Vaticano – Il Concistoro e le storie dei nuovi Santi

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Concistoro – Un modello per i giovani che sarà proclamato santo il 14 ottobre, durante il Sinodo dei giovani. E’ Nunzio Sulprizio, un giovane operaio morto nel 1836 a soli 19 anni, considerato protettore degli invalidi e delle vittime del lavoro, innamorato di Gesù.

L’annuncio è stato dato da papa Francesco nel corso del concistoro di ieri mattina. Insieme al giovane saranno proclamati santi, come già noto, Paolo VI – che beatificò il giovane operaio il 1 dicembre 1963, durante il Concilio – e monsignor Oscar Romero. Con loro anche i sacerdoti Francesco Spinelli, fondatore dell’Istituto delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, Vincenzo Romano, e suor Maria Caterina Kasper, fondatrice dell’Istituto delle Povere ancelle di Gesù Cristo.

Il giovane Nunzio Sulprizio, italiano, nato a Pescosansonesco, in provincia di Pescara , il 13 aprile 1817, perde entrambi i genitori quando era ancora bambino, e alla scomparsa anche della nonna materna, ad appena nove anni, viene accolto da uno zio che lo toglie dalla scuola e lo mette al lavoro nella sua officina di fabbro. Le grandi fatiche alla giovanissima età lo fanno ammalare. Colpito da cancrena a una gamba offre a Dio  terribili dolori che lo colpiscono. “Gesù – dice – ha patito tanto per noi e per i suoi meriti ci aspetta la vita eterna. Se soffriamo per poco, godremo in Paradiso”. Dopo un periodo nel quale la sua salute sembra migliorata, alla fine del 1835 gli si scopre un cancro alle ossa. Il 5 maggio 1836, si fa portare il Crocifisso e chiede di confessarsi. Al sacerdote dice: “State allegro, dal Cielo vi assisterò sempre”. Muore in quello stesso giorno: aveva compiuto da poco 19 anni.

Papa Pio IX, il 9 luglio 1859, lo dichiara “eroico nelle sue virtù” quindi “venerabile”. Il santuario a Pescosansonesco, che conserva parte delle reliquie, è meta di numerosi pellegrinaggi. Una parete è piena di stampelle, appartenute a ragazzi che le hanno abbandonate grazie all’intercessione di Nunzio.

Francesco Spinelli nasce a Milano, il 14 aprile 1853, da genitori di origine bergamasca. È ordinato sacerdote il 17 ottobre 1875 e il 15 dicembre 1882, fonda, insieme a Caterina Comensoli, l’Istituto delle Suore Adoratrici, a Bergamo. Preso infatti dalla passione per Dio e per gli uomini, egli dà vita ad un istituto, il cui scopo è “attingere l’amore più ardente dall’Eucaristia celebrata e adorata per riversarlo sui più poveri fra i fratelli”. Egli per primo spende la sua vita in ginocchio davanti all’ostensorio e davanti ai fratelli, in cui vede la presenza di Gesù da amare e da servire con amore e compassione incondizionata. Il 4 marzo 1889, causa un dissesto finanziario, in cui involontariamente è coinvolto, viene licenziato dalla Diocesi di Bergamo e accolto nel clero di Cremona dal grande cuore di Mons. Geremia Bonomelli e a Rivolta d’Adda continua l’Istituto delle Suore Adoratrici. Lungo la sua vita, costellata di grandi prove, vive e insegna l’arte del perdono più smisurato, perché di fronte al nemico si può applicare solo “la vendetta di un infinito amore”. Muore il 6 febbraio 1913 a Rivolta d’Adda (CR).

Ecco la storia del suo miracolo….Si tratta della guarigione di un neonato a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove le Suore Adoratrici sono presenti dal 1958. Nel popoloso quartiere di Binza gestiscono un grande centro di maternità, dove nascono fino a 20-30 bambini ogni giorno, assistiti da suore, medici, infermieri, personale preparato.

