La storia della Chiesa e la ricchezza economica

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papa francesco e poveri

“Può capitare di voler usare un’elemosina, magari cospicua, in una sorta di sbiancante per la coscienza per recuperare una dimensione spirituale a lungo ignorata”. Parole forti quelle che hanno caratterizzato il primo incontro di Marzo tra i fedeli e il Vescovo di Roma.

“Cari fratelli e sorelle, buongiorno. Parlando della misericordia divina, abbiamo più volte evocato la figura del padre di famiglia, che ama i suoi figli, li aiuta, se ne prende cura, li perdona. E come padre, li educa e li corregge quando sbagliano, favorendo la loro crescita nel bene.
È così che viene presentato Dio nel primo capitolo del profeta Isaia, in cui il Signore, come padre affettuoso ma anche attento e severo, si rivolge ad Israele accusandolo di infedeltà e corruzione, per riportarlo sulla via della giustizia. Inizia così il nostro testo:
«Udite, o cieli, ascolta, o terra, così parla il Signore: “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone,
ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende”» (1,2-3).

Dio, mediante il profeta, parla al popolo con l’amarezza di un padre deluso: ha fatto crescere i suoi figli, ed ora loro si sono ribellati contro di Lui. Persino gli animali sono fedeli al loro padrone e riconoscono la mano che li nutre; il popolo invece non riconosce più Dio, si rifiuta di comprendere. Pur ferito, Dio lascia parlare l’amore, e si appella alla coscienza di questi figli degeneri perché si ravvedano e si lascino di nuovo amare. Questo è quello che fa Dio! Ci viene incontro perché noi ci lasciamo amare da Lui dal nostro Dio.

La relazione padre-figlio, a cui spesso i profeti fanno riferimento per parlare del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo, si è snaturata. La missione educativa dei genitori mira a farli crescere nella libertà, a renderli responsabili, capaci di compiere opere di bene per sé e per gli altri. Invece, a causa del peccato, la libertà diventa pretesa di autonomia, pretesa di orgoglio, e l’orgoglio porta alla contrapposizione e all’illusione di autosufficienza.

Ecco allora che Dio richiama il suo popolo: “Avete sbagliato strada”. Affettuosamente e amaramente dice il “mio” popolo. Dio mai rinnega noi; noi siamo il suo popolo, il più cattivo degli uomini, la più cattiva delle donne, i più cattivi dei popoli sono suoi figli. E questo è Dio: mai, mai rinnega noi! Dice sempre: “Figlio, vieni”. E questo è l’amore di nostro Padre; questa la misericordia di Dio. Avere un padre così ci dà speranza, ci dà fiducia. Questa appartenenza dovrebbe essere vissuta nella fiducia e nell’obbedienza, con la consapevolezza che tutto è dono che viene dall’amore del Padre. E invece, ecco la vanità, la stoltezza e l’idolatria.

Perciò ora il profeta si rivolge direttamente a questo popolo con parole severe per aiutarlo a capire la gravità della sua colpa: «Guai, gente peccatrice, […] figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo d’Israele, si sono voltati indietro» (v. 4).

La conseguenza del peccato è uno stato di sofferenza, di cui subisce le conseguenze anche il paese, devastato e reso come un deserto, al punto che Sion – cioè Gerusalemme – diventa inabitabile. Dove c’è rifiuto di Dio, della sua paternità, non c’è più vita possibile, l’esistenza perde le sue radici, tutto appare pervertito e annientato. Tuttavia, anche questo momento doloroso è in vista della salvezza. La prova è data perché il popolo possa sperimentare l’amarezza di chi abbandona Dio, e quindi confrontarsi con il vuoto desolante di una scelta di morte. La sofferenza, conseguenza inevitabile di una decisione autodistruttiva, deve far riflettere il peccatore per aprirlo alla conversione e al perdono.

E questo è il cammino della misericordia divina: Dio non ci tratta secondo le nostre colpe (cfr Sal 103,10). La punizione diventa lo strumento per provocare a riflettere. Si comprende così che Dio perdona il suo popolo, fa grazia e non distrugge tutto, ma lascia aperta sempre la porta alla speranza. La salvezza implica la decisione di ascoltare e lasciarsi convertire, ma rimane sempre dono gratuito. Il Signore, quindi, nella sua misericordia, indica una strada che non è quella dei sacrifici rituali, ma piuttosto della giustizia. Il culto viene criticato non perché inutile in sé stesso, ma perché, invece di esprimere la conversione, pretende di sostituirla; e diventa così ricerca della propria giustizia, creando l’ingannevole convinzione che siano i sacrifici a salvare, non la misericordia divina che perdona il peccato. Per capirla bene: quando uno è ammalato va dal medico; quando uno si sente peccatore va dal Signore. Ma se invece di andare dal medico, va dallo stregone non guarisce. Tante volte non andiamo dal Signore, ma preferiamo andare per strade sbagliate, cercando al di fuori di Lui una giustificazione, una giustizia, una pace. Dio, dice il profeta Isaia, non gradisce il sangue di tori e di agnelli (v. 11), soprattutto se l’offerta è fatta con mani sporche del sangue dei fratelli (v. 15). Ma io penso alcuni benefattori della Chiesa che vengono con l’offerta – “Prenda per la Chiesa questa offerta”- è frutto del sangue di tanta gente sfruttata, maltrattata, schiavizzata con il lavoro malpagato! Io dirò a questa gente: “Per favore, portati indietro il tuo assegno, brucialo”. Il popolo di Dio, cioè la Chiesa, non ha bisogno di soldi sporchi, ha bisogno di cuori aperti alla misericordia di Dio. È necessario avvicinarsi a Dio con mani purificate, evitando il male e praticando il bene e la giustizia. Che bello come finisce il profeta: «Cessate di fare il male
imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano,
difendete la causa della vedova» (vv. 16-17).

