Papa Francesco: un venerdì molto speciale…..

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Molti gli appuntamenti che hanno contraddistinto il venerdì di Papa Francesco
La giornata del pontefice è iniziata con la celebrazione della Messa a Santa Marta.
l vescovo è un uomo che «sa vegliare con il suo popolo» con «un atteggiamento di vicinanza» e di coinvolgimento totale. E «il popolo sa riconoscere se il vescovo è un pastore» che costruisce un rapporto «intimo» tanto da «conoscere i nomi di tutti» per prendersene cura, oppure è «un impiegato» affarista «sempre con la valigia in mano». La missione del vescovo di «custodire e confermare la fede» è questo il fulcro dell’omelia di Papa Bergoglio.
«Ieri la liturgia ci aveva fatto riflettere sulla trasmissione della fede, su come si tramanda la fede», ha fatto subito presente il Papa. E «oggi questo passo degli Atti degli apostoli — ha spiegato riferendosi alla prima lettura (15, 22-31) — ci fa riflettere sul custodire la fede e sul confermare nella fede», ricordandoci che «questo di custodire la fede e confermare nella fede principalmente è il lavoro dei vescovi».
«La situazione è chiara e la descrivono gli apostoli, i vescovi» nella lettera per i cristiani di Antiochia riportata nel brano degli Atti: «Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi».
Insomma «i vescovi, gli apostoli, reagiscono con Pietro davanti a questa mancanza di pace: erano sconvolti — ha spiegato Francesco — perché sono andati questi che erano cristiani ma volevano re-instaurare l’iniziazione giudea, i giudaizzanti, e dicevano: “noi abbiamo la vera dottrina, non è quella che dice Paolo», Come a dire: «Paolo no; noi. Queste sono novità cattive».
Ma «con questo discorso la povera gente si sentì disorientata: si sono presentati questi “ortodossi della vera dottrina” a difendere la gente, ma l’effetto è stato il contrario». Tanto che «la comunità è rimasta sconvolta, disorientata». Da una parte, pensava la gente, «Paolo ci dice questo», ma «questi che sono dottori con tanto titolo ci dicono questo». Ma allora «qual è la strada?». Ecco allora che, «a Gerusalemme, Pietro con il collegio dei vescovi prendono in mano la situazione, pregano, riflettono e rispondono». Sono «proprio i vescovi che custodiscono la fede e, anche di più, in un momento in cui il popolo è disorientato, per questa gente che va a mettere il naso lì con dottrine che sembrano più ortodosse ma alla fine non sono di radice cristiana, i vescovi sono quelli che confermano nella fede». Così, ha fatto notare il Pontefice, «il popolo, che era sconvolto, cambiò d’animo dopo la lettera», come riferisce appunto la pagina degli Atti degli apostoli: «Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva». Ecco che la situazione «cambia», perché «quando il vescovo conferma nella fede, viene la gioia, la gioia del cuore».
Infatti, ha proseguito, «il vescovo è quello che sorveglia, quello che vigila». E «la parola greca dice questo»: il vescovo è colui «che guarda». In sostanza il vescovo «è un po’ la sentinella, pure, che sa guardare per difendere il gregge dai lupi che vengono: guarda, è sopra il gregge e con il gregge; cammina con il suo gregge; si prende cura del gregge. La vita del vescovo è coinvolta con la vita del gregge» ha rilanciato il Papa. Certo «non è un impiegato di una multinazionale, per esempio, che va a fare l’ispettore». Invece «il vescovo è coinvolto con il gregge ma sorveglia». E «c’è una cosa più profonda nel modo di sorvegliare del vescovo», perché «il vescovo, come i pastori, fa la veglia». E «fare la veglia — ha spiegato Francesco — significa essere con il popolo, anche di notte: pensiamo ai pastori a Betlemme» che «per turno facevano la notte».
«Fare la veglia», ha rimarcato il Pontefice, è «una bella parola per descrivere la vocazione del vescovo: fare la veglia per custodire dai lupi, per confermare la fede quando il gregge è un po’ disorientato, per custodire la fede». Del resto, ha aggiunto, «fare la veglia significa coinvolgersi nella vita del gregge. Gesù distingue bene il vero pastore dall’impiegato, da quello che va a pagamento e non gli interessa se viene il lupo e mangia» una pecora: «non gli interessa».
