della promozione di un futuro sostenibile inclusivo. So che a volte potrebbe sembrare un compito troppo arduo. Eppure gli «esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (Enc. Laudato si’, 205). Questo è  il cambiamento che le circostanze attuali richiedono, perché l’ingiustizia che fa piangere la terra e i poveri non è invincibile. Grazie”.

Occorre dunque ritrovare lo slancio iniziale e lavorare con urgenza per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile: in questo orizzonte le religioni possono dare un grande contributo.

In precedenza si era intervenuti anche sull’agenda del 2030

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. Il progetto ingloba 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals, SDGs – in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi, come la lotta alla povertà e il contrasto al cambiamento climatico. Proprio all’agenda 2030 fa riferimento, nel suo intervento, Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, rimarcando che “oggi più che mai” i leader religiosi sono chiamati a diffondere “i valori della pace, della giustizia, della bontà, della bellezza e della fraternità umana”, per superare “la crisi del mondo moderno”, frutto di una “coscienza umana desensibilizzata” e di “un allontanamento dai valori religiosi”. E sulla dimensione dell’urgenza insiste il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. “Non possiamo rimandare l’impegno per la riduzione delle emissioni, per preservare la ricchezza dell’acqua”, precisa, “e dobbiamo fare in modo che nessuno rimanga indietro”.




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