Pensate ai tanti profughi che sbarcano in Europa e non sanno dove andare. Allora, dice il Signore, i peccati, anche se fossero scarlatti, diventeranno bianchi come la neve, e candidi come la lana, e il popolo potrà nutrirsi dei beni della terra e vivere nella pace (v. 19).

È questo il miracolo del perdono che Dio; il perdono che Dio come Padre, vuole donare al suo popolo. La misericordia di Dio è offerta a tutti, e queste parole del profeta valgono anche oggi per tutti noi, chiamati a vivere come figli di Dio.

Il rapporto tra la Chiesa e la ricchezza tirrena ha una lunga storia.

La Chiesa si è sempre dovuta occupare di finanza. Dai tempi in cui i cattolici dovettero fare “fund raising” (raccolta fondi) per finanziare le Crociate, a quelli in cui si dovettero risolvere problemi finanziari-fiscali riguardo l’obolo di San Pietro.

Nella sua secolare storia la Curia romana ebbe sempre banchieri al suo servizio. Si pensi ai toscani Peruzzi, Acciaroli, Medici, a Jaques Coeur in Francia, ai Fugger nei paesi germanici. L’obiettivo è sempre stato quello di sostenere le opere religiose, ma anche quello di creare un valore finanziando commerci, flotte mercantili, ecc. in tutto il mondo.
Si dovette pertanto affrontare e risolvere il problema del prestito e naturalmente della liceità dell’interesse. Lo risolsero proprio i Francescani che, oltre alla creazione dei Monti di Pietà, riconobbero l’esigenza dell’interesse per coprire il rischio. Nei primi del Cinquecento, dopo la scoperta dell’America, la Scuola di Salamanca (una scuola filosofica composta soprattutto da Domenicani e Francescani…) arrivò persine a stabilire le leggi economiche fondamentali considerate le basi della cosiddetta Scuola Austriaca, una scuola di pensiero economico che ha due dei suoi esponenti maggiori in Friedrich von Hayek (1899-1982) e Ludwig von Mises (1881-1973).

Quindi risulta evidente che la Chiesa non ha ostacolato il capitalismo; semmai, correttamente, ha condannato l’autonomia morale delle scelte economiche. L’Ecclesiaste narra che non c’e nulla di più riprovevole che l’attaccamento al denaro, san Tommaso spiega che il peccato corrompe l’uomo che, pertanto, usa male il denaro. Studiando la storia economica si potrebbe persine supporre che la Chiesa, durante il Rinascimento, abbia avviato essa stessa un certo sistema economico perché incoraggiò imprese, costruì palazzi e chiese, utilizzando banchieri internazionali.
E qui forse esagerò un poco nel farsi consigliare dai banchieri, perché questi per finanziare le sue opere, la fecero indebitare sempre più, costringendola, per rientrare dai debiti, a vendere benefici ecclesiastici e indulgenze, offrendo così il pretesto per la “riforma” di Lutero (1483-1546). In realtà, Lutero fece l’interesse dei Principi (tedeschi e inglesi) convertiti al luteranesimo, incamerando i beni della Chiesa cattolica. In più, a rafforzare il potere protestante affinchè potesse creare quel capitalismo, individualista ed egoistico, che poi sarà avversato da Marx, non bastò l’idea della “divina Provvidenza”, ma contribuì anche il crollo delle monarchie e delle banche cattoliche nella seconda metà del XVI secolo.
Ricordiamo infatti che la successione al trono imperiale era contesa tra Carlo V (ispano-fiammingo-austriaco, 1500-1558) e Francesco I di Francia (1494-1547). Per aggiudicarsi la competizione (poiché allora non c’era il finanziamento pubblico ai partiti), i contendenti dovevano comprare voti, a debito naturalmente. Ma mentre Carlo si affidò ai Fugger che gli fecero un finanziamento rimborsabile a successo dell’operazione, Francesco si fece finanziare dai banchieri di Lyon cash, per pagare in anticipo gli elettori, che invece di essergli grati per la fiducia, tradirono le attese.
Ma anche per Carlo V non andò bene nonostante l’elezione. Gli alti interessi da pagare ai Fugger (20%) e le alleanze sbagliate lo portarono al default e suo figlio Felipe II scoprì che i tassi applicati dai Fugger erano da usurai. Così, per “scelta morale” decise di non pagarli ristrutturando il debito, portando d’imperio gli interessi al 5% (decreto di Valladolid 1557), e provocando così anche il fallimento a catena dei banchieri cattolici. Così due Papi successivi, san Pio V (1566-1572) e Sisto V (1585-1590), decisero di praticare austerità e di ritornare ai principi originali di distacco dal danaro, vietarono l’indebitamento, ridimensionarono gli investimenti ed il commercio