Invece «il vero pastore che fa la veglia, che è coinvolto nella vita del gregge, difende non solo tutte le pecore: difende ognuna, conferma ognuna e se una se ne va o si perde, va a cercarla e la riporta all’ovile». Ed «è tanto coinvolto che non lascia che se ne perda una». Ma questa è anche «la preghiera di Gesù: nell’ultima cena chiede al Padre la grazia che non si perda nessuno: Gesù è vescovo lì e come vescovo si prende cura di tutti» ha concluso il Vescovo di Roma.

Quindi nell’Aula Paolo VI l’incontro con i ‘consacrati’. Mi sono domandato: quali sono le cose che lo Spirito vuole si mantengano forti nella vita consacrata? E il pensiero è volato, è andato, ha girato…, e mi veniva sempre [in mente] il giorno che sono andato a San Giovanni Rotondo: non so perché, ma ho visto lì tanti consacrati e consacrate che lavorano… e ho pensato a cosa ho detto lì, alle “tre p” che ho detto lì. E mi sono detto: queste sono colonne che rimangono, che sono permanenti nella vita consacrata. La preghiera, la povertà e la pazienza. E ho scelto di parlarvi di questo: cosa penso che sia la preghiera nella vita consacrata, e poi la povertà e la pazienza.
La preghiera è tornare sempre alla prima chiamata. Qualsiasi preghiera, forse una preghiera nel bisogno, ma sempre è ritornare a quella Persona che mi ha chiamato. La preghiera di un consacrato, di una consacrata è tornare dal Signore che mi ha invitato a esserGli vicino. Tornare da Lui che mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Vieni. Lascia tutto e vieni” – “Ma, io vorrei lasciare la metà…” (di questo parleremo a proposito della povertà) – “No, vieni. Lascia tutto. Vieni”. E la gioia in quel momento di lasciare il tanto o il poco che noi avevamo. Ognuno sa cosa ha lasciato: lasciare la mamma, il papà, la famiglia, una carriera… E’ vero che qualcuno cerca la carriera “dentro”, e questo non è buono. In quel momento trovare il Signore che mi ha chiamato a seguirLo da vicino. Ogni preghiera è tornare a questo. E la preghiera è quello che fa che io lavori per quel Signore, non per i miei interessi o per l’istituzione nella quale lavoro, no, per il Signore. C’è una parola che si usa tanto, è stata usata troppo e ha perso un po’ di forza, ma indicava bene questo: radicalità. A me non piace usarla perché è stata troppo usata, ma è questo: lascio tutto per Te. E’ il sorriso dei primi passi… Poi sono arrivati dei problemi, tanti problemi che tutti noi abbiamo avuto, ma sempre si tratta di tornare all’incontro con il Signore. E la preghiera, nella vita consacrata, è l’aria che ci fa respirare quella chiamata, rinnovare quella chiamata. Senza quest’aria non potremmo essere buoni consacrati. Saremmo forse buone persone, cristiani, cattolici che lavorano in tante opere della Chiesa, ma la consacrazione tu devi rinnovarla continuamente lì, nella preghiera, in un incontro con il Signore. “Ma sono indaffarato, sono indaffarata, ho tante cose da fare…”. Più importante è questo. Vai a pregare. E poi c’è quella preghiera che ci mantiene durante la giornata alla presenza del Signore. Ma comunque la preghiera. “Ma io ho un lavoro troppo rischioso che mi prende tutta la giornata…”. Pensiamo a una consacrata dei nostri giorni: Madre Teresa. Madre Teresa andava anche a “cercarsi dei problemi”, perché era come una macchina per cercarsi dei problemi, perché si metteva di qua, di là, di là… Ma le due ore di preghiera davanti al Santissimo, nessuno gliele toglieva. “Ah, la grande Madre Teresa!”. Ma fai come faceva lei, fa’ lo stesso. Cerca il tuo Signore, Colui che ti ha chiamato. La preghiera. Non solo al mattino… Ognuno deve cercare come farla, dove farla, quando farla. Ma farla sempre, pregare. Non si può vivere la vita consacrata, non si può discernere ciò che sta accadendo senza parlare con il Signore…