Il 25 aprile del 2007, nasce il piccolo Maria Ambrozo.  Mamma e figlio stanno bene, tanto che la mattina del 28 aprile vengono entrambi dimessi. È proprio mentre la mamma si incammina verso casa che, per un passo falso, rischia di inciampare e stringe a sé il piccolo che tiene in braccio. Quella stretta provoca un’emorragia al bambino che, in poco tempo, perde una quantità enorme di sangue. La madre quindi, spaventata, due ore dopo le dimissioni, torna di corsa alla maternità perché gli operatori si prendano cura del neonato.

Le suore che accolgono il bambino si rendono subito conto della gravità del caso. L’unica possibilità di salvezza è trasfondere nuovo sangue in sostituzione di quello – troppo – che il piccolo ha già perso. Ma lo stato di sofferenza è così avanzato che le piccole vene del bambino sono appiattite. Medici, tecnici e infermieri cercano ovunque, disperatamente, per circa 45 minuti una vena in cui poter inserire la siringa per la trasfusione. Ma senza esito.

Intanto la situazione si aggrava ulteriormente; non sono possibili interventi di altra natura, forse attuabili in una clinica europea o americana… Ma in un centro di maternità in un Paese del Continente africano, altre cure non si possono attuare, per carenza di mezzi. L’unica speranza è trovare una vena. Quella vena che non si trova! Tanto che, dopo circa un’ora dall’ingresso del neonato, il medico stesso esce dalla stanza dichiarandone ormai la morte certa. «A un certo momento poi il bambino ha fatto un respiro profondo come fosse l’ultimo sospiro»: così ricorda suor Adeline, ormai sicura della morte imminente del neonato. Ma è proprio lei, suor Adeline, suora Adoratrice responsabile della maternità di Binza, che testimonia: «Sono uscita dalla sala e sono andata in casa; lì ho trovato la mia superiora, suor Antonietta Musoni [di Pozzaglio, ndr], e le ho detto: Suor Antonietta, prega, c’è un bambino che sta per morire».

Francesco Spinelli accesa una lampada in cappella, davanti all’immagine del padre Fondatore, sr Adeline prega padre Spinelli: «Padre Fondatore aiutaci, aiuta questo bambino che sta per morire; io metto la mia fiducia solo in te». Ha quindi preso un’immaginetta di padre Francesco e l’ha fatta scivolare sotto il lenzuolino del bambino, steso sul lettino ormai inerme. Improvvisamente, lì dove per quasi un’ora tutti avevano cercato una vena, i testimoni dicono di aver visto apparire «come per miracolo» una grossa vena, come quella di un uomo adulto, tanto che, senza alcun problema, hanno potuto inserire l’ago per la trasfusione e, dopo 3-4 gocce di sangue, il bambino ha ripreso vita, iniziando a scalciare e a piangere. In pochi minuti il neonato si rimette completamente e, alle 13.00, mamma e figlio sono dimessi, sani e felici, dalla maternità. Da quel momento i genitori, consapevoli dell’evento straordinario successo al loro bambino «che era già quasi morto ma è risuscitato», come testimonia il papà, gli cambiano il nome da Ambrozo Maria Diaz a Francesco Maria Spinelli Diaz!

Suor Caterina Kasper nacque nel villaggio di Dernbach, in Germania, il 26 maggio 1820. Per aiutare la sua numerosa famiglia, trascorse l’adolescenza in lavori umili come quelli dei campi, oppure spaccando le pietre che servivano per lastricare le strade. Nel 1842 perse il padre e un fratello: insieme alla madre, iniziò a compiere lavori di tessitura e, nel frattempo, aveva dovuto vendere la casa. Intanto continuava ad avere in cuore il desiderio di consacrarsi a Dio, sebbene non volesse entrare in nessuna famiglia religiosa esistente. Ne fondò una lei, appoggiata dai suoi parrocchiani. Cominciò la vita comune con alcune compagne nel 1845: tre anni dopo, il giorno dell’Assunta, aprì la loro casa ai poveri del paese. Al nuovo sodalizio diede il nome di Povere Ancelle di Gesù Cristo, mentre lei, con la vestizione religiosa, aggiunse al proprio quello di Maria. Con la stessa tenacia degli anni giovanili, madre Maria Caterina seguì la formazione delle novizie e l’apertura di nuove case, anche all’estero, per aiutare gli immigrati tedeschi. Un infarto la raggiunse il 27 gennaio 1898: morì il 2 febbraio, all’alba. È stata beatificata da Paolo VI il 16 aprile 1978. Il 6 marzo 2018 papa Francesco ha riconosciuto un ulteriore miracolo per sua intercessione, aprendo la via alla canonizzazione, la cui data è stata fissata, nel Concistoro ordinario pubblico del 19 maggio dello stesso anno, al 14 ottobre successivo. Capace di penetrare i cuori delle aspiranti, mantenne, fino agli ultimi anni di vita, il compito di esaminare le postulanti, dedicando alla loro formazione tutto il tempo che poteva. Diceva loro: «Tutto si deve fare per Dio, con Dio e in modo che Dio agisca attraverso noi. Dovunque siamo, siamo presso Dio».

