L'appello dell'arcivescovo di Erbil

L’appello dell’arcivescovo di Erbil

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Servono una casa, un tetto dove ripararsi alle famiglie cristiane che hanno abbandonato Mosul e i villaggi della piana di Ninive la scorsa estate, per sfuggire alle violenze dello Stato islamico: nuclei familiari costretti a sopravvivere nei campi profughi, nei centri di accoglienza e nelle scuole di Erbil e del Kurdistan irakeno, grazie all’impegno e alla generosità della Chiesa caldea. È questo l’appello rivolto da monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil, ai membri del Sinodo generale della Chiesa anglicana. Monsignor Waeda ha “implorato” i governi occidentali affinché schierino truppe sul campo, unica via per battere i miliziani e consentire ai cristiani di tornare nelle loro abitazioni.  i cristiani iracheni del nord del paese spogliati di tutti i loro beni, dalle case agli effetti personali, con modalità che, come ha ricordato il patriarca caldeo Louis Sako, nemmeno Gengis Khan arrivò a concepire e praticare quando otto secoli fa invase i territori che corrispondono all’Iraq di oggi; le altre minoranze etniche e religiose che l’Isil ha deciso di cacciare dai territori che ora controlla con un’operazione di pulizia etno-religiosa che non risparmia gli edifici sacri dei vari culti: sciiti, yazidi, shabak. Il Kurdistan che ospita profughi di etnia e/o religione diverse da quelle della sua maggioranza merita gli applausi, ma avrebbe bisogno anche di tanto aiuto perché da solo non ce la può fare. Si calcola che l’avanzata dell’Isil fra giugno e oggi abbia causato 500 mila sfollati, 300 mila dei quali si sono diretti nel Kurdistan, dove nella prima metà di quest’anno sono arrivati anche 250 mila profughi dalla Siria. In totale, calcolando sfollati interni iracheni e profughi, nell’attuale Kurdistan iracheno si stima la presenza di 1,2 milioni di persone fuggite da situazioni di pericolo, molte delle quali sono installate in 1.600 campi profughi e centri di accoglienza che sono stati nel corso del tempo attrezzati. Tutte le altre si sono ricongiunte a parenti o altri affini già insediati da molto tempo in territorio curdo. I dati confermano la tragicità della situazione: in Iraq, profughi e sfollati sono arrivati a 2 milioni.

 

Raffaele Dicembrino

 

 

 




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