La seconda “p” è la povertà. Nelle Costituzioni, Sant’Ignazio a noi Gesuiti aveva scritto questo – ma non era una cosa originale sua, credo, l’aveva presa dai Padri del Deserto, forse –: “La povertà è la madre, è il muro di contenimento della vita consacrata”. E’ “madre”. Interessante: lui non dice la castità, che forse è più collegata alla maternità, alla paternità, no: la povertà è madre. Senza povertà non c’è fecondità nella vita consacrata. Ed è “muro”, ti difende. Ti difende dallo spirito della mondanità, certamente. Noi sappiamo che il diavolo entra dalle tasche. Tutti noi lo sappiamo. E le piccole tentazioni contro la povertà sono ferite all’appartenenza al corpo della vita consacrata. Povertà secondo le regole, le costituzioni di ogni congregazione: non è la stessa, la povertà di una congregazione o dell’altra. Le regole dicono: “La nostra povertà va da questa parte”, “la nostra va da quella”, ma sempre lo spirito di povertà c’è. E questo non si può negoziare. Senza povertà noi non potremo mai discernere bene cosa sta accadendo nel mondo. Senza lo spirito di povertà. “Lascia tutto, dai ai poveri”, ha detto il Signore a quel giovane. E quel giovane siamo tutti noi. “Ma io no, padre, non ho tanta fortuna [ricchezza]…”. Si, ma qualcosa, qualche attaccamento ce l’hai! Il Signore ti chiede quello: quello sarà “l’Isacco” che tu devi sacrificare. Nudo nell’anima, povero. E con questo spirito di povertà il Signore ci difende – ci difende! – da tanti problemi e da tante cose che cercano di distruggere la vita consacrata. Ci sono tre scalini per passare dalla consacrazione religiosa alla mondanità religiosa. Sì, anche religiosa; c’è una mondanità religiosa; tanti religiosi e consacrati sono mondani. Tre scalini. Primo: i soldi, cioè la mancanza di povertà. Secondo: la vanità, che va dall’estremo di farsi “pavone” a piccole cose di vanità. E terzo: la superbia, l’orgoglio. E da lì, tutti i vizi. Ma il primo scalino è l’attaccamento alle ricchezze, l’attaccamento ai soldi. Vigilando su quello, gli altri non vengono. E dico alle ricchezze, non solo ai soldi. Alle ricchezze. Per poter discernere cosa sta succedendo, ci vuole questo spirito di povertà. Un compito a casa è: come è la mia povertà? Guardate nei cassetti, nei cassetti delle vostre anime, guardate nella personalità, guardate nella Congregazione… Guardate come va la povertà. E’ il primo scalino: se noi custodiamo quello, gli altri non vengono. E’ il muro che ci difende dagli altri, è la madre che ci fa più religiosi e ci fa mettere tutta la nostra ricchezza nel Signore. E’ il muro che ci difende da quello sviluppo mondano che tanto danneggia ogni consacrazione. La povertà.
E terzo, la pazienza. “Ma, padre, cosa c’entra la pazienza, qui?”. E’ importante la pazienza. Noi abitualmente non ne parliamo, ma è molto importante. Guardando Gesù, la pazienza è quello che ha avuto Gesù per arrivare fino alla fine della sua vita. Quando Gesù, dopo la Cena, va all’Orto degli Ulivi, possiamo dire che in quel momento in modo speciale Gesù “entra in pazienza”. “Entrare in pazienza”: è un atteggiamento di ogni consacrazione, che va dalle piccole cose della vita comunitaria o della vita di consacrazione, che ognuno ha, in questa varietà che fa lo Spirito Santo… Dalle piccole cose, dalle piccole tolleranze, dai piccoli gesti di sorriso quando ho voglia di dire delle parolacce…, fino al sacrificio di sé stessi, della vita. Pazienza. Quel “portare sulle spalle” (hypomoné) di San Paolo: San Paolo parlava di “portare sulle spalle”, come virtù cristiana. Pazienza. Senza pazienza, cioè senza capacità di patire, senza “entrare in pazienza”, una vita consacrata non può sostenersi, sarà a metà. Senza pazienza, per esempio, si capiscono le guerre interne di una congregazione, si capiscono. Perché non hanno avuto la pazienza di sopportarsi l’un l’altro, e vince la parte più forte, non sempre la migliore; e anche quella che è vinta, neppure è la migliore, perché è impaziente. Senza pazienza, si capiscono questi carrierismi nei capitoli generali, questo fare le “cordate” prima… per fare due esempi. Voi non sapete la quantità di problemi, di guerre interne, di liti che arrivano da Mons. Carballo! [Segretario della Congregazione]. Ma lui è della Galizia, lui è capace di sopportare questo! Pazienza. Sopportarsi l’un l’altro.
