Papa – Angelus – La giustizia di Dio non è pena e castigo ma misericordia

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Papa – Quante volte abbiamo invocato e ottenuto giustizia contro un male subito, un torto ricevuto, una calunnia, un sopruso, pensando che chi sbaglia debba pagare, anzi è giusto che paghi, magari con una condanna stabilita da un tribunale. Questa però è la giustizia dell’uomo non certo quella di Dio. Dalla finestra del Palazzo Apostolico, nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa del Battesimo del Signore, Francesco si concentra su questo tema iniziando la catechesi a scena aperta, con l’immagine “stupefacente” proposta dal Vangelo odierno, di Gesù che china il capo sulle rive del Giordano, per farsi battezzare da Giovanni. Era un rito, quello di recarsi al fiume per ricevere il Battesimo, in cui la gente si pentiva e si impegnava a convertirsi con umiltà e cuore trasparente. Ma quale motivo spinge Cristo ad umiliarsi?

IL DISCORSO DI PAPA FRANCESCO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi celebriamo la Festa del Battesimo del Signore e il Vangelo ci presenta una scena stupefacente: è la prima volta che Gesù appare in pubblico dopo la vita nascosta a Nazaret; arriva sulla riva del fiume Giordano per farsi battezzare da Giovanni (Mt 3,13-17). Era un rito con cui la gente si pentiva e s’impegnava a convertirsi; un inno liturgico dice che il popolo andava a farsi battezzare “nuda l’anima e nudi i piedi” – un’anima aperta, nuda, senza coprire niente – cioè con umiltà col cuore trasparente. Ma, vedendo Gesù che si mischia con i peccatori, si resta stupiti e viene da chiedersi: perché Gesù ha fatto questa scelta?

Lui, che è il Santo di Dio, il Figlio di Dio senza peccato, perché ha fatto quella scelta? Troviamo la risposta nelle parole che Gesù rivolge a Giovanni: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v. 15). Adempiere ogni giustizia: che cosa vuol dire?

Facendosi battezzare, Gesù ci svela la giustizia di Dio, quella giustizia che Lui è venuto a portare nel mondo. Noi tante volte abbiamo un’idea ristretta di giustizia e pensiamo che essa significhi: chi sbaglia paga e soddisfa così il torto che ha compiuto. Ma la giustizia di Dio, come la Scrittura insegna, è molto più grande: non ha come fine la condanna del colpevole, ma la sua salvezza, la sua rinascita, il renderlo giusto: da ingiusto a giusto.

È una giustizia che viene dall’amore, da quelle viscere di compassione e di misericordia che sono il cuore stesso di Dio, Padre che si commuove quando siamo oppressi dal male e cadiamo sotto il peso dei peccati e delle fragilità. La giustizia di Dio, dunque, non vuole distribuire pene e castighi ma, come afferma l’Apostolo Paolo, consiste nel rendere giusti noi suoi figli (cfr Rm 3,22-31), liberandoci dai lacci del male, risanandoci, rialzandoci. Sempre il Signore non è pronto a punirci, è con la mano tesa per aiutarci a sollevarci.

E allora comprendiamo che, sulle rive del Giordano, Gesù ci svela il senso della sua missione: Egli è venuto ad adempiere la giustizia divina, che è quella di salvare i peccatori; è venuto per prendere sulle proprie spalle il peccato del mondo e discendere nelle acque dell’abisso, della morte, così da recuperarci e non farci annegare. Egli ci mostra oggi che la vera giustizia di Dio è la misericordia che salva.

Noi abbiamo paura a pensare che Dio è misericordia, ma Dio è misericordia, perché la sua giustizia è proprio la misericordia che salva, è l’amore che condivide la nostra condizione umana, si fa vicino, solidale con il nostro dolore, entrando nelle nostre oscurità per riportare la luce.

Benedetto XVI ha affermato che «Dio ha voluto salvarci andando lui stesso fino in fondo all’abisso della morte, perché ogni uomo, anche chi è caduto tanto in basso da non vedere più il cielo, possa trovare la mano di Dio a cui aggrapparsi e risalire dalle tenebre a rivedere la luce per la quale egli è fatto» (Omelia, 13 gennaio 2008).

Fratelli e sorelle, noi abbiamo paura a pensare a una giustizia così misericordiosa. Andiamo avanti: Dio è misericordia. La giustizia sua è misericordiosa. Lasciamoci prendere per mano da Lui. Noi pure, discepoli di Gesù, siamo chiamati a esercitare in questo modo la giustizia, nei rapporti con gli altri, nella Chiesa, nella società: non con la durezza di chi giudica e condanna dividendo le persone in buone e cattive, ma con la misericordia di chi accoglie condividendo le ferite e le fragilità delle sorelle e dei fratelli, per rialzarli.

Vorrei dirlo così: non dividendo, ma condividendo. Non dividere, ma condividere. Facciamo come Gesù: condividiamo, portiamo i pesi gli uni degli altri invece di chiacchierare e distruggere, guardiamoci con compassione, aiutiamoci a vicenda. Chiediamoci: io sono una persona che divide o condivide? Pensiamo un po’: io sono discepolo dell’amore di Gesù o un discepolo del chiacchiericcio, che divide? Il chiacchiericcio è un’arma letale: uccide, uccide l’amore, uccide la società, uccide la fratellanza. Chiediamoci: io sono una persona che divide o una persona che condivide?

E ora preghiamo la Madonna, che ha dato alla luce Gesù, immergendolo nella nostra fragilità perché riavessimo la vita.