Personaggi – La Storia di Francesca Romana

Santa Francesca Romana – Ieri si è celebrata la festa di Santa Francesca Romana con l’apertura straordinaria del Monastero capitolino  da lei stessa fondato..

Il monastero, situato ai piedi del Campidoglio, è conosciuto anche con il nome di Tor de’ Specchi, da una torre che una ricca famiglia di Campitelli fece passare per quella legata alla leggenda di uno specchio attraverso il quale consoli e senatori dell’antica Roma controllavano il mondo; la torre diede il nome alla famiglia e alla zona e rappresenta uno dei misteri della toponomastica romana. Secondo altre fonti il nome di torre degli Specchi è attribuito o alla forma rotonda delle finestre di un’antica torre oppure al nome degli attrezzi per la filatura e la cardatura della lana, usati dai numerosi artigiani presenti in questa zona della città. La via di Tor de’ Specchi sulla quale affacciava l’edificio, è scomparsa in seguito alle demolizioni che portarono alla realizzazione, nel ventennio fascista, della via del Mare che successivamente prese il nome di via del Teatro di Marcello.

Attraverso un portale in pietra sormontato da un affresco del XVIII secolo raffigurante la Madonna con il Bambino tra Santa Francesca e San Benedetto, si accede ad un locale anticamente adibito a stalla, dove è collocata una copia del gruppo marmoreo di Giosuè Meli (1866) raffigurante Santa Francesca Romana e l’Angelo, il cui originale è nella Confessione di Santa Maria Nova.

Sulla sinistra, c’è il passaggio alla cosiddetta Scala Santa, che sale tra dipinti raffiguranti la Madonna con il Bambino, tra Santa Francesca e San Benedetto, e Cristo uscente dal Sepolcro, attribuiti ad Antoniazzo Romano, lo stesso che ha realizzato il celebre ciclo di affreschi dell’oratorio quattrocentesco, chiamato dalla comunità monastica, “Chiesa Vecchia”. Questo ambiente è completamente circondato da 25 riquadri nei quali sono raffigurate scene della vita e delle opere di santa Francesca, descritte da testi didascalici in volgare quattrocentesco romano. Si distinguono tra tutti il magnifico riquadro centrale, con santa Francesca e l’angelo e san Benedetto ai lati della Madonna e la singolare rappresentazione dell’inferno, dipinta in una nicchia della parete di ingresso.

Le immagini sono di grande interesse non solo per l’aspetto artistico ma anche per quello storico perché testimoniano la vita della città nel Quattrocento raffigurando i luoghi principali nei quali la Santa operò (S. Maria Nova, il Tevere, il rione). Il soffitto ligneo è completamente dipinto con colori vivaci a motivi floreali. Tra le scene: l’Oblazione della santa e delle sue compagne, i miracoli del vino e del grano, la santa che risana il giovane annegato, l’apparizione del figlio Evangelista, le esequie in S. Maria Nova.

Adiacente all’oratorio, e in cima alla Scala Santa, c’è una vasta sala decorata da 10 riquadri disposti su due file, realizzati con la tecnica a fresco con terrette monocrome, di dominante verde, che raffigurano le storie delle tentazioni della Santa narrate, come nel caso dell’oratorio, in lingua volgare. Sia la realizzazione della sala, utilizzata dalla comunità come refettorio, che la decorazione della stessa, risalgono agli anni immediatamente seguenti la morte di Santa Francesca.

Fin dalla canonizzazione, è stato sempre stretto il rapporto tra i papi e il Monastero di Tor de’ Specchi: il primo pontefice ad inaugurare la visita nel giorno della festa del 9 marzo, che sarebbe poi diventata una consuetudine, fu Innocenzo X. Nel 1645, subito dopo la sua elezione, il nuovo pontefice vi celebrò la Messa con particolare solennità e compose l’orazione per l’Ufficio di santa Francesca tuttora recitata dalle oblate. La visita divenne una prassi abituale anche per i successori: Innocenzo XII (1694), Clemente XI (1702, 1708), Benedetto XIII (quasi ogni anno tra il 1726 e il 1756), Clemente XIII (cinque visite dal 1759 al 1765), Pio VI (1775), Pio VII (1804). Papa Pio IX a causa della breccia di Porta Pia, non riuscì a compiere l’antica consuetudine e neanche ad assistere alla cerimonia di vestizione della nipote, ospite del monastero, che divenne oblata con il nome di Maria Pia. La consuetudine delle visite ufficiali venne ripresa il 2 marzo 1960 da Giovanni XXIII e il 12 febbraio 1964 da Paolo VI.