Ma non solo pazienza nella vita comunitaria: pazienza davanti alle sofferenze del mondo. Portare sulle spalle i problemi, le sofferenze del mondo. “Entrare in pazienza”, come Gesù è entrato in pazienza per consumare la redenzione. Questo è un punto-chiave, non solo per evitare queste liti interne che sono uno scandalo, ma per essere consacrato, per poter discernere. La pazienza.
E anche pazienza davanti ai problemi comuni della vita consacrata: pensiamo alla scarsità di vocazioni. “Non sappiamo cosa fare, perché non abbiamo vocazioni… Abbiamo chiuso tre case…”. Questa è lamentela di ogni giorno, voi l’avete sentito, sentito nelle orecchie e sentito nel cuore. Non vengono le vocazioni. E quando non c’è questa pazienza… Questo che dico adesso è accaduto, accade: io conosco almeno due casi, in un Paese troppo secolarizzato, che riguardano due congregazioni e due rispettive province. La provincia ha incominciato quel cammino che è pure un cammino mondano, dell’“ars bene moriendi”, l’atteggiamento per morire bene. E cosa significa questo in quella provincia, in quelle due province di due congregazioni diverse? Chiudere l’ammissione al noviziato, e noi che siamo qui invecchiamo fino alla morte. E la congregazione in quel posto è finita. E queste non sono favole: sto parlando di due province maschili che hanno fatto questa scelta; province di due congregazioni religiose. Manca la pazienza e finiamo con l’“ars bene moriendi”. Manca la pazienza e non vengono le vocazioni? Vendiamo e ci attacchiamo ai soldi per qualsiasi cosa possa succedere in futuro. Questo è un segnale, un segnale che si è vicini alla morte: quando una Congregazione incomincia ad attaccarsi ai soldi. Non ha la pazienza e cade nella seconda “p”, nella mancanza di povertà.
Posso domandarmi: questo che è accaduto in quelle due province che hanno fatto l’opzione dell’“ars bene moriendi”, accade nel mio cuore? La mia pazienza è finita e vado avanti sopravvivendo? Senza pazienza non si può essere magnanimi, non si può seguire il Signore: ci stanchiamo. Lo seguiamo fino a un certo punto e alla prima o alla seconda prova, ciao. Scelgo l’“ars bene moriendi”; la mia vita consacrata è arrivata fino a qui, qui chiudo il cuore e sopravvivo. E’ in stato di grazia, sì, certamente. “Padre, non andrò all’inferno?” No, forse non andrai. Ma la tua vita? Hai lasciato la possibilità di essere padre e madre di famiglia, di avere la gioia dei figli, dei nipotini, tutto questo, per finire così? Questa “ars bene moriendi”, è l’eutanasia spirituale di un cuore consacrato che non ce la fa più, non ha il coraggio di seguire il Signore. E non chiama…
Ho preso come punto di partenza per parlare di questo la scarsità delle vocazioni: questo amareggia l’anima. “Non ho discendenza”, era il lamento del nostro padre Abramo: “Signore, le mie ricchezze saranno ereditate da uno straniero”. Il Signore gli ha detto: “Abbi pazienza. Avrai un figlio” – “Ma a 90 anni?”, e la moglie dietro la finestra che era come – scusatemi – come le donne: spiava dalla finestra – ma è una qualità delle donne, questa, sta bene, non sta male –; sorrideva, perché pensava: “Ma io, a 90 anni? E mio marito, quasi 100, avremo un figlio?”. “Pazienza”, ha detto il Signore. Speranza. Avanti, avanti, avanti.
State attenti su queste tre “p”: la preghiera, la povertà e la pazienza. State attenti. E credo che piaceranno al Signore scelte – mi permetto la parola che non mi piace – scelte radicali in questo senso. Siano personali, siano comunitarie. Ma scommettere su questo.
«Fare la veglia dice tutto questo» ha affermato il Papa, ricordando che «il vero vescovo non è soltanto un sorvegliante che guarda dall’alto verso il basso, non è soltanto la sentinella», ma «è quello che fa la veglia coinvolto; che conosce il nome di ognuna delle pecore e questo ci fa capire come Gesù ha concepito il vescovo: vicino».
