Montagna – Marco Confortola verso Kangchenjunga (8.586 m) e Nanga Parbat (8.125 m)

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Montagna – Dopo mesi di preparazione, Marco Confortola  ritorna sugli Ottomila per tentare  il Kangchenjunga, la terza montagna più elevata della Terra con i suoi 8586 m s.l.m. e il Nanga Parbat (8.125 m),  nona vetta più alta del pianeta.⠀

La spedizione prenderà il via il 1° aprile.

Giunto a Kathmandu (Nepal), Marco Confortola inizierà il periodo di acclimatamento al campo base del massiccio nepalese, da dove partirà il tentativo di vetta del suo dodicesimo Ottomila. La spedizione proseguirà poi in Pakistan, dove il valtellinese cercherà di conquistare anche la “montagna nuda”.⠀

KANGCHENJUNGA (o Kangchendzönga). – Gigantesco massiccio montuoso situato presso la frontiera fra il Nepal e il Sikkim nel sistema dell’Himalaya. È il terzo degli ottomila; la sua altitudine è variamente riportata: 8579 m. s. m. e 8603 m. s. m., quota più largamente accettata. Vi si distinguono cinque cime allineate da Est ad Ovest: Cima orientale, 7730 m. s. m.; Cima Meridionale, 8476 m. s. m.; Cima principale, 8603 m. s. m.; Cima Occidentale, 8500 m. s. m.; Kangbachen Peak, 7902 m. s. m. La sommità del K. è centro e punto culminante di una grande croce, che fiancheggia a Sud la catena principale dell’Himalaya. Tra i bracci della croce si sviluppano grandiose pareti, che dominano rispettivamente: a Nord-Est il ghiacciaio di Zemù; a Nord-ovest il ghiacciaio del Kanchenjunga: a Sud-Est il ghiacciaio di Talung; a Sud-Ovest il ghiacciaio di Yalung.

La piramide terminale si innalza isolata fra le minori vette circostanti; tale struttura confermerebbe l’ipotesi (G. O. Dyhrenfurth) che non si tratti di una emergenza anticlinale o dell’effetto di una erosione, ma piuttosto di un sollevamento geologico in senso interno, a mezzo di fratture circolari decorrenti; sollevamento prodottosi in epoca postdiluviale. La struttura geolitologica del K. sarebbe assai complessa: un ammasso prevalentemente costituito da uno gneiss di granito di tinta chiara apparentemente di debole struttura schistosa. Si può distinguere chiaramente l’ortoclasio (feldspato) compresso, che si è fatto un letto in una matrice rigata e piegata (sostanzialmente di quarzo, plagioclasî, biotite); si notano intrusioni di pegmatite. Da lontano la roccia appare come un sedimento normale; mentre prevale l’ipotesi che si tratti di intrusioni e di iniezioni supplementari di magma granitico in più antichi sedimenti di gneiss e di scisti cristallini.

La prima spedizione alpinistica, svizzera, risale al 1905; ne seguirono molte altre, fra le quali più importanti quelle tedesche dirette da Paul Bauer (1929) e da G. O. Dyhrenfurth (1930) e di nuovo da P. Bauer (1931); nel 1949 una spedizione svizzera guidata da R. Ditter e da W. Dunant operava nel ghiacciaio del K. raggiungendo (6 giugno) la Pyramid (circa 7.100 m. s. m.). Ma solo il 25 maggio 1955 G. C. Band e J. Brown e il giorno seguente N. Hardie e R. A. Streather, membri della spedizione britannica diretta da Ch. Evans, raggiunsero la vetta (in omaggio ai sentimenti religiosi degli abitanti del Sikkim che ritengono la vetta dimora degli dei si fermarono a m 1,50 da essa).

Nanga Parbat – Monte della sezione occidentale dell’Himalaya (8126 m), nel Kash­mir. A N il fiume Indo traccia il suo grande gomito.

Nel mondo esistono moltissime montagne belle, affascinanti e leggendarie, ma per trovare quelle più alte del pianeta bisogna guardare in Asia Meridionale, alla catena montuosa dell’Himalaya: è qui che infatti sorgono le leggendarie vette dell’Everest, dell’Annapurna, del Lhotse e del Nanga Parbat. Quest’ultimo si afferma, con i suoi 8126 mt di altezza, come il nono monte più alto al mondo e sorge precisamente nella regione pakistana del Gilgit-Baltistan, al confine con il Kashmir.