Ecco cosa dissero Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visitando il monastro capitolino:

L’anno centenario della vostra fondatrice mi ha già offerto l’opportunità di aprire il mio animo nella lettera a voi indirizzata nello scorso mese di gennaio e di rievocarne la luminosa ed esemplare figura di sposa, di madre e di religiosa, e, in particolare, la sua prodigiosa attività in favore dei poveri, dei malati e degli oppressi nella Roma del primo Rinascimento profondamente divisa tra opposte fazioni e duramente provata da profondi mali morali e sociali. Fu talmente ammirevole l’opera caritativa che la santa svolse a sollievo dei bisognosi di Roma da conquistarsi il titolo onorifico di “Advocata urbis”. (Visita di Giovanni Paolo II al Monastero – Domenica, 29 aprile 1984)

Qui si vive un singolare equilibrio tra vita religiosa e vita laicale, tra vita nel mondo e fuori dal mondo. Un modello che non è nato sulla carta, ma nell’esperienza concreta di una giovane romana: scritto – si direbbe – da Dio stesso nell’esistenza straordinaria di Francesca, nella sua storia di bambina, di adolescente, di giovanissima sposa e madre, di donna matura, conquistata da Gesù Cristo, come direbbe san Paolo. Non per nulla le pareti di questi ambienti sono decorate da immagini della vita di lei, a dimostrare che il vero edificio che Dio ama costruire è la vita dei santi.

(Visita di Benedetto XVI al Monastero – Lunedì, 9 marzo 2009).

 

Francesca Bussa de’ Leoni nacque a Roma nel 1384. Cresciuta negli agi di una nobile e ricca famiglia, coltivò nel suo animo l’ideale della vita monastica, ma non poté sottrarsi alla scelta che per lei avevano fatto i suoi genitori. La giovanissima sposa, appena tredicenne, prese dimora con lo sposo Lorenzo de’ Ponziani, altrettanto ricco e nobile, nella sua casa nobiliare a Trastevere. Con semplicità accettò i grandi doni della vita, l’amore dello sposo, i suoi titoli nobiliari, le sue ricchezze, i tre figli nati dalla loro unione, due dei quali le morirono. Da sempre generosa con tutti, specie i bisognosi, per poter allargare il raggio della sua azione caritativa, nel 1425 fondò la congregazione delle Oblate Benedettine di Maria, dette anche Nobili Oblate di Tor de’ Specchi e, oggi, Oblate di Santa Francesca Romana. Tre anni dopo la morte del marito, emise ella stessa i voti nella congregazione da lei fondata. Morì il 9 marzo 1440. È stata canonizzata da papa Paolo V il 29 maggio 1608, diventando la prima santa donna italiana dal tempo di Caterina da Siena, ma anche la prima cittadina della Roma moderna a ottenere gli onori degli altari. I suoi resti mortali sono venerati nella basilica di Santa Maria Nova a Roma, popolarmente detta “di Santa Francesca Romana”, posti in una cripta sotto l’altare maggiore.

Ma andiamo a rivisitare con maggior dovizia di particolari la vita di Santa Francesca Romana.

Francesca Bussa de’ Leoni  proviene da una nobile famiglia romana.

Nasce nel 1384 e viene battezzata con il nome di Francesca, ma in casa e nella cerchia di amici la chiamano familiarmente Franceschella o Ceccolella. È una bambina saggia e precoce, devota al punto da costruirsi in casa un piccolo eremo, come luogo del suo personale incontro con Dio.

Questa sua naturale inclinazione subisce un brusco contraccolpo a 12 anni, quando non può sfuggire alla consuetudine del tempo e viene promessa sposa a Lorenzo de’ Ponziani, di famiglia benestante, che commercia in bestiame e granaglie.

Il matrimonio non voluto scatena in lei una violenta reazione nervosa, di chiara natura psicosomatica, per guarire la quale i genitori vorrebbero fare ricorso alle arti magiche, che Franceschella rifiuta decisamente. La terapia giusta arriva tramite una visione celeste, che le ridona serenità a pace interiore per affrontare il matrimonio.

