Intervista – Cristina Marginean Cocis ed il suo romanzo ZERO POSITIVO

Cristina Marginean Cocis è insegnante, mediatrice culturale e linguistica, ha collaborato con l’Università di Udine presso la Sezione di Lingua e Letteratura Romena.
E’ l’autrice di Zero Positivo, un romanzo autobiografico nel quale la giovane protagonista si trova a dover affrontare una diagnosi terribile di fronte alla quale non ha alternative: dovrà trovare la forza per resistere al profondo sconforto e combattere il male oscuro che la sta consumando in nome della giovane vita che porta in grembo. Recupererà il ricordo dell’esperienza terribile del padre, che aveva dovuto trovare la forza di resistere e proteggere la propria famiglia e l’amore per essa dalla violenza della dittatura di Ceausescu.
Un percorso che piano piano cresce in intensità, energia e luce, grazie alla forza dei ricordi e delle esperienze del proprio passato. Il messaggio acquista man mano sempre maggior potenza fino a divenire un inno gioioso alla vita che sta per nascere.
Noi abbiamo voluto sapere alcune curiosità su di lei………………..

Come è nato il suo libro?

Sono convinta che le domande sul “come nasce un libro” germoglino, innanzitutto, nella mente stessa dello scrittore: avviene una specie di richiamo e nel farlo si avverte un senso di libertà scaturita dal didentro che assolve, risolve, cura e opera fino nel profondo per arrivare all’anima. Di solito, in seguito ad un evento traumatico, lo scrittore, spesso inconsapevole delle sue doti, vive delle vere e proprie tensioni creative che emergono libere perché hanno bisogno di essere concretizzate diventando parole autentiche, quasi concrete, in grado di educare e temprare perfino lo stesso spirito dello scrittore. E se, in tutto questo, lo scrittore riesce a convertire il timore della sofferenza riesaminata in amore verso le parole, il gioco di equilibri trasforma la fatica e la paura in ricerca, in analisi e in fin dei conti, in libertà.
Tutto ciò che segue diventa paradossalmente facile perché si arriva al punto in cui subentra una sorta di fiducia e ci si trova ad affidare alle parole l’arduo compito di diventare ponti che uniscono la dimensione dello spazio mentale alla dimensione dello spazio reale. Ed ecco che l’amore verso le parole diventa l’unica strada percorribile per incontrare se stessi nella dimensione metafisica e teandrica della Parola stessa: inavvertitamente lo scrittore diventa solo uno strumento docile, un veicolo in grado di esprimere concretamente emozioni e stati d’animo comunemente vissuti. Così, ciò che si è ricevuto per tutta la vita attraverso il dono della parola, viene ricambiato e il cerchio si chiude perché “non di solo pane vive l’uomo”.

Come ha scelto il titolo?

Il titolo Zero Positivo è stato ispirato al mio gruppo sanguigno, molto diffuso. Oltre questa spiegazione di facile comprensione sta, però, una scelta più profonda. Lo zero è per antonomasia “il niente”, “il vuoto” che si spiega da sé che, promette però paradossalmente opportunità e occasioni sorprendenti. La stessa forma di questa cifra garantisce nella sua rotondità lo spazio accogliente per le problematiche e le domande più difficili. Per come la vedo io, è l’unica cifra senza quantità che se accolta da un qualsiasi numero, aumenta in modo esponenziale il suo valore, 10, 100, 1000, infinite volte: si dona ed elargisce il suo ritmo, la sua prospettiva.
Questo libro è il racconto del mio momento zero, è il mio attimo di vuoto, è la mia prova diventata esperienza positiva. Perché così come lo zero rimane l’unica cifra dal segno positivo tra i numeri reali, allo stesso modo la mia prova è stata una edificante e positiva.

Quanto c’è di autobiografico?

Il romanzo Zero Positivo è in gran parte un romanzo autobiografico: i capitoli che si riferiscono alla mia permanenza in ospedale, alle strategie di sopravvivenza e di salvaguardia della mia integrità psicologica, i ricordi d’infanzia e i racconti sul regime comunista in Romania, sono tutti fatti effettivamente avvenuti. Il resto è sogno, mistero, parte di un disegno della mia fantasia.

Quanto c’è della sua nazione nel libro?

La mia formazione umana e professionale è avvenuta in gran parte in Romania. Io sono principalmente quella terra e quello spirito. In questi quindici anni di residenza in Italia, naturalmente e senza forzature o spintoni, la mia persona si è arricchita dell’aria, dell’acqua e del sole italiano, dei rapporti interumani e delle opportunità che qui ho ricevuto ed ecco che il mio lavoro sinergicamente diventa terra romena bagnata e fertilizzata dal filone italiano.
Il testo di questo romanzo è stato scritto, in italiano, con tutto il pathos e l’espressività linguistica di questa meravigliosa lingua: così l’italiano è diventato, attraverso questo libro, un luogo di ritrovamento del mio più autentico essere.

L’inizio della sua carriera.

Ho cominciato la mia carriera a 18 anni in una piccola scuola di campagna in Romania. Questa è la mia passione più grande: fare l’insegnante. È il lavoro che ho sempre sognato di fare e grazie a Dio lo sto svolgendo con piacere e soddisfazione tutt’oggi.

Obiettivi presenti e futuri?