«La capacità di fare la veglia ci dice “vicinanza”» ha insistito Francesco. Perciò il pastore conosce ogni pecora «per nome, dice Gesù». E «lo Spirito Santo ha dato al popolo di Dio il fiuto di capire dove c’è un vero vescovo rispetto a un vescovo che è disorientato». Del resto, ha aggiunto, «quante volte abbiamo sentito: “Oh, questo vescovo, sì, è buono, ma non si prende cura tanto di noi, è sempre indaffarato”; oppure: “Questo vescovo s’immischia negli affari, è un po’ affarista e quello non va”; oppure: “Questo vescovo si occupa di cose che non vanno con la sua missione”; oppure: “Questo vescovo è sempre valigia-in-mano, sempre in giro, dappertutto”, oppure “chitarra-in-mano”, ognuno può pensare».
«Il popolo di Dio — ha ripetuto il Pontefice — sa quando il pastore è pastore, quando il pastore è vicino, quando il pastore sa fare la veglia e dà la propria vita per loro». Il punto centrale è proprio «la vicinanza» e «la vita del vescovo è essere con il gregge, con ognuno». E «la gioia del vescovo» è «che nessuna pecora si perda». Di più, «la morte del vescovo, del vero vescovo», è sempre «nel suo gregge».
«A me commuove tanto pensare — ha confidato in proposito Francesco — alla morte di san Toribio de Mogrovejo: lì, in un piccolo villaggio indigeno, in una tenda, circondato dai cristiani indigeni che gli suonavano la chirimia perché morisse in pace». È l’immagine del «popolo che ama il vescovo che si era preso cura di loro».
«Il vescovo, con questo atteggiamento di vicinanza, di fare la veglia, di coinvolgersi — anche di preghiera, perché il primo compito dei vescovi è pregare — ha quel rapporto intimo che Gesù ha voluto tra vescovo e popolo, e con questo atteggiamento conferma nella fede» ha affermato il Papa. Egli «custodisce la fede del popolo», dunque. E proprio «questo hanno fatto a Gerusalemme gli apostoli con Pietro: hanno visto questi inquieti che andavano lì, credendo di essere i veri teologi del cristianesimo, per dare la vera dottrina», ma alla fine «hanno sconvolto il popolo, e gli apostoli hanno deciso di intervenire e confermare nella fede quel popolo di Dio». In pratica «si sono fatti vicini». «Preghiamo il Signore — ha concluso il Pontefice — perché ci dia sempre buoni pastori» e «che non manchi alla Chiesa la custodia dei pastori: non possiamo andare avanti senza. Che siano uomini così, lavoratori, di preghiera, vicini, vicini al popolo di Dio. Diciamolo in una parola: uomini che sappiano fare la veglia».

Quindi nella Sala Clementina il Papa ha ringraziato le guardie svizzere in occasione del loro giuramento: “La Guardia Svizzera svolge quotidianamente un prezioso servizio al Successore di Pietro, alla Curia Romana e allo Stato della Città del Vaticano. Si tratta di un lavoro che si colloca nel solco della perseverante fedeltà al Papa, che ebbe un momento qualificante in quel 6 maggio del 1527, quando i vostri predecessori sacrificarono la loro vita durante il “sacco di Roma”. Il ricordo dei quel gesto eroico è un costante invito a tenere presenti e realizzare le qualità tipiche del Corpo: vivere con coerenza la fede cattolica; perseverare nell’amicizia con Gesù e nell’amore verso la Chiesa; essere gioiosi e diligenti nei grandi come nei piccoli e umili compiti quotidiani; coraggio e pazienza, generosità e solidarietà con tutti. Queste sono le virtù che siete chiamati ad esercitare quando prestate il servizio d’onore e di sicurezza in Vaticano, come anche quando avete dismesso la divisa. Una Guardia Svizzera, infatti, è sempre tale, sia quando è in servizio sia quando è fuori dal servizio!…. Sono ammirato dalla disciplina, dal senso ecclesiale, dalla discrezione e dalla professionalità austera ma serena con cui svolgete ogni giorno il vostro servizio. Rendo grazie a Dio per i diversi doni che Egli vi elargisce e vi assicuro il mio sostegno e la mia preghiera perché possiate farli fruttificare. Anche voi, per favore, pregate per me e aiutatemi a servire la Chiesa anche con la vostra preghiera”.




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