Dagli affari e dagli eccessi finanziari, la Chiesa si riconvertì alle opere di religione. Pio V ci riuscì grazie a un santo gesuita, san Francesco Borgia (1510-1572). Negli anni successivi, si sviluppa quella fase economica che chiamiamo capitalismo commerciale. A causa del crollo delle banche cattoliche, si rafforzano le economie del nord Europa, ove si creano i grandi commerci (per esempio la Compagnia delle Indie) che producono indotto nelle infrastrutture e nelle invenzioni. Soprattutto si crea una borghesia pragmatica e razionalista, utilitaristica, cartesiana e poi illuminista che rifiuta il cattolicesimo quale eredità di un medioevo considerato oscuro.
I gesuiti, veri leader di queste epoche, tentano di conquistare invano la borghesia. Ci riesce meglio un papa illuminato, Benedetto XIV (1740-1758), che capisce come il processo capitalistico sia inarrestabile e la mentalità calvinista borghese quasi impossibile da modificare. Così, da una parte, quel Pontefice andò incontro alle esigenze della finanza (liceità del prestito e poi degli interessi per gli investimenti) per cercar di riconquistare la borghesia, dall’altra parte, per avere una base meno irrequieta, andò alla conquista dei poveri contadini avviando campagne di apostolato anche con le feste religiose, i culti popolari (Sacro Cuore, san Giuseppe…), Confraternite, ecc.
Dopo il capitalismo commerciale nasce quello industriale grazie alla scoperta di nuove tecniche, con nuove sfide per la Chiesa. Da una parte, la borghesia industriale vuole libertà imposte per legge e avversa la Chiesa ritenuta intollerante perché chiede all’operaio, come a tutti i cristiani, uno stile di vita diverso da quello che la logica del profitto richiedeva. D’altra parte, nascono nuovi “clienti” per la Chiesa, dopo i contadini: i proletari. La borghesia liberale opera allora per negare alla Chiesa cattolica il ruolo di religione riconosciuta e favorita dallo Stato con l’accusa di essere contraria al progresso economico.
La Chiesa risponde creando le società di mutuo soccorso, le casse rurali, le confraternite che sono espressione di solidarietà sociale e di aiuto ai poveri. La reazione laicista divenne allora veramente aggressiva. Come Napoleone (1769-1821 ) aveva sottratto i beni della Chiesa espropriandoli, così le rivoluzioni liberali e nazionaliste dell’Ottocento faranno altrettanto, anche se in modo meno violento, e anche il marxismo cercherà di impedire che il proletariato venisse influenzato dalla Chiesa. I Papi cominciano a scrivere encicliche difensive e di condanna (per esempio, il beato Pio IX con la Quanta cura con allegato il Sillabo nel 1864), mentre successivamente Leone XIII prepara la proposta della Chiesa per affrontare la questione sociale con la Rerum novarum (1891) e con un corpo dottrinale che prende il nome di dottrina sociale.
La Prima Guerra mondiale (1914-1918) abbatte il capitalismo liberale e permette la nascita del capitalismo di Stato per la necessaria “provvidenza” post bellica. Pio XI deve fronteggiare il capitalismo di Stato e il comunismo e nel 1931 scrive l’enciclica Quadragesimo anno sulla dittatura economica che asservisce il potere politico. Nel 1937 sempre Pio XI scrive l’enciclica Divini Redemptoris contro il comunismo ateo che sopprime la libertà dell’individuo, talvolta camuffandosi come servizio caritatevole e umanitario.
Dopo la Seconda Guerra mondiale, i riferimenti chiave per intendere il ruolo della Chiesa in economia sono la Mater et Magistra (1961) di san Giovanni XXIII e la Populorum progressio (1967) del beato Paolo VI, la Centesimus Annus (1991) e la Sollicitudo rei socialis (1987) di san Giovanni Paolo II. Gli anni successivi al 1980 hanno visto il crollo delle nascite e la crescita economica del mondo occidentale fondata sul consumismo a debito che ha cambiato il mondo accelerando il processo di globalizzazione. Questa crisi viene interpretata e spiegata nell’enciclica di Benedetto XVI Caritas in Ventate (2009) sulla globalizzazione, e quindi con l’enciclica scritta a quattro mani dal Pontefice emerito Benedetto XVI e da papa Francesco, la Lumen Fidei (2013).




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