Le conclusioni della Settimana Sociale di Cagliari 2017

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Si è conclusa con successo la 48ª Settimana sociale. Il sole di Cagliari ha accompagnato sette giornate all’insegna della comunione e dell’unione d’intenti.

Parole come talenti, generativi, relazioni, creatività, intraprendenza… si sono rincorse di continuo.
Il finale ha avuto come protagonista l’Europa rappresentata da Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo. Con lui si è trattato di armonizzazione fiscale con il superamento dei «paradisi» interni all’Europa, la necessità di investimenti strutturali per sostenere il lavoro, l’integrazione nello Statuto della Banca Centrale europea del parametro dell’occupazione accanto a quello dell’inflazione come riferimento per le scelte di politica economica. Si è scesi nel tecnico, ma l’esigenza di concretezza non può che confluire in proposte puntuali. Non a caso la risposta di Tajani è stata positiva e di gratitudine: l’attività del Parlamento europeo non può che riconoscere il valore sociale dell’impresa.

Sette proposte – quattro per l’Italia e tre per l’Europa – e 30 passi concreti per ridare slancio alla presenza dei cattolici nella società, a partire dal “cantiere aperto” del lavoro. Si è conclusa così la 48ª Settimana sociale di Cagliari, in cui oltre un migliaio di delegati, in rappresentanza delle 225 diocesi italiane, si sono confrontati dividendosi in 90 tavoli sul “lavoro che vogliamo”. Non un convegno astratto o un punto di arrivo, ma un punto di partenza per la mobilitazione del “popolo cattolico” – in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà – per dare risposte ai bisogni urgenti della nostra gente a partire dalla “responsabilità” dell’impegno politico in prima persona. Tra le priorità, la disoccupazione giovanile e la questione del Mezzogiorno.

“Dobbiamo garantire ai nostri figli la possibilità di trovare lavoro. La sfida della disoccupazione giovanile è una delle priorità che ci dobbiamo dare insieme alla lotta contro il terrorismo e quella contro l’immigrazione clandestina”. Lo ha affermato il presidente del Parlamento europeo rispondendo alle domande dei giornalisti. Secondo Tajani, il nuovo approccio sul tema del lavoro venuto dall’evento di Cagliari “trova forza nel documento che i capi di Stato e di governo insieme a quelli delle istituzioni europee hanno firmato il 25 di marzo in occasione dei 60 anni dei Trattati di Roma”. “Il pilastro sociale incentrato sulla dignità del lavoro diventa fondamentale. L’esperienza di Cagliari, il messaggio di questi giorni rafforza le scelte che l’Unione europea sta facendo”. “Questo – ha ammesso – non è sufficiente, alcune cose le abbiamo già realizzate ma l’impegno non può diminuire visto che in Europa ci sono circa 120 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà o rischiano di finire nella condizione di povertà. E senza lavoro non si vince questa sfida”.

Il 28 ottobre era stata la giornata in cui la platea di Cagliari ha accolto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, al quale la Chiesa italiana ha presentato quattro proposte: “Rimettere il lavoro al centro dei processi formativi; canalizzare i risparmi dei Pir (Piani individuali di risparmio) anche verso le piccole imprese non quotate che rispondano ad alcune caratteristiche di coerenza ambientale e imprese sociali; accentuare il cambio di paradigma del Codice dei contratti pubblici potenziando i criteri di sostenibilità ambientale; rimodulare le aliquote Iva per le imprese che producono rispettando criteri ambientali e sociali minimi, oggettivamente misurabili, a saldo zero per le finanza pubblica, anche per combattere il dumping sociale e ambientale”. Il premier ha ascoltato attentamente e ha raccolto alcuni temi delle domande, come la centralità della questione degli appalti, che grazie al nuovo Codice devono passare dal criterio del maggior ribasso a quello della maggiore dignità. Rendere strutturale l’alternanza scuola lavoro, l’altro impegno assunto dal governo in sintonia con un capitolo molto sentito dal mondo cattolico in materia di formazione e di contrasto all’occupazione giovanile.