In fondo è anche fortunata, perché nella nuova casa trova aiuto e sostegno nella cognata Vannozza, devota e sensibile, di grande carità, insieme alla quale poco per volta, trasforma la ricca casa in Trastevere in un punto di riferimento per i molti bisognosi della città. Con semplicità Francesca accetta i grandi doni della vita coniugale: l’amore dello sposo, i suoi titoli nobiliari, le sue ricchezze, i tre figli che nascono dalla loro unione.

Arriva la peste e le porta via due figli, la guerra scatenata per colpa dell’antipapa Giovanni XXIII le restituisce un marito gravemente ferito, mentre l’unico figlio rimastole viene preso in ostaggio: sventure familiari che non piegano il suo animo, sostenuto dalla presenza misteriosa ed efficace del suo angelo custode, che lei quasi “sente” camminare accanto a sé.

Roma, saccheggiata e umiliata, trova in questa donna un modello di fede e una guida. Le sue ricchezze servono a curare i malati e i bisognosi (e quando le ha esaurite la vedono “povera donna” di Trastevere, camminare con il suo asinello per le strade della fame a mendicare per i bisognosi), per tutti ha un’esortazione, un consiglio, un aiuto, certamente un sorriso.

Si conquista una cerchia di amiche con le quali fonda un sodalizio di Oblate ed alle quali affida in particolare l’assistenza dei poveri; in un secondo tempo le riunisce in una casa di Tor de’ Specchi, fondando un monastero dove le raggiunge non appena il marito muore nel 1436. Quattro anni dopo, il 9 marzo, muore anche lei: però a casa sua, a Trastevere, dove con il suo affetto di mamma è andata a trovare il figlio e la nuora.

Roma la considera una santa, tutta la città accorre a venerarne la salma e la sua fama sfida il tempo: nel 1608 Francesca Romana viene ufficialmente iscritta nell’albo dei santi e ancora oggi le giovani coppie per la celebrazione del matrimonio prediligono la chiesa di Santa Maria Nova ai Fori Imperiali, dove sono venerate le sue spoglie mortali.

Erano anni drammatici per Roma. Gli ecclesiastici discutevano sulla superiorità o meno del Concilio Ecumenico sul Papa. Lo Scisma d’Occidente devastava l’unità della Chiesa, mentre lo Stato Pontificio era politicamente allo sbando ed economicamente in rovina.

Roma per tre volte fu occupata e saccheggiata dal re di Napoli, Ladislao di Durazzo. A causa delle guerriglie urbane, la città era ridotta quasi in rovina. Papi ed antipapi si combattevano fra loro: mancava quindi un’autorità centrale che riportasse ordine e prosperità.

Francesca perciò volle dedicarsi a sollevare le misere condizioni dei suoi concittadini. Nel 1401 morì sua suocera, così il marito, Andreozzo Ponziani, le affidò le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine. Francesca ne approfittò per aumentare gli aiuti ai poveri: in pochi mesi i locali furono svuotati.

Il suocero, allibito, decise di riprendersi le chiavi. Quando nei granai fu rimasta soltanto la pula, Francesca, Vannozza e una fedele serva, per cercare di soddisfare fino all’ultimo le richieste degli affamati, fecero la cernita e distribuirono anche il poco grano ricavato. Con loro sorpresa, pochi giorni dopo, sia i granai che le botti del vino risultarono di nuovo pieni.

Andreozzo, nel 1391, aveva fondato l’Ospedale del Santissimo Salvatore utilizzando la navata destra di una chiesa in disuso, oggi chiamata Santa Maria in Cappella. Di conseguenza, non era indifferente alle miserie dei romani. Visto il prodigio, decise di restituire le chiavi alla caritatevole nuora.

A questo punto Francesca decise di dedicarsi sistematicamente all’opera di assistenza. Con il consenso del marito, vendette tutti i vestiti e gioielli devolvendo il ricavato ai poveri. Indossò un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo, per poter camminare agevolmente per i miseri vicoli di Roma.