Molto vicino alla catena montuosa del Karakorum, il Nanga Parbat svetta maestoso sulle rive meridionali del fiume Indo: a differenza degli altri 8000 che lo circondano, rispetto ai quali è certamente il più occidentale, il Nanga Parbat si mostra come staccato da tutti gli atri, così isolato tanto da incutere fascino e timore a chi si appresta a conquistarlo.

Nanga Parvata: sono queste le parole di origine sanscrita, in lingua Urdu, dalle quali deriva il nome della montagna Nanga Parbat e significano “montagna nuda”. I locali invece la chiamano Diamer, ossia Re delle Montagne, mentre per gli sherpa è la “Montagna del diavolo” in virtù di coloro che hanno lasciato la vita nel tentativo di scalarla: non a caso coloro che vogliono raggiungere il Nanga Parbat e percorrono la meravigliosa Karakorum Highway, incontrano le indicazioni con scritto esplicitamente Killer Mountain.

La storia del Nanga Parbat è infatti caratterizzata da eroiche scalate, ma anche da terribili tragedie, legate non solo alle condizioni meteorologiche ma anche alla stessa conformazione del Nanga Parbat. Osservando questa montagna, si nota subito la cresta ad arco punteggiata da una serie di vette come il Chongra Peak, il Chongra Peak Centrale, il Chongra Peak Meridionale e il Rakhiot Peak: si tratta di cime che si assestano sui 7000 mt di altezza. Si sale poi con il Dente d’Argento e con la Spalla, fino a toccare la vetta a 8126 mt di altezza: dalla stessa cima si snoda per 13 Km quella che è considerata la cresta più lunga al mondo, ossia la Mazeno Ridge.

Le “pericolose” pareti del Nanga Parbat

Il Nanga Parbat ha tre pareti: la Rakhiot a nord-est, la Rupal a sud-est e la parete nord occidentale Diamir. Quest’ultima scende man mano fino al Ghiaggiao Diamir ed è stata usata dai fratelli Messner per l’ascesa durante la quale Gunter morì, proprio in fase di discesa, travolto da una valanga. In questo tratto si trova lo Sperone Mummery che porta il nome di colui che tentò per primo la scalata del Nanga Parbat. La parete Rupal scende quasi a picco per 4500 mt verso il fondovalle ed è tanto proibitiva quanto affascinante: tra i pochissimi che sono riusciti nell’impresa ci sono stati proprio i fratelli Messner, che però hanno deciso di scendere dal lato opposto ormai distrutti dallo sforzo e dalla fatica.

Vivere. La mia tragedia sul Nanga Parbat

Scalata

Il primo a tentare di scalare il Nanga Parbat fu nel 1895 Albert Frederick Mummery, grande alpinista che già si era cimentato tra le vette caucasiche, ma che mai si era avvicinato all’Himalaya. Da sostenitore di un alpinismo senza aiuti e guide alpine, Mummery cercò più volte di scalare il Nanga Parbat, prima dalla parete Rakhiot, poi dalla Diamer ma non riuscì mai a toccare la vetta: morì durante i suoi tentativi il 24 agosto dell’anno 1985, probabilmente a causa di una valanga. La sua fu comunque un’impresa eroica, che sfidò i limiti posti dalla natura e gli effetti dell’altitudine sul corpo umano, all’epoca ancora ignoti.

Nei primi decenni del ‘900 fu la volta dei tedeschi, spinti non tanto dalla passione per l’alpinismo ma da meri sentimenti nazionalisti, con lo scopo di rendere il Nanga Parbat addirittura simbolo della forza tedesca. Ci provarono fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e ogni tentativo si concluse con una tragedia: tra gli alpinisti che ci provarono, è da ricordare Heinrich Harrer che, dopo aver cercato di scalare il Nanga Parbat nel 1939 con Peter Aufschnaiter, furono arrestati dagli inglesi con lo scoppio della guerra. Riuscirono però a fuggire in Tibet, dove rimasero fino al 1950: proprio qui Harrer scriverà il famoso romanzo “Sette anni in Tibet” (da cui è stato tratto il film omonimo di grande successo, diretto da Jean-Jacques Annaud e con Brad Pitt nei panni di Heinrich Harrer).