In ogni diocesi potrebbe strutturarsi organicamente un gruppo di collegamento tra cattolici impegnati in politica stimolato ed animato dall’iniziativa degli Uffici e delle Commissioni per i problemi sociali, del lavoro, giustizia, pace e custodia del creato, riprendendo le proposte di questa Settimana”. Così monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico e organizzatore, ha concluso i lavori di Cagliari. “In tutte le diocesi appare necessario costituire e rinnovare l’impegno per la pastorale sociale intesa come fonte e mezzo di evangelizzazione”, l’invito: “Qualora le diocesi non abbiano questi organismi essi vanno costituiti anche grazie all’apporto di laici competenti ed impegnati con grande disponibilità secondo lo spirito del IV capitolo della Evangelii Gaudium”. “Questo coinvolgimento delle migliori energie positive dei nostri territori, questo muoversi del Popolo come soggetto aiuterà a far nascere nuove leadership che contribuiscano ad una rinnovata politica come presenza laicale nelle attività temporali in fedeltà alla attuazione dei principi costituzionali”, ha assicurato Santoro. Il metodo raccomandato è quello sinodale, che consenta un raccordo tra le varie realtà del mondo cattolico ma coinvolga anche “persone di buona volontà anche se provengono da esperienze culturali differenti”, come è già accaduto con il contributo dei parlamentari cattolici nella stesura della nostra Costituzione. Il popolo cattolico, in altre parole, per Santoro è chiamato a raccogliere “la sfida della realtà” e a promuovere “la formazione di uno strumento di coordinamento che possa incidere sulla politica nella prospettiva di una conversione culturale e di una rinnovata presenza dei cattolici nella società come ci è indicato dai ripetuti interventi del Santo Padre e del presidente della Conferenza episcopale italiana”. “I problemi sociali e i drammi della gente non sono per noi una nicchia in cui il potere economico tenta di confinarci lasciando a tutt’altra logica la struttura portante della società nei suoi elementi culturali, economici e politici”, ha detto Santoro, secondo il quale “l’asse portante della nostra società non può essere lasciato in mano all’attuale modello di sviluppo, non può vedere assenti o insignificanti i cattolici”. “La rilevanza pubblica dei cattolici deve svilupparsi sino ad incidere sui problemi vitali delle persone e della società, quali il lavoro, la famiglia, la scuola, la difesa della salute, dell’ambiente e dei migranti”, ha suggerito. L’opzione preferenziale per i poveri e l’attività caritativa sono altri cardini dell’agire della Chiesa, ma “siamo chiamati a prevenire con consapevolezza diffusa le cause culturali, sociali ed economiche che fanno nascere questi drammi”, ha concluso Santoro, “senza evitare opinioni diverse pur legittime nello sviluppo delle risposte ai vari bisogni, ma integrandole in luoghi di confronto, momenti di un processo che aiutino ad attuare i principi evangelici non solo a proclamarli”.

Il presidente delle ACLI Roberto Rossini, ha voluto sottolineare: “Attorno al lavoro si collocano le grandi questioni di oggi: democrazia, etica pubblica, partecipazione, dialogo fra le parti sociali, rispetto delle regole, riforma delle istituzioni, solidarietà, coesione sociale”. Per questo, aggiunge Rossini, “ci siamo sentiti interpellati e abbiamo intrapreso un cammino per comprendere come tornare a progettare un futuro in cui il lavoro abbia un ruolo decisivo. Occorre dare al lavoro significati condivisi affinché diventi, da problema, progetto. Se c’è progetto c’è investimento individuale e collettivo e l’inserimento del lavoro in un nuovo modello di convivenza civile a misura dell’umano”.

