Vietnam e diritti civili calpestati

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Vietnam e diritti civili calpestati

Il Vietnam torna a far parlare di se per aver calpestato i diritti delle persona. L’ultimo atto persecutorio riguarda l’arresto di Mẹ Nấm, blogger cattolica incarcerata per aver difeso l’ambiente. La gente però non si è arresa ed ora ha deciso di scendere in piazza per protestare contro un arresto pretestuoso ed ottenere la libertà per la giovane attivista finita dietro le tutt’altro che confortevoli prigioni vietnamite.
La giovane donna è stata fermata e sbattuta in prigione con l’accusa di aver effettuato “propaganda contro lo Stato” La ragazza in passato si è resa ‘rea’ di aver critto numerosi articoli contro il Formosa Group e l’emergenza inquinamento delle province centrali.
Per aiutare la ragazza migliaia di cattolici, intellettuali e membri della società civile hanno scritto un messaggio indirizzato alle autorità, in difesa Mẹ Nấm, nome d’arte della blogger : “ Nguyễn Ngọc Như Quỳnh “è innocente e il suo lavoro è sempre stato legale. Lei ha sempre mostrato esponsabilità per i suoi figli, la sua famiglia, le giovani generazioni e tutto il Paese”.
Da segnalare che l’attivista cattolica è stata incarcerata nella provincia di Khánh Hòa (sud del Paese) a seguito di quanto recita il secondo l’articolo 88 del codice penale, che punisce la “propaganda contro la Repubblica socialista del Vietnam”. Le prove sarebbero i suoi articoli contro il disastro ambientale che ha colpito le province centrali del Paese da aprile scorso: “Il pesce ha bisogno dell’acqua pulita, il governo sia trasparente”, “Condannate il Formosa Group”, “No al gruppo Formosa”, “No all’espansionismo cinese”.
Il Formosa Group è l’azienda dell’acciaio taiwanese responsabile dell’inquinamento che ha ucciso 70 tonnellate di pesci e colpito più di 200mila persone delle province di Nghệ An, Hà Tĩnh, Huế e Quảng Bình..
Mẹ Nấm, 37 anni, è madre di due figli che subito l’arresto sono andate a vivere con la nonna. La signora, Tuyết Lan, afferma: “Spero che mia figlia sia presto fuori di prigione e torni dai suoi bambini. Posso solo affidarmi a Dio e credere in Lui”. Alla sua famiglia non è permesso andare in visita alla prigione e le autorità non hanno fornito un avvocato all’attivista.
Mẹ Nấm era già stata arrestata e tenuta in reclusione per nove giorni nel 2009, per aver denunciato i danni causati dalle miniere di bauxite nel nord del Vietnam. Negli anni seguenti l’attivista ha collaborato con il Vietnam Blogger Network (Vbn) in numerosi progetti a difesa dei diritti e dell’ambiente. Il Vbn ha pubblicato un messaggio dopo la sua cattura, in cui definisce Mẹ Nấm “una donna coraggiosa. Non è coraggiosa solo per le sfide della sua fede e della sua famiglia, ma anche per le intimidazioni e l’oppressione che subisce delle autorità locali”.
Il messaggio della società civile si conclude con l’affermazione che Mẹ Nấm non è l’unica a combattere per la protezione dell’ambiente: “Ci sono centinaia di migliaia di persone che protestano contro questi progetti economici che inquinano l’ambiente”.
La blogger, che scrive sotto lo pseudonimo di “Mother Mushrooom”, è stata accusata di distorcere la verità e di diffondere propaganda contro lo Stato. Le accuse che le sono state mosse, qualora fossero confermate, prevedono una detenzione di 12 anni.
“Mother Mushroom” è la co-fondatrice della rete dei blogger vietnamiti, un’importante associazione tra le poche indipendenti del Vietnam, dove i mezzi di informazione sono controllati dal Partito Comunista al governo. Secondo Pham Doan Trang, una scrittrice dissidente, la signora Quynh sarebbe stata imprigionata per intimidire i blogger più giovani della rete di protesta, che di solito scrivono contro la corruzione, la brutalità della polizia e l’ingiustizia sociale. Nguyen Ngoc Nhu Quynh ha però molti sostenitori che la sostituiranno nella sua crociata.
La polizia ha comunicato di aver trovato a casa della signora Quynh materiale in cui si criticava la gestione del governo di una discarica chimica di un impianto di acciaio in Taiwan, che avrebbe causato la morte di una notevole quantità di pesci, tanto da essere considerata uno dei peggiori disastri ecologici del Vietnam. L’indignazione tra i cittadini dilaga da mesi, e nel centro del Paese si stanno verificando numerose proteste.