Era ormai conosciuta ed ammirata da tutta Trastevere, che aveva saputo del prodigio dei granai di nuovo pieni. In particolare, un gruppo di donne volle seguire il suo esempio. Insieme a loro, Francesca andava a coltivare un campo nei pressi di San Paolo fuori le Mura, da cui ricavava frutta e verdura. Caricava le merci su un asinello e le distribuiva personalmente alla lunga fila di poveri, che ormai ogni giorno cercava di sfamare.

Alla morte del suocero, Francesca si prese cura dell’Ospedale del SS. Salvatore, pur senza tralasciare le visite private e domiciliari che faceva ai poveri. Incurante delle critiche e del disprezzo dei nobili romani, si fece questuante per quanti che si vergognavano di chiedere l’elemosina.

Per questa ragione, la gente del popolo la soprannominò “la poverella di Trastevere”. La consideravano sempre una di loro, nonostante l’appartenenza al ceto della nobiltà, e familiarmente la chiamavano “Franceschella” o “Ceccolella”.

Mentre si prodigava instancabilmente in queste opere di amore concreto, Francesca riferiva al suo confessore, don Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere, le illuminazioni che affermava di ricevere dal Signore.

La trascrizione di quelle rivelazioni operata da don Mariotto, pubblicata nel 1870, riguardava le frequenti lotte di Francesca col demonio, ma anche il suo viaggio mistico nell’Inferno e nel Purgatorio, i momenti di estasi, i prodigi e le guarigioni che le venivano attribuiti.

Nel 1409, suo marito Lorenzo, comandante delle truppe pontificie, durante una battaglia contro l’invasore Ladislao di Durazzo re di Napoli, contrario all’elezione di papa Alessandro V, venne gravemente ferito. Rimase semiparalizzato per il resto della sua vita e fu accudito amorevolmente dalla moglie e dal figlio Battista.

Nel 1410 casa Ponziani venne saccheggiata e i beni di famiglia furono espropriati. Lorenzo, sebbene invalido fu costretto a fuggire, per sottrarsi alla vendetta di re Ladislao, che però prese in ostaggio Battista.

Un’epidemia di peste portò Francesca alla decisione di aprire il suo palazzo agli appestati. Così facendo, però, si espose in prima persona al contagio, insieme ai suoi cari. Morirono gli altri due figli, Agnese ed Evangelista. Lei stessa contrasse il morbo, ma riuscì a salvarsi. Passata l’epidemia poté ricongiungersi con il marito e con Battista.

Dalla morte di Evangelista, Francesca cominciò a vedere accanto a sé un ragazzino sui nove anni, con lunghi capelli ricci, vestito di una tunica bianca. Non l’avrebbe più lasciata, per tutta la vita.

Francesca continuava ad aiutare poveri ed ammalati, senza trascurare la preghiera: dormiva ormai solo due ore per notte. Iniziò anche ad accompagnare spiritualmente il gruppo di amiche che la coadiuvavano nella carità.

Durante uno di quegli incontri settimanali nella chiesa di Santa Maria Nova, Francesca le invitò ad associarsi in una confraternita consacrata alla Madonna. Ognuna delle socie sarebbe restata nella propria casa, impegnandosi a vivere le virtù monastiche e donandosi ai poveri. Il 15 agosto 1425, festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine, le undici donne si offrirono al Signore.

Nel marzo del 1433 Francesca poté riunire le sue compagne sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi, composto da una camera ed un grande camerone, vicino alla chiesa parrocchiale di Sant’Andrea dei Funari. Il 21 luglio dello stesso 1433, papa Eugenio IV eresse la comunità in congregazione religiosa, con il titolo di Oblate Benedettine di Maria, note anche come Nobili Oblate di Tor de’ Specchi.

Francesca si recava ogni giorno nel monastero da lei fondato, ma continuò ad abitare nel palazzo Ponziani per accudire il marito malato. Lorenzo morì dopo quarant’anni di vita coniugale, nella quale era sempre andato d’accordo con lei.

A quel punto, il 21 marzo 1436, Francesca lasciò la sua casa, affidandone l’amministrazione al figlio Battista e a sua moglie Mabilia de’ Papazzurri. Si unì alle compagne a Tor de’ Specchi, dove fu eletta superiora.