Il mio più caro obiettivo è quello di invecchiare con i miei cari donando loro, tutti i miei giorni, facendo sapere al mondo che i miracoli esistono: io ne ho vissuti ben due! Se poi, un altro libro si farà strada nei miei pensieri, lo accoglierò gioiosamente sostenuta dall’amore verso le parole e contenta di trovare altre vie per esprimere me stessa attraverso la scrittura.

Come trascorre il tempo libero?

Il tempo libero lo trascorro con la mia famiglia, leggendo un libro o semplicemente meditando sulla poltrona della mia terrazza. Mi piace tantissimo il mare con le sue energie creatrici di bene… sogno di riuscire a trascorrere tanto tempo scrivendo in riva al mare.

Il suo piatto preferito. Ama la cucina?

Mi piace tanto mangiare e forse un po’ meno cucinare. Quando lo faccio però, mi applico e mi diverto tanto. Gli amici mi dicono che l’amatriciana mi riesce bene.

Cosa pensa della politica?

Nella concezione cristiana, la parola è sacra. Nel periodo dell’oppressione comunista ho scoperto che la più profonda e scoraggiante povertà è quella che ti porta alla mancanza di parole: le frasi dovevano essere brevi e povere di contenuto. Credo – come dice uno dei più importanti filosofi contemporanei romeni, Horia Roman Patapievici – che il pensiero politico sia costitutivo e formativo in quanto noi siamo la politica attraverso due comportamenti molto importanti nella nostra vita sociale: il rispetto verso l’alto e la capacità di indignarsi quando il rispetto verso l’altro, cade. Solo attraverso le parole e l’uso che ne facciamo, riusciamo a rendere le nostre intenzioni positive o meno. Sicuramente, la politica deve utilizzare al massimo la forza della parola e renderla libera in modo da assicurare, anche a coloro che hanno un’opinione diversa, la possibilità di esprimersi. La politica trasparente e a servizio del popolo è una grazia per qualsiasi nazione. Essa può diventare inaccessibile, desacralizzando il linguaggio, impoverendolo, diventando controproducente e dannosa.

Film preferito?

Mi ritrovo nella forza suggestiva dei film e sono una valida fonte d’ispirazione per me. Mi piacerebbe che il libro Zero Positivo incontrasse, un giorno, un regista coraggioso in grado di cogliere il potenziale cinematografico del testo.

Cosa vorrebbe dalla sua vita?

Il mio sogno sarebbe quello di continuare a “viaggiare” tra le parole, scoprendo altre storie da raccontare con passione ed entusiasmo.

Quanto conta il successo?

Il successo inteso come fama e denaro non mi attira… forse per comodità o forse perché non fa parte dei miei obiettivi. Quando parliamo di successo, pensiamo al paradossale modo di dire “chiave del successo”, inconsapevoli che ogni porta, una volta aperta, ci può mettere davanti a delle situazioni di vita a cui non siamo preparati o peggio ancora, che non desideriamo. Ecco, a questo punto potrei pensare che si delinea un sottilissimo confine tra la paura e l’entusiasmo che sperimentiamo quando parliamo di successo. Per come la vedo io, i benefici del successo sono molto meno importanti qualitativamente in confronto alle rinunce. Non voglio demonizzare il successo in sé, è solo un mio pensiero o forse un’equazione fornita dalla poca conoscenza del concetto per la mera spiegazione che non lo mai vissuto.

Quanto conta il denaro?

Il denaro è l’amo che ci tiene collegati alla realtà più di qualsiasi altra cosa. Ci obbliga a delle strategie eccezionali e forse molto utili per la nostra igiene mentale: il calcolo, la previsione, la moderazione, la progettazione. Probabilmente scopriamo il mondo e i suoi ritmi, quando comprendiamo la funzione del denaro ma anche la sua importanza. Il bello è, però, che la misura dell’importanza del denaro la diamo noi: possiamo relativizzarlo oppure caricare il concetto di significati molto importanti legati persino all’amore di Dio per noi e quando dico questo, penso alle culture in cui la ricchezza è sinonimo di benedizione.

Quanto contano gli affetti?

Quando dico la parola “affetto” penso alla sua etimologia: toccare, commuovere lo spirito. La sfera degli affetti è per eccellenza quella forza che imprime al movimento dei miei pensieri il ritmo della vita. Io sono tutti i miei affetti. La mia persona si è edificata sulla forza degli affetti e si sorregge sui di essi.

Cosa pensa della società in cui viviamo?

La società in cui viviamo è il riflesso dei nostri genitori, dei nostri educatori, dei rapporti che abbiamo edificato. Faccio l’insegnante e questo mi da la misura dell’importanza dell’educazione con tutte le sue sfaccettature e le ricadute sulla nostra società come insieme di caratteri e personalità diverse. Il mio è un lavoro a lungo termine: ciò che io semino, qualcuno dovrà coltivare e più tardi raccogliere all’interno della società futura. Quello che mi preoccupa è la mancanza di un ideale o di una prospettiva… siamo privi di quel senso di appartenenza ad una generazione che può apportare dei cambiamenti innovativi, coraggiosi, saggi. Probabilmente questa nostra mancanza ci butterà in un cono d’ombra della storia e non saremo ricordati per nulla di eccezionale. Siamo diventati divoratori di ricette che ci promettono il benessere dell’IO, perdendo così la coscienza del benessere collettivo, logorata già dai dogmi del passato. Preferiamo “la pappa pronta” e “l’usa e getta” persino nei rapporti interumani e l’impoverimento dell’anima e della mente non tarda ad apparire.




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