Nel 2015 la signora Quynh è stata nominata difensore dei diritti civili dell’anno dalla “Civil Rights Defenders”, un gruppo di pressione con sede a Stoccolma. “Le persone hanno molto spesso una visione del Vietnam come una delle economie tigre – ha detto Robert Hardh, direttore esecutivo del gruppo – ma in realtà la situazione è davvero disastrosa per i difensori dei diritti umani”.
Sull’argomento la Chiesa locale è già scesa in campo anche in passato. Da ricordare le dichiarazioni di P. Đặng Hữu Nam che ha descritto minuziosamente la drammatica situazione causata dal Formosa Plastic Group, che per mesi ha scaricato rifiuti in mare.
I 1200 parrocchiani di Phú Yên, nella diocesi di Vinh, “vivevano di pesca, e quando la fauna marina è morta hanno iniziato a morire anche loro. Al momento le acque sono ancora inquinate e le barche rimangono a riva. Se qualcuno va a pescare, nessuno compra il suo prodotto”. È la descrizione che p. Đặng Hữu Nam, vicario della parrocchia di Phú Yên, ha fatto della situazione che vivono i suoi fedeli, colpiti dal disastro ecologico che da aprile ha coinvolto le coste centrali del Vietnam.
In pochi mesi 70 tonnellate di pesci sono morti a causa dell’inquinamento causato dal Formosa Plastic Group, azienda taiwanese dell’acciaio che scaricava in mare i propri rifiuti. In questo periodo le autorità non hanno ancora rimborsato i lavoratori danneggiati né aiutato le famiglie in difficoltà. La Chiesa e la società civile non si stancano di criticare il governo di Hanoi, colpevole di aver ritardato le indagini, non aver tutelato la salute dei cittadini e aver represso con la violenza le manifestazioni pacifiche.
Il Formosa Plastic Group è stato multato per 550 milioni di dollar ed il governo ha confermato il diritto dell’azienda ad operare nel Paese, e il Formosa Group ha annunciato che non cambierà il metodo di produzione ma l’inquinamento resta e si è cercato di mettere a tacere l’accaduto.
“Le difficoltà delle famiglie – ha dichiarato padre Nam – sono davvero tragiche. I pescatori erano poveri già prima, ma ora lo sono ancora di più. Sono in pericolo di fallimento perché devono ripagare i prestiti delle banche con cui hanno acquistato gli strumenti di pesca. I bambini rischiano di non andare a scuola l’anno prossimo perché le famiglie non possono permetterselo”.
Il governo “non ha ancora distribuito nemmeno del riso per le persone colpite dall’inquinamento”. La popolazione è inoltre convinta che la multa pagata dall’azienda dell’acciaio non sia sufficiente. Nguyễn Quang, capo del Forum della società civile del Vietnam ha ribadito: “Io credo che il Formosa Group abbia danneggiato l’ambiente in modo deliberato per i suoi interessi economici. Per questo, ogni vittima dell’azienda ha il diritto di denunciarla. Noi abbiamo intenzione di denunciarla presso una corte internazionale, perché il caso non deve essere legato per forza alla legislazione vietnamita”. Per ora il governo vietnamita si è rifiutato di chiudere i rapporti con l’azienda taiwanese con cui ha un contratto per i prossimi 70 anni .
Va ricordato che durante le manifestazioni dello scorso agosto 4mila cattolici della cittadina di Ky Anh, nel centro del Paese, sono stati bloccati e picchiati dalla polizia mentre manifestavano contro l’immobilismo del governo nell’affrontare la moria di pesci che ha messo in ginocchio i pescatori della provincia.
In Vietnam le libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica hanno continuato a subire forti limitazioni. I mezzi d’informazione, la magistratura e le istituzioni politiche e religiose sono rimaste sotto il controllo statale. Almeno 45 prigionieri di coscienza sono rimasti incarcerati in condizioni difficili al termine di processi iniqui. Tra loro c’erano blogger, sindacalisti, attivisti per il diritto alla terra, attivisti politici, seguaci religiosi, membri di gruppi etnici e difensori dei diritti umani e della giustizia sociale. Nuovi processi si sono conclusi con la condanna di attivisti. Le autorità hanno cercato di impedire le attività di gruppi indipendenti della società civile con
Asia e Pacifico . Vessazioni, sorveglianza e restrizioni alla libertà di movimento. La riduzione del numero di procedimenti penali contro blogger e attivisti è coincisa con un aumento di molestie, detenzioni arbitrarie a breve termine e aggressioni fisiche da parte di agenti della sicurezza. Decine di richiedenti asilo della minoranza montagnard sono fuggiti in Cambogia e Thailandia tra ottobre 2014 e dicembre 2015. La pena di morte è stata mantenuta.
È proseguito un importante programma di riforme legislative, che ha visto la revisione o l’elaborazione di numerose norme fondamentali. A fine anno, sono stati approvati gli emendamenti al codice civile, al codice penale, alla legge sulla custodia e la detenzione, al codice di procedura penale ma una legge sulle associazioni, una sulle manifestazioni e una sulle credenze e le pratiche religiose non sono state definite. È stato sollecitato il parere dell’opinione pubblica in merito e alcuni gruppi della società civile indipendenti si sono detti preoccupati perché alcune delle leggi
