VATICANO – IL CARDINALE SAKO E LA RICERCA DELLA PACE

121

SAKO – Un attacco “sconsiderato e irresponsabile” che colpisce un Paese, l’Iraq, “spaccato” e che guarda con incertezza al futuro, mentre la gente è “stanca e delusa”. È quanto racconta ad AsiaNews il patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako, commentando l’operazione militare a colpi di missili e droni dell’Iran nel nord, nella regione autonoma del Kurdistan, che ha causato diverse vittime fra le quali anche un importante esponente della comunità cristiana. Sono violenze “in atto da tempo”, prosegue il porporato, “che non hanno senso e che non conducono ad alcun risultato se non ad alimentare una situazione di tensione. Non cambiano la realtà, ma la complicano” e si fa sempre più fragile il cammino “del dialogo e della diplomazia” ormai soffocato dal “rumore assordante delle armi”.  “Ogni guerra – avverte – comporta una tragedia umana scioccante e la responsabilità è dei Paesi leader . Tutti i capi devono superare la catena di divisioni, della vendetta, della violenza, dei conflitti e delle guerre”.

Nell’attacco sferrato dalla Repubblica islamica oltre-confine in Iraq, nell’area a maggioranza curda, si registra anche un morto cristiano: si tratta di Mikhail Sridar, membro di una famiglia “autorevole e rispettata” originaria di Mosul, che si era affermato negli anni creando affari da Londra agli Emirati Arabi Uniti. “Cristiani, musulmani – sottolinea il patriarca caldeo – noi non vogliamo fare distinzioni: qui vengono colpiti uomini e donne, fratelli e sorelle che perdono la vita” senza una ragione. “Non sappiamo cosa avessero in mente quelli che hanno attaccato – prosegue – ma ciò che resta sul terreno sono i morti”.

Focolai di tensione che si sommano ai ripetuti raid in atto da tempo della Turchia nel Kurdistan iracheno e che preoccupano lo stesso papa Francesco che oggi, all’udienza del mercoledì, ha espresso “vicinanza e solidarietà alle vittime civili” a Erbil. “Le buone relazioni tra vicini non si costruiscono con simili azioni – ha proseguito il pontefice – ma con il dialogo e la collaborazione. A tutti chiedo di evitare ogni passo che aumenti la tensione in Medio oriente e negli altri scenari di guerra”. Parole di pace e di buon senso, ma che rischiano di perdersi nel frastuono causato dalle bombe e dai missili che, da Gaza al Libano, dalla Siria allo Yemen stanno rendendo la regione un territorio sempre più precario e insicuro.

Questi fronti, riprende il card. Sako, “possono allargare la guerra ed è terribile”. “Quasi ogni giorno si verificano attacchi, mentre la politica internazionale manca di serietà e non riesce a trovare soluzioni. Osservano da fuori – accusa – ma non sanno mettere in campo azioni chiare e forti per risolvere questi problemi in Medio oriente, come sta avvenendo per il conflitto fra Russia e Ucraina. E questo potrebbe legittimare altri attacchi di nazioni più forti verso realtà più piccole”. “Anche gli Stati Uniti – spiega il porporato – parlano di democrazia, ma dove si trova questa democrazia? Ciascun Paese persegue il proprio interesse, certo non i diritti dell’uomo”. E anche il ruolo dei saggi del mondo, dei capi religiosi – conclude – è ormai fatto “solo di discorsi” contro le guerre, ma mancano di azioni concrete “per rispettare la vita e i diritti degli altri” mentre si fa sempre più elevato “il rischio di una guerra dalla connotazione anche religiosa fra ebrei e musulmani, con il coinvolgimento dei cristiani orientali”.

Intanto Teheran ha dichiarato che il lancio di missili contro Erbil (e Idlib in Siria) non è legato alla guerra a Gaza, ma l’influsso è innegabile e non è passata inosservata la distanza tra la provincia siriana colpita, che è la stessa che separa il confine iraniano da Tel Aviv. Resta il fatto che nella (presunta) operazione contro “una base segreta del Mossad israeliano” – come da nota ufficiale iraniana – siano in realtà morti cinque civili curdi, compresa una bambina, e un cristiano. “Sono attacchi – spiega ad AsiaNews l’ex parlamentare cristiano Yonadam Kanna, leader e fondatore dell’Assyrian Democratic Movement – che violano la sovranità irachena” anche se è responsabilità dell’Iraq operare per “fermare ogni minaccia verso Iran e Turchia”. “Le forze turche – prosegue il leader cristiano – stanno combattendo il Pkk su montagne lontane dalle città”, ma la minaccia è “reale” per gli abitanti dei villaggi “costretti ad abbandonarli e fuggire”. Diversamente, i bersagli iraniani “sono nelle città o vicino a esse” ma come ha precisato un consigliere iracheno per la sicurezza nazionale “non vi è alcun centro del Mossad” nell’area colpita a Erbil. Ecco perché l’attacco, prosegue, potrebbe essere letto come “una sorta di pressione sulle autorità” del Kurdistan, mentre non vi sarebbero legami con Gaza. Quello che è certo “tutti gli iracheni soffrono per la corruzione, la mancanza di servizi pubblici, di lavoro, e non hanno fiducia nel futuro”. E in questo quadro, conclude l’ex parlamentare, i cristiani “soffrono molto di più per politiche discriminatorie e problemi legislativi [come la legge elettorale che svuota la rappresentatività] che aumentano il livello di povertà e spingono all’emigrazione”.

Infine, per l’Iran si apre anche un fronte sud-orientale in seguito ad un attacco a colpi di missili e droni in territorio pakistano che il governo di Islamabad ha definito “illegali” e nel quale sarebbero morti “almeno due” bambini, feriti altri tre. La Repubblica islamica avrebbe preso di mira due basi del gruppo jihadista Jaish ul-Adl, legato ad al-Qaeda, ma le vittime civili rischiano di innescare una nuova escalation in un quadro già segnato da gravi conflitti e profonde spaccature. In quest’ottica si legge il monito alla “moderazione” inviato da Pechino all’indirizzo di Teheran e Islamabad, con la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning che chiede di “evitare azioni che potrebbero portare a un’escalation” lavorando “assieme” per mantenere “la pace e la stabilità”. Sia la Repubblica islamica che il Pakistan sono alleati di Pechino e membri della Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai di cui è leader la Cina. Per Islamabad l’attacco è un atto “totalmente inaccettabile” perché slegato da “provocazioni” provenienti dal proprio territorio. Di contro, Teheran si è affrettata a sottolineare il rispetto dell’integrità degli altri Paesi, anche di Iraq e Pakistan, ma aggiunge di essere pronta a reagire a qualsiasi minaccia proveniente dall’esterno.