La prima scalata del Nanga Parbat

La prima scalata del Nanga Parbat avviene il 3 luglio del 1953, durante la spedizione composta da Karl Herrligkoffer, Otto Kempter ed Hermann Buhl: fu però solo quest’ultimo, più in forze degli altri, senza bombole di ossigeno e solo, a raggiungere gli 8126 mt di altezza alle soglie della sera. Ridiscese poi subito, perdendo nel corso del cammino un rampone, bivaccando di notte, sfidando le temperature proibitive del Nanga Parbat, su una pericolosissima sporgenza. Tornò al campo base il giorno seguente, il 4 luglio alle ore 19, ma non fu accolto dall’entusiasmo che lui sperava: all’epoca infatti il singolo non contava perché ogni vittoria era posta al servizio della nazione, tanto è vero che la scalata del Hermann Buhl è stata attribuita più all’intera squadra che al solo Hermann Buhl.

Per la prima scalata invernale bisogna invece attendere il 2016 quando, il 26 febbraio, Ali Sadpara, Simone Moro e Alex Txikon raggiunsero la vetta attraversando la più battuta Via Kinshofer: questo tracciato fu aperto nel 1962 dallo stesso Karl Herrligkoffer che aveva partecipato alla prima vittoriosa spedizione del 1953.

Al Nanga Parbat è legata una delle più grandi tragedie che ha segnato la storia dell’alpinismo italiano e internazionale. Nell’inverno tra il 2018 e il 2019, Tom Ballard e Daniele Nardi lasciarono la vita sul Nanga Parbat, nel tentativo di scalarlo passando per il temibile Sperone Mummery. Furono sorpresi da una terribile tempesta di neve il 24 febbraio, facendo perdere ogni traccia. In quel periodo le tensioni tra Pakistan e India causarono la chiusura dello spazio areo, riducendo al lumicino le speranze di ritrovarli vivi. In effetti i loro corpi furono trovati qualche giorno dopo, il 6 marzo.

messner nanga parbat
Reinhold Messner in cima al Nanga Parbat

La tragica discesa dei fratelli Messner

Dopo Herman Buhl l’altro grandissimo alpinista a conquistare la vetta del Nanga Parbat senza ossigeno fu Reinhold Messner. La prima volta lo fece nel 1970 aprendo appunto la via Messner assieme al fratello minore Günther. Per Messner si trattava del suo primo ottomila (riuscirà a scalarli tutti e 14 senza ossigeno).

Siamo nell’autunno del 1969 e Reinhold Messner, grazie alle sue qualità tecniche, fu invitato a partecipare ad una spedizione austriaca al Nanga Parbat, organizzata da Karl Maria Herrligkoffer. Successivamente venne invitato anche suo fratello più piccolo Günther a causa della rinuncia di uno dei membri della spedizione. La spedizione di stampo militare, con lo scopo di centrare l’obiettivo, ebbe luogo l’anno successivo, nel 1970. L’obiettivo era arrivare in cima attraverso una via nuova sull’inviolata parete Rupal. Alla fine per una serie di vicissitudini Reinhold decise di salire da solo e partì col buio. Günther che non voleva lasciare da solo il fratello si mise in moto per raggiungerlo facendo moltissimo dislivello in pochissimo tempo. Riuscirà a raggiungere il fratello e ad arrivare in cima ma ormai era stremato e dava segni di cedimento. salendo non aveva attrezzato le corde fisse per la discesa e quindi furono costretti ad un bivacco di emergenza.

Il giorno dopo, senza aspettare Felix Kuen e Peter Scholz che stavano salendo per soccorrerli, decisero di scendere dal versante opposto il versante Diamir (facendo di fatto la prima attraversata del Nanga Parbat). Günther ormai non era più in grado di essere autonomo e la discesa fu molto difficile. Alla fine Günther morì il 29 Giugno, quasi alla fine della discesa, travolto da una valanga. Reinhold creduto morto tornò a valle solamente sei giorni dopo e subì gravi congelamenti a 7 dita dei piedi e alle ultime falangi della mani, subendo una parziale amputazione delle dita dei piedi.

L’episodio, oltre ad aver fatto perdere il suo caro fratello, vede Messner coinvolto in un’accesa polemica che lo accusò di essere il responsabile della morte del fratello. La polemica è andata avanti per trent’anni fino a quando è stato ritrovato il corpo del fratello, emerso dallo scioglimento del ghiaccio, dove Reinhold diceva essere. La polemica infondata infatti affermava che Reinhold avesse abbandonato il fratello in cima per avere il primato di essere il primo a fare una traversata e scendere per il versante Diamir, allora sconosciuto. Messner fu il primo essere umano a passare per quel versante.




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