Ladakh – Cina d India combattono a colpi di arti marziali

Ladakh- Resta alta la tensione tra Cina ed India a Ladakn ma non sono previsti scontri con armi. La Cina ha infatti deciso di inviare 20 esperti di arti marziali sull’altopiano tibetano: ufficialmente non è stato reso noto il motivo dell’iniziativa, ma secondo i media locali il team avrà il compito di addestrare le forze distaccate nella regione. La decisione segue l’uccisione di almeno 20 soldati indiani negli scontri più volenti degli ultimi 45 anni – tra lanci di sassi e colpi di bastoni chiodati – con i militari di frontiera cinesi lungo il confine himalayano della Galwan Valley, nel territorio conteso di Ladakh.

Ii soldati usano armi improprie, come le mazze ferrate, spesso si affrontano a colpi di pietra, ha raccontato un ufficiale indiano reduce dalla mischia mortale del 15 giugno: «Anche i nostri uomini che si ritiravano sono stati braccati e colpiti dai cinesi; tra i morti, ci sono alcuni che per sfuggire all’inseguimento si sono gettati nel fiume Galwan. I cinesi si erano organizzati in “squadroni della morte”». Alcuni dei feriti, rimasti per una notte sul campo, sono morti assiderati. Gli indiani credono che i cinesi abbiano impiegato già nella battaglia della vallata di Galwan militari esperti nella disciplina delle arti marziali, tradizionale forma di addestramento nell’Esercito popolare di liberazione.

New Delhi schiera nella zona truppe di alta montagna, le uniche capaci di resistere in condizioni climatiche estreme che logorano il fisico e i polmoni. Pechino ha tenuto un profilo basso, negando di aver avuto a sua volta caduti nello scontro. Fonti indiane sostengono invece che anche i cinesi hanno perso una ventina di soldati. La stampa cinese sostiene di non aver dato notizie in materia «per senso della responsabilità», per dar tempo alla diplomazia di disinnescare lo scoppio di tensione. Alti ufficiali delle due parti si sono incontrati e hanno negoziato una nuova stasi nelle operazioni.

La verità è però più semplice di quanto si possa immaginare:  entrambe le parti non vogliono una guerra come quella del 1962 (vinta dai cinesi), le cui truppe giunsero fino  alla regione di Aksai Chin. Ora nessuno dei due governi può permettersi, davanti alle proprie opinioni pubbliche e in clima di nazionalismo crescente, di sembrare debole e arrendevole, da qui l’aumento della tensione tra i due Paesi.

Le foto satellitari pubblicate nelle ultime ore hanno evidenziato la costruzione  di nuovi avamposti fortificati da parte cinese e di strade di penetrazione percorribili da carri armati sul versante indiano.

Alla sua base c’è il fatto che lo scacchiere politico asiatico è in grande movimento, accelerato dalla pandemia, e si è ampliato: in seguito all’espansionismo cinese e alla reazione degli altri Paesi, non riguarda più solo gli equilibri nel Pacifico ma l’intera area Indo-Pacifica, dal Giappone fino all’Africa. Una dimensione nella quale si muovono sia le pedine cinesi che quelle indiane.

Nei mesi scorsi, in effetti, ci sono state diverse occasioni nelle quali le frizioni tra Delhi e Pechino sono venute alla luce. Una prima, la scorsa estate quando Modi ha centralizzato a Delhi il controllo dello Stato indiano del Kashmir, che fino a quel momento godeva di forte autonomia ed è un territorio di confine sensibile con il Pakistan e con la Cina. L’asse privilegiato sviluppato da Modi con il primo ministro giapponese Abe Shinzo è un altro motivo di irritazione di Pechino, secondo solo alla «partnership strategica» stipulata dal premier indiano con il capo del governo australiano Scott Morrison. Di recente, Pechino ha criticato i viaggi di parlamentari indiani a Taiwan. E il 12 giugno, tre giorni prima degli scontri del Ladakh, i cinesi hanno definito «una sfida alla sovranità di Pakistan e Cina» una nuova mappa dei confini realizzata l’anno scorso da Delhi.

Secondo un accordo del 1996 i soldati due Paesi impegnati nella zona non possono portare armi o esplosivi. La Cina non ha fornito alcuna informazione sul numero dei feriti o delle eventuali vittime riportate durante gli scontri, ma secondo le autorità indiane avrebbe perso almeno 40 soldati (stima definita ‘fake news’ dal ministero degli Esteri cinese). Da parte indiana, i feriti sarebbero 76. Nelle scorse ore, i due Paesi hanno concordato di adottare misure idonee per allentare le tensioni lungo il confine himalayano.
Secondo l’emittente statale cinese CCTV i 20 esperti di arti marziali appartengono all’Enbo Fight Club, arrivano dalla provincia del Sichuan, nel sud-ovest del Paese, e saranno i “Mastini tibetani della Resistenza dell’Altopiano e saranno basati nella capitale tibetana Lhasa. Secondo quanto riporta l’emittente cinese mostrando lo squadrone già arrivato sulle alture, i campioni di arti marziali “miglioreranno notevolmente l’organizzazione e la forza di mobilitazione” delle truppe, nonché la loro “rapidità di reazione”.

l club forma campioni in grado di competere in diversi tornei internazionali come l’Ultimate Fighting Championship (Ufc) degli Stati Uniti, nota per i suoi combattimenti senza esclusione di colpi e per la brutalità di pugni, calci, ginocchiate, testate che i lottatori s’infliggono reciprocamente. In Cina il dibattito sulla virtù dello stile ibrido delle arti marziali miste o quello tradizionale del kung fu, è costantemente aperto.

“Se il Paese ha bisogno di noi, l’Enbo Fight Club si impegnerà con tutto il cuore. Non so se i nostri combattenti abbiano preso o meno parte al conflitto qualche giorno fa, non chiedetemelo”, ha detto il proprietario del club Enbo intervistato dal South China Morning Post.




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