non erano conformi agli obblighi internazionali del Vietnam, in particolare quelli stabiliti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, che il paese ha ratificato.
In occasione del 70° anniversario della Giornata della nazione, sono stati rilasciati più di 18.000 detenuti ma tra loro non c’era nessun prigioniero di coscienza.
Molti richiedenti asilo di etnia montagnard provenienti dagli altipiani centrali sono fuggiti in Cambogia e Thailandia in gran parte per le presunte persecuzioni religiose e le molestie subite. Decine sono stati rimpatriati forzatamente dalla Cambogia, mentre altri sono tornati in Vietnam volontariamente, dopo che le autorità cambogiane avevano rifiutato di registrarli e di esaminare le loro richieste di asilo. Non si è saputo cosa ne sia stato di loro una volta tornati.
Attivisti indipendenti che cercavano di esercitare i loro diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica hanno regolarmente subìto vessazioni, tra cui sorveglianza, restrizioni di movimento, detenzione arbitraria a breve termine e aggressioni fisiche da parte della polizia e di uomini non identificati, sospettati di lavorare in collusione con le forze di sicurezza. Decine di attivisti sono stati aggrediti, molti dei quali prima o dopo aver visitato ex prigionieri rilasciati e vittime di violazioni dei diritti umani o in occasione della partecipazione a eventi o riunioni.
Le autorità hanno continuato a utilizzare reati dalla formulazione vaga per accusare e condannare attivisti pacifici, soprattutto attraverso l’art. 258 del codice penale del 1999 (abuso delle libertà democratiche per nuocere agli interessi dello stato, ai legittimi diritti e interessi delle organizzazioni e/o dei cittadini).
Continuano a pervenire segnalazioni di repressione delle attività religiose al di fuori delle chiese approvate dallo stato, anche nei confronti di buddisti hoa hao, praticanti cattolici e minoranze etniche cristiane.
Anche se il numero di arresti e azioni penali contro difensori dei diritti umani e
oppositori del governo è diminuito, sono aumentate le aggressioni fisiche e le limitazioni di movimento. Diversi attivisti sono stati confinati nelle loro case. Alcuni di coloro che volevano recarsi all’estero per partecipare a eventi legati ai diritti umani si sono visti confiscare il passaporto; molti altri che erano riusciti a lasciare il paese sono stati arrestati e interrogati dalla polizia al
loro ritorno.
L’assemblea nazionale ha contestato la credibilità di un annuncio del ministero della Pubblica sicurezza, secondo il quale la maggior parte dei 226 decessi avvenuti durante la custodia di polizia, tra l’ottobre 2011 e il settembre 2014, erano stati provocati da malattia o suicidio. Nel corso del 2015 sono stati segnalati numerosi decessi in custodia con sospetti di possibili torture o altri
maltrattamenti per mano della polizia.
Almeno 45 prigionieri di coscienza sono rimasti in detenzione. La maggior parte era stata condannata ai sensi delle vaghe disposizioni sulla sicurezza nazionale presenti nel codice penale, come l’art. 79 (“rovesciamento” dello stato) o l’art. 88 (“condurre propaganda”). Almeno 17 persone sono state rilasciate dopo aver scontato le condanne al carcere ma sono rimaste agli arresti domiciliari per determinati periodi.
Thích Quảng Độ, capo della chiesa buddista unificata del Vietnam, vietata dalle autorità, ha trascorso il suo 12° anno agli arresti domiciliari de facto, mentre padre Nguyễn Văn Lý, un prete cattolico filo-democratico, è rimasto in carcere a scontare una condanna a otto anni.
Alcuni prigionieri hanno subìto pressioni per “confessare” in cambio di una riduzione della pena.
Le condizioni di detenzione e il trattamento dei prigionieri di coscienza hanno continuato a essere dure: mancanza di esercizio fisico, aggressioni verbali e fisiche, detenzione prolungata in celle caldissime con poca luce naturale, negazione di articoli igienico-sanitari, frequenti trasferimenti in altri luoghi di prigionia, detenzione lontano da casa e famiglia e conseguente difficoltà di visita da parte dei familiari. Numerosi detenuti hanno intrapreso scioperi della fame per protestare
contro l’uso dell’isolamento e dei maltrattamenti dei prigionieri, tra cui Tạ Phong
Tần , Nguyễn Đặng Minh Mẫn, che scontava una condanna a otto anni, e Đinh Nguyên Kha, che scontava una condanna a quattro anni. Nguyễn Văn Duyệt, un attivista sociale cattolico condannato a tre anni e mezzo, ha protestato perché gli era stata negata una Bibbia; l’attivista per la giustizia sociale Hồ Thị Bích Khương, condannata a cinque anni, ha protestato perché non le è stato permesso di portare con sé gli oggetti personali quando è stata trasferita in un’altra prigione.
L’assemblea nazionale ha approvato la riduzione del numero di reati capitali da 22 a 15 e l’abolizione della pena di morte per presunti colpevoli di 75 anni od oltre. Hanno continuato a essere comminate condanne a morte per reati legati agli stupefacenti in un paese dove la libertà è ancora, troppo spesso, soltanto una parola.

Raffaele Dicembrino




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