“Il lavoro che non vogliamo è quello servile, alienante, sterile e conflittuale”. Queste le parole di Flavio Felice, membro del Comitato scientifico della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani presentando a Cagliari la mostra “Il lavoro che non vogliamo”. Riferendosi ad uno dei quattro registri comunicativi della Settimana sociale, Felici ha affermato che “denunciare significa dare voce ad una cultura della vita umana il cui lavoro non sia appendice di un’esistenza ai margini ma fattore di inclusione progressiva di ogni singolo attore nella propria comunità di riferimento locale o globale che sia”. Felici ha poi parlato del “lavoro come leva della sovranità popolare”, ha puntato il dito contro il “fatalismo tecnocratico” e quello “morale”. E ha invitato alla “riscoperta dell’impegno personale, della sovranità al di fuori di qualunque lobby”. “Le criticità affrontate nella mostra rappresentano una della cause dell’esclusione, ledono la dignità delle persone e creano sfruttamento”. A seguire il curatore della mostra, Mario Mezzanzanica, ha illustrato il contenuto dell’esposizione che si focalizza su “sei particolari criticità, affrontate attraverso i dati e le storie delle persone”. Sono il lavoro femminile, caporalato, giovani, salute, formazione e precariato. Mezzanzanica ha fornito alcuni dati come gli “oltre 400mila lavoratori sfruttati dal Nord al Sud del Paese” o “il 22% delle madri che lavoravano e che in seguito alla gravidanza hanno rinunciato o perso il lavoro”. Bisogna avere la “consapevolezza che – ha concluso – un tentativo di risposta a queste situazioni può arrivare da una visione che si prende a cuore la dignità della persona”.

Ritorniamo a casa sentendo la responsabilità di dover dare corpo ad alcune iniziative concrete, alle quali qui abbiamo dato un nome, ma che ora attendono di essere concretizzate”. Lo ha dichiarato il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, cardinale Gualtiero Bassetti, nel suo mandato finale al termine della Settimana sociale. Il porporato ha rivolto tre “grazie”: al Comitato scientifico, alle diocesi con i suoi vescovi e delegati, con i quali “abbiamo condiviso un metodo, che ci ha allenati a camminare insieme”, e a “questa amata terra sarda, alle sue realtà e istituzioni che si sono rivelate attente e generose”, alla sua Chiesa e al suo vescovo, ma anche alle centinaia di volontari. Un percorso, quello della Settimana sociale, che ha consentito di “denunciare le storture e le ingiustizie che attraversano il mondo del lavoro; ascoltare e narrare l’esperienza e la condizione lavorativa, facendo emergere le buone pratiche e arrivando a individuare impegni, richieste e proposte”. Infine, il card. Bassetti ha ricordato i martiri di Abitene e le loro parole: “Senza la domenica non possiamo vivere”. “Per noi credenti significa che, senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia, ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere – ha sottolineato -. Ma della domenica ha bisogno anche la nostra società secolarizzata; ne ha bisogno la vita di ogni uomo, ne hanno bisogno le famiglie per ritrovare tempi e modalità per l’incontro, ne ha bisogno la qualità delle relazioni tra le persone”. E del “lavoro che vogliamo” la domenica “è parte costitutiva: perché, se quando manca il lavoro del lunedì non è mai pienamente domenica, anche quando manca la domenica il lavoro non riesce a essere davvero degno per nessuno”.

Per concludere ricordiamo il messaggio augurale di Papa Francesco all’evento: “Grazie per avere scelto il tema del lavoro”. Così il Papa, nel videomessaggio inviato ai partecipanti alla vita sociale, ha ringraziato la Chiesa italiana per i quattro aggettivi, contenuti nel tema, riferiti al lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale”, tratti dall’Evangelii gaudium. “Senza lavoro non c’è dignità”, ha ribadito il Papa: ” Lo ripeto spesso, ricordo proprio a Cagliari nel 2013, e lo scorso maggio a Genova”. “Nelle Scritture troviamo molti personaggi definiti dal loro lavoro”, ha fatto notare Francesco: “il seminatore, il mietitore, i vignaioli, gli amministratori, i pescatori, i pastori, i carpentieri, come San Giuseppe. Dalla Parola di Dio emerge un mondo in cui si lavora. Il Verbo stesso di Dio, Gesù, non si è incarnato in un imperatore o in un re ma spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo per condividere la nostra vicenda umana, inclusi i sacrifici che il lavoro richiede, al punto da essere noto come falegname o figlio del falegname”. “Ma c’è di più . Il Signore chiama mentre si lavora, come è avvenuto per i pescatori che egli invita per farli diventare pescatori di uomini”. “Anche i talenti ricevuti, possiamo leggerli come doni e competenze da spendere nel mondo del lavoro per costruire comunità solidali e per aiutare chi non ce la fa”, ha assicurato Papa Francesco.




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