Trascorse gli ultimi quattro anni nel convento, dedicandosi soprattutto a tre compiti: formare le sue figlie secondo le illuminazioni che Dio le donava; sostenerle con l’esempio nelle opere di misericordia alle quali erano chiamate; pregare per la fine dello scisma nella Chiesa.

Francesca insegnò alle sue suore la preparazione di uno speciale unguento, che aveva usato e usava per sanare malati e feriti. Ancora oggi, quel medicamento viene preparato nello stesso recipiente adoperato da lei più di cinque secoli fa.

Il 3 marzo 1440 Battista Ponziani si ammalò gravemente. Francesca accorse al suo capezzale: dopo poco tempo, il figlio guarì. Aveva appena lasciato palazzo Ponziani, quando incontrò don Mattiotti, il suo confessore, che le ordinò di tornare indietro per passare la notte lì.

Francesca obbedì, ma sapeva già che quelli sarebbero stati i suoi ultimi giorni. Di fatto morì il 9 marzo 1440, a cinquantasei anni, circondata dalle sue Oblate, a cui aveva lasciato le proprie estreme raccomandazioni.

Le sue spoglie mortali vennero esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova, poi furono sepolte sotto l’altare della stessa chiesa. Una cronaca dell’epoca riferisce la partecipazione e la devozione di tutta la città.

La fama di santità di Francesca portò all’apertura di un primo processo ad appena sei mesi dalla sua morte, seguito, tre anni dopo, da un secondo processo, motivato dalle continue grazie singolari attribuite alla sua intercessione. Alcuni vizi di forma, però, bloccarono tutto. Anche il terzo tentativo, a otto anni di distanza dal suo transito, non ebbe seguito. Una delle ragioni è da attribuire al fatto che, a quel tempo, il Papa era lontano da Roma.

Alla fine, fu canonizzata da papa Paolo V il 29 maggio 1608. Il senato di Roma, che già nel 1494 aveva stabilito che il giorno della sua morte venisse considerato giorno festivo e l’appellava “Advocata Urbis”, stabilì all’unanimità che, da allora in poi, sarebbe stata denominata non col cognome da vedova, ma “Romana”. Francesca diventava quindi la prima santa donna italiana dal tempo di Caterina da Siena, ma anche la prima cittadina della Roma moderna a ottenere gli onori degli altari.

Papa Urbano VIII volle nella chiesa di Santa Maria Nova, che la devozione popolare chiama ancora oggi “di Santa Francesca Romana” un tempietto con quattro colonne di diaspro e una statua in bronzo dorato che raffigura la santa in compagnia dell’Angelo Custode, che l’aveva assistita tutta la vita.

Santa Francesca Romana, oltre a essere compatrona di Roma con i santi apostoli Pietro e Paolo, viene anche invocata come protettrice dalle pestilenze e per la liberazione delle anime dal Purgatorio.

Nel 1950 papa Pio XII l’ha dichiarata patrona degli automobilisti, perché il suo Angelo Custode l’accompagnava sempre durante i suoi spostamenti, sprigionando una luce che le permetteva di vedere chiaro anche di notte. Ratificava quindi un’usanza per cui ancora oggi, il 9 marzo di ogni anno, gli automobilisti di Roma si radunano nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana per ricevere una speciale benedizione per sé e per i propri mezzi.

Le è poi stata intitolata l’Associazione Santa Francesca Romana – Vedove Cattoliche Bergamasche, fondata nella diocesi di Bergamo nel 1926 da don Angelo Giuseppe Roncalli, all’epoca cappellano militare (poi Papa col nome di Giovanni XXIII e Santo), in collaborazione con Ermenegilda Crippa vedova Bosis.

Infine, padre Enrico Mauri, degli Oblati dei Santi Ambrogio e Carlo (Venerabile dal 2018), intorno agli anni ’30 del secolo scorso la propose come modello al sodalizio di vedove di guerra che aveva iniziato a formare, in seguito diventato l’Istituto Secolare delle Oblate di Cristo Re.

Nel corso dei secoli, le Oblate di Tor de’ Specchi, dette anche Oblate di Santa Francesca Romana, hanno svolto numerosi servizi caritativi per la popolazione di Roma. Oggi ospitano studentesse universitarie in un apposito pensionato e concedono gli spazi della loro unica casa per i ritiri spirituali in preparazione alla Prima Comunione.

 




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