Insisteva sull’importanza di coniugare la vita interiore e l’apostolato e, lungi dal ricoprire il ruolo della superiora autoritaria, continuò, come una robusta contadina, a falciare il fieno, a sbucciare le patate, a portare il mangime agli animali, a lavare la biancheria. Non disdegnava, se necessario, di fare la questua. Le Povere Ancelle amavano la fondatrice anche perché in ogni occupazione era una di loro. Madre Maria Caterina visitava di continuo le case, sempre più numerose, per conoscere di persona problemi e difficoltà. Arrivava inaspettata, per non ricevere onori, spostandosi a piedi o nelle classi economiche dei treni. Grazie ad una eccezionale memoria conosceva personalmente tutte le sue suore, sapendo quindi dare buoni consigli a tutte. Dal suo sguardo si vedeva che «il buon Dio era sempre con lei».

 

 

Allievo di Alfonso Maria de’ Liguori, San Vincenzo Romano, il primo parroco italiano del clero secolare elevato agli onori degli altari è il patrono e protettore dei sacerdoti napoletani. Da sempre vicino agli ultimi Vincenzo Romano si meritò l’appellativo di prete dei lavoratori, infatti, insieme agli abitanti della cittadina alle falde del Vesuvio, faticò con gli operai per ricostruire la città andata distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 15 giugno 1794. In particolare volle proprio la ricostruzione della Basilica di Santa Croce a Torre del Greco e dove per anni ha celebrato i sacramenti.

Ed è li che ancora oggi riposano le sue spoglie. “Una ricostruzione, quella della Basilica di Santa Croce che si può notare ad occhio nudo perché la facciata della chiesa è più alta del campanile cinquecentesco che fu l’unica cosa rimasta in piedi”. A 14 anni volle seguire l’esempio di suo fratello Pietro entrato nella congregazione dei Dottrinari e malgrado un primo rifiuto la sua domanda poi venne accolta e nel 1775 venne ordinato sacerdote.  Dopo le guarigioni miracolose di due donne la terza a favore di un uomo è stata determinante per concludere il processo di canonizzazione. “Raimondo Formisano era un commerciante di frutti di mare vissuto nel 1989 – racconta Don Franco Ricciardi vice Postulatore della causa di canonizzazione – l’uomo cominciò a stare male, inizialmente si pensò ad un appendicite, invece era un tumore di 4 chili e mezzo. I suoi 14 figli conoscendo la devozione del padre per Vincenzo Romano cominciarono a pregare anche otto ore di fila. I medici alzarono le mani e non diedero alcuna cura. Raimondo, infatti, ricevette anche gli ultimi sacramenti ma improvvisamente guarì. Dopo quel miracolo ha vissuto per 15 anni e ogni anno ha eseguito dei controlli medici. Tutto era sparito e non si è mai ripresentato. Così nel 2015 si è chiuso il processo diocesano e finalmente possiamo pregare il nostro Santo”.

Don Vincenzo morì il 20 dicembre 1831 per una polmonite, ma il suo impegno per avvicinare il popolo alla chiesa non è mi stato dimenticato. Due esempi sono il Rosario Meditato e la Messa Pratica ovvero un libretto nel quale aiutava la gente a partecipare in maniera attiva alle celebrazioni in un tempo in cui la messa veniva celebrata in latino, non comprensibile quindi a tutti.

 

Raffaele Dicembrino




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