Brexit – Gran Bretagna – La Camera dei Comuni boccia l’accordo con l’Unione Europea

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Brexit – Il 15 gennaio 2019 rimarrà una data indelebile nella storia della Gran Bretagna ed in quella dell’Unione Europea. La Brexit al centro del voto del Parlamento britannico ha dato il suo responso tanto atteso. Il voto della Camera dei comuni previsto per l’11 dicembre 2018 era stato annullato a causa delle difficoltà che stava affrontando la premier Theresa May. I deputati britannici si sono espressi su un documento di 599 pagine con cui vengono stabilite nel dettaglio le modalità di uscita dalla Ue e come era previsto il responso è stato negativo.
Già perché il Parlamento britannico ha bocciato (nettamente) l’accordo con l’Unione Europea sulla Brexit. I no sono stati 432 (118 i conservatori), i sì 202. La più grande differenza nella storia della Gran Bretagna. Per il Regno Unito l’incognita sul futuro è pressoché totale. Theresa May ha chiesto alle opposizioni di presentare una mozione di fiducia sul suo governo stasera, per discuterla domani e vedere se l’esecutivo dispone ancora del sostegno di una maggioranza. La premier ha detto che il no all’accordo è chiaro, ma che non sono emerse chiaramente altre proposte sul tavolo. E ha insistito, in caso di fiducia, sulla volontà di andare avanti e di continuare a lavorare per attuare la Brexit. Immediata la risposta del leader laburista Jeremy Corbyn che ha dichiarato la sua intenzione di presentare immediatamente la mozione di sfiducia che sarà appunto discussa oggi stesso. Corbyn ha parlato di «sconfitta catastrofica» per la May.

Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker ha detto in una nota che «Il rischio di un ritiro disordinato del Regno Unito è aumentato con il voto di questa sera». Quindi ha chiesto con urgenza «al Regno Unito di chiarire le sue intenzioni il più presto possibile. Il tempo è quasi finito». «Ora è tempo di scoprire che cosa vogliono i parlamentari britannici. Nel frattempo, i diritti dei cittadini devono essere salvaguardati»: è stato questo il commento via Twitter di Guy Verhofstadt, coordinatore per la Brexit del Parlamento Europeo.
Uno degli scenari possibili è quello di una Brexit senza accordo, il cosiddetto «no-deal». A temerlo in particolare gli ambienti economici, con lo spettro di un crollo della sterlina e di un aumento della disoccupazione. In caso di no-deal, le relazioni economiche fra Regno Unito e Ue sarebbero regolamentate dalle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e dovrebbero essere introdotti una serie di controlli doganali e di regole. I rischi sarebbero molti e creerebbero gravi difficoltà agli inglesi. Esempi? Carenza di medicine, code record nei porti, aerei a terra, rallentamento della crescita.
L’esecutivo sarà obbligato, in base a un emendamento approvato dai deputati mercoledì scorso contro la minaccia di un no-deal, a presentare entro tre giorni un piano B emendabile. Il fatto che sia emendabile implica che la Camera dei Comuni avrà la possibilità di votare politiche alternative, che vanno da un no deal gestito a un nuovo referendum o a un accordo rivisto.
Con questo voto prende credito la soluzione caldeggiata dall’Unione Europea, cioè la possibilità di un secondo referendum, finora esclusa da Theresa May, è sostenuta dai pro Ue nella speranza che possa ribaltare il risultato del primo referendum, quello del 23 giugno del 2016.
E’possibile anche una mozione di sfiducia: a tal proposito il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha spiegato che se la mozione di sfiducia venisse approvata, il suo partito conta di negoziare un nuovo accordo con Bruxelles, ma in questo caso potrebbe essere rinviata la data di uscita dall’Ue.
E se si rinviasse la data del divorzio? Il rinvio della Brexit (attualmente prevista per il 29 marzo del 2019) tramite un’estensione dell’articolo 50 sembra un’eventualità. Un centinaio di eurodeputati di diversi orientamenti politici si è impegnato a sostenere una richiesta di rinvio da parte di Londra, ma in questo caso ci sarebbero dei problemi inerenti le elezioni europee che non possono e non devono essere rinviate nella speranza di dare un volto nuovo all’Europa.
Ma come siamo giunti a questo punto? Una storia infinita alla quale sembra, finalmente, poter essere messa quella sigla che è apparsa a ciascuno di noi al termine di un film “The end”.
L’accordo, un documento di 585 pagine, contiene previsioni che vanno nella direzione di una Brexit soft, che piace poco ai sostenitori più intransigenti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.
Per quanto riguarda il nodo più spinoso, quello della questione nordirlandese, si è sostanzialmente deciso ( da tempo e prima del voto di queste ore) di posticipare la soluzione: l’Irlanda del Nord continuerà in via temporanea a far parte del mercato unico europeo fino a quando non si troverà un accordo definitivo.
In questo modo si eviterà, almeno nel breve periodo, un confine fisico tra Irlanda del Nord, territorio del Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, territorio dell’Unione europea. I Brexiter auspicavano invece una netta separazione, anche dal punto di vista commerciale, tra i due paesi.
In base all’accordo raggiunto, inoltre, il Regno Unito continuerà a far parte dell’unione doganale finché non si troverà un’intesa commerciale bilaterale con Bruxelles. Su questo punto, gli anti-europeisti britannici temono che Londra sia vincolata per anni al rispetto di regole europee, senza avere abbastanza voce in capitolo.
Numerosi gli articoli dell’intesa dedicati alla cooperazione giudiziaria, di polizia, allo scambio di informazioni e alla protezione dei dati personali. Ci sono norme anche sul trattamento di rifiuti radioattivi ma ora tutto è in dubbio.
Credo che l’accordo [di May] sia morto», ha detto Justine Greening, ex ministra per le Pari opportunità del governo May. Da qualche tempo Greening è una dei principali leader dei Conservatori che spingono per un nuovo referendum.
Matt Hancock, il segretario alla Salute del governo May, ha detto a Sky News che secondo lui May non dovrebbe dimettersi e suggerito che il governo potrebbe provare a capire se esistono maggioranze per approvare “altre” soluzioni. Con tutta probabilità Hancock sta lasciando intendere che il governo dovrebbe appoggiare una Brexit più “morbida”.

La mozione di sfiducia nei confronti del governo sarà votata domani alle 19, le 20 ora italiana.
Diversi giornalisti riferiscono che il DUP, gli alleati del governo che hanno votato contro l’accordo, domani confermeranno la loro fiducia alla prima ministra Theresa May.
Per concludere una curiosità su Theresa May alla quale la Brexit non ha certo fatto fare sogni sereni da lungo tempo. “Sai che la tua carriera politica è nei guai quando la gente inizia a paragonarti a Gollum”, ha scritto sul Times lo storico di Stanford Niall Ferguson. “La povera Theresa May è finita al centro di una specie di satira ‘tolkiana’, quando l’attore Andy Serkis ha pubblicato un video di presa in giro intitolato ‘Rivelazione: riprese dall’interno di Downing Street numero dieci!’. Serkis, che ha impersonato Gollum nell’adattamento cinematografico del ‘Signore degli Anelli’ di Peter Jackson, si è ispirato all’idea di combinare i personaggi del primo ministro e del conflittuale e avido contadino cadaverico. Proprio come in ‘The Hobbit’, il romanzo che ha presentato Gollum al mondo, Mayllum ha una personalità lacerata. Una parte di lei desidera ardentemente l’accordo di uscita dall’Ue, proprio come Gollum desidera il magico anello dorato. Un’altra parte di lei, però (quella stessa metà che due anni e mezzo orsono si schierò senza troppa convinzione contro la Brexit) vi resiste. Ora però tutto è in bilico….




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