Anomalie – Lo strano caso di Carola Rackete

Carola Rackete – Cinque anomalie sono un po’ troppe.  «Impunità» umanitaria sono le prime parole che vengono in mente dopo la lettura dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, Alessandra Vella, che ha fatto tornare Carola Rackete libera e bella». E’ l’esordio di un intevento di un giornalista di prim’ordine come Fausto Biloslavo sul Giornale che spiega tutte le «anomalie» della decisione di liberare Carola Rackete,  che sta dividendo l’opinione pubblica, ma anche toghe ed esperti di diritto marittimo.

  1. La capitana viene di fatto giustificata, in punta di diritto, «per avere agito in adempimento di un dovere» ovvero di fare sbarcare ad ogni costo i migranti in Italia. Ma si è trattato di un soccorso o di un recupero?, si chiede Biloslavo perché la differenza non è di poco conto.

«Il giudice Vella basandosi su una relazione della Guardia di finanza e soprattutto sulle parole della capitana dà per scontato che il 12 giugno il gommone individuato dall’aereo delle Ong, Colibrì, decollato da Lampedusa, rischiava di affondare da un momento all’altro. «Era un gommone in condizioni precarie e nessuno aveva giubbotto di salvataggio, non avevano benzina per raggiungere alcun posto» sono la parole di Carola riportate nell’ordinanza. In realtà una foto scattata dalla stessa Sea Watch dimostra che i tubolari del gommone blu sono gonfi e a bordo ci sono diverse serbatoi usati per il carburante. Sulle modalità del «soccorso» è aperta una seconda inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che stabilirà se non si tratti di un «recupero» più o meno concordato. Per di più il Gip non prende minimamente in considerazione l’assunzione di responsabilità dell’operazione, in acque di ricerca e soccorso libiche, della Guardia costiera di Tripoli».

La questione Tunisia

2) Altra “bufala” raccontata dalla capitana della Sea Watch è stata quella di evitare la Tunisia perché da lei giudicata porto insicuro. Confuta Biloslavo: «La giudice Vella spiega che venivano esclusi i porti tunisini perché secondo la stessa valutazione del Comandante della nave, in Tunisia non ci sono porti sicuri. Circostanza che riferiva risultarle “da informazioni di Amnesty international”. E così via verso l’Italia. Peccato che la Tunisia ha firmato le Convenzioni sul salvataggio in mare e quella di Ginevra sui diritti dell’uomo. Ogni anno 5 milioni di turisti la considerano sicura per le vacanze.

Il gip ha contraddetto la procura

3) C’è poi il refrain più volte ripetuto del salvataggio di vite umane e dei migranti in pericolo: in realtà, spiega l’inviato del Giornale, «le persone malate o vulnerabili, come donne e bambini, sono state sbarcate. La procura di Agrigento ha detto chiaro e tondo che non c’era alcuno “stato di necessità”. La giudice Vella, al contrario, sostiene che la decisione di violare il blocco imposto dal Viminale “risulta supportata” da una serie di norme “per prestare soccorso e assistenza allo straniero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare”. In pratica non possiamo fermare le navi delle Ong con i migranti a bordo e le “direttive ministeriali in materia di porti chiusi” non hanno “nessuna idoneità a comprimere gli obblighi gravanti sul capitano della Sea Watch 3” di far sbarcare i migranti nel porto di Lampedusa».

Il video

4) «Le accuse di violenza e resistenza nei confronti dei finanzieri a bordo della motovedetta, che fino all’ultimo hanno tentato di fermare Sea Watch, vengono smontate», scrive Biloslavo. Giudica «stupefacente l’opinione del giudice sulla manovra di Carola che ha schiacciato l’unità dello Stato contro la banchina». Eppure la Vella ha scritto che «Dalla visione del video il fatto deve essere di molto ridimensionato, nella sua portata offensiva». Insomma, un bizantinismo: «il gip ammette che per i cinque pubblici ufficiali a bordo, la manovra era “pericolosa e volontaria seppure calcolata”. Però il fatto non è punibile “per avere l’indagata agito in adempimento di un dovere” di sbarcare i migranti in Italia».

5) In ultimo, «Il Gip non prende minimamente in considerazione l’assunzione di responsabilità dell’operazione, in acque di ricerca e soccorso libiche, della Guardia costiera di Tripoli. E scrive riportando il rapporto della Finanza che «al termine delle operazioni giungeva una motovedetta libica, che preso atto di quanto accaduto si allontana senza dare indicazioni al comandante di Sea Watch 3». La realtà è diversa, spiega Biloslavo puntando il dito su quest’ultima anomalia di una sentenza di scarcerazione che grida vendetta: «In realtà la capitana ammette con una mail inviata il 12 giungo a tutti i Centri di soccorso dell’area che i marinai libici “mi contattano via canale 16 Vhf, dopo l’imbarco dei migranti” tirati a bordo, guarda caso, appena in tempo». Cinque anomalie sono un po’ troppe per non ipotizzare che sia l’intervento della capitana sia la decisione di liberarla non siano in realtà